Prima lezione a 16 anni. Oggi vuole fare il professionista


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Prima lezione a 16 anni. Oggi vuole fare il professionista

Non diventerà forte come Marcos Baghdatis, ma la sua storia è ancora più suggestiva. Una quindicina d'anni fa, il cipriota fu protagonista di una trasmissione di Eurosport, intitolata “The Rookie”, in cui l'allora sconosciuto Marcos raccontava a una telecamera la sua vita nel circuito minore, con la speranza – un giorno – di diventare un campione.

Ce l'ha fatta. Sia pure in tono minore, sta vivendo qualcosa del genere il simpatico ghanese Abraham Asaba, 22 anni, numero 1755 ATP in singolare e (soprattutto) 1043 in doppio. Rispetto a Baghdatis è meno forte, ma ha una particolarità inedita: fino a 16 anni, non aveva preso una sola lezione di tennis.

Sei anni dopo, punta a diventare un discreto professionista. Non ha lasciato perdere il singolare, ma punta forte sul doppio. Il suo sogno è chiaro, espresso con chiarezza: entrare tra i top-50 del ranking di specialità e giocare tutti gli Slam, a partire da quell'Australian Open che oggi mette in palio 71 milioni di dollari australiani.

Per adesso, la sua vita è fatta di sacrifici nei tornei minori, una lotta per la sopravvivenza nella speranza di trovare lo sbocco giusto. Il sito americano Market Watch gli è stato alle calcagna per quattro mesi, proprio come fece Eurosport con Baghdatis, per raccontare la vita di un giocatore di secondo (o forse terzo...) piano.

Quando è arrivato negli Stati Uniti, sapeva a malapena tenere una racchetta in mano. Nel suo Ghana giocava a calcio per tenersi in forma, ma i genitori non potevano permettersi di mandarlo a lezione di tennis. Lui giocava nel tempo libero, cercando di imitare le movenze di Roger Federer.

Una volta sbarcato negli Stati Uniti, grazie a una borsa di studio per la Virginia Tech University, ha potuto frequentare l'università e allenarsi insieme al cugino Salifu Mohammed, che aveva insegnato a New York e con la stessa franchigia aveva giocato in Division I nel campionato NCAA.

Con lui ha potuto affinare la tecnica e dare forma a un sogno: diventare il primo ghanese di livello nel circuito ATP. Il problema rimangono i soldi, l'impossibilità di permettersi un allenatore a tempo pieno. Il fatto è che non ce l'ha proprio, un allenatore.

Inutile ricordare quanto sia importante la figura di un coach: la sola USTA ne ha 29, sguinzagliati in giro per il mondo al fianco dei migliori junior e professionisti, ma non tutti possono permettersi un servizio del genere.

“Non mi sento vittima di un'ingiustizia – dice Asaba, che compirà 23 anni il prossimo 21 maggio – se fossi nato in America, magari non avrei avuto le stesse motivazioni. Invece ho dovuto lavorare duro, un atteggiamento che mi ha permesso di arrivare fino a qui”.

Il “qui” è una laurea, un piccolo lavoro e la possibilità di muovere i primi passi nel circuito. Nel 2019 ha giocato tredici tornei, raccogliendo un paio di semifinali in doppio. E pazienza se ha dovuto frequentare posti chiamati East Lansing e Harlingem.

Secondo alcuni tecnici non ha chance di sfondare, almeno fino a quando resterà senza allenatore. Per intenderci, ai suoi livelli un coach costa 250 dollari al giorno più le spese. “È un grande atleta, ma ha bisogno di un allenatore” ha detto Stanford Boster, tecnico che lo ha incrociato a un torneo a Houston.

Se lo dividono due giocatori, in modo da dimezzare le spese. I coach possono fare la differenza, ma sono molto costosi. Lo sa bene Noah Rubin, ex campione di Wimbledon junior, oggi noto soprattutto per il suo sito “Behind the Racquet”, in cui tanti campioni raccontano le difficoltà incontrate lungo il loro percorso.

È stato numero 125 ATP, oggi è in 249esima posizione (livelli che Asaba vede ancora come un miraggio), ma nel 2019 ha smesso di viaggiare con un coach al seguito perché gli costava troppo, da 1.800 a 3.000 a settimana, più le spese.

Nell'ultima stagione ha incassato 160.000 dollari lordi, ma tra tasse e spese di vario genere gliene sono rimasti in tasca 60.000. Da lì, la decisione di economizzare. Di tanto in tanto, qualche team si muove a pietà e accoglie Asaba negli allenamenti.

Si lavora sugli schemi, sulla selezione dei colpi, gli aspetti mentali del tennis, come comportarsi tra un punto e l'altro. “È stato molto interessante” ammette il ghanese. Tuttavia, c'è chi gli concede più fiducia.

Secondo Rennae Stubbs, ex ottima doppista (e attuale commentatrice), se un giocatore “ha testa” può allenarsi bene anche da solo, a patto di trovare un compagno con le stesse ambizioni e motivazioni. La buona notizia è che Asaba lo dovrebbe aver trovato: da qualche mese, fa coppia fissa con l'americano Errol Smith.

Per ora non ci sono exploit, ma sono convinti di aver intrapreso la strada giusta. A rendere ancora più difficile la scalata, il fatto che i giocatori siano molto più professionali anche nei piccoli tornei. Fino a qualche anno fa, molti si presentavano senza allenatore, uscivano la sera, non erano controllati.

Facevano quel che volevano, con ovvie conseguenze. Oltre alla concorrenza, il problema di Asaba è che i montepremi dei tornei ITF sono da fame: se anche avesse vinto tutti i tornei, nel 2019 non sarebbe andato in pari.

Ma si sa: il tennis, all'inizio, è una sfida. Oltre a giocare bene, l'aspirante campione deve essere bravo nella gestione delle finanze. Asaba si è laureato la scorsa primavera in finanza e affari internazionali.

Con il pezzo di carta in mano, ha trovato lavoro a New York in un società di fondi speculativi. L'impiego gli ha consentito di permettersi sei mesi di tornei. Il suo datore di lavoro gli ha dato una mano, concedendogli ferie e giorni di pausa quando si recava a giocare.

Senza imbarazzi, ha rivelato il costo di una trasferta in Texas: tra volo, cibo e alloggio ha sborsato la bellezza di 1368 dollari. Si dice che soltanto i campioni possano arricchirsi con il tennis: è vero in parte, ma una saggia gestione dei guadagni permette di togliersi qualche soddisfazione anche se non si è raggiunto chissà quale livello.

L'esempio di Asaba può essere Michael Russell, ex n. 60 ATP, che in diciassette anni di carriera ha intascato circa due milioni e mezzo di premi ufficiali. Per sua ammissione, Russell ha portato a casa circa 200.000 dollari netti all'anno e con investimenti attenti e mirati, adesso ha qualche rendita.

Il problema è arrivare a quei livelli, poiché la competitività del tennis attuale è estrema, micidiale. Come è noto, l'ITF aveva effettuato uno studio secondo cui soltanto 336 uomini e 251 donne erano in grado di andare in pari in una stagione.

Dato misero, specie se paragonati ai 14.000 che in un anno provavano a giocare nel circuito. Da lì, la fallimentare idea di separare il ranking ATP da quello ITF. Si sono accorti che non funzionava, poiché le condizioni di gioco rimanevano le stesse e si riduceva soltanto la porta d'ingresso al professionismo per potenziali talenti.

La federazione internazionale ha cambiato rotta, scegliendo di investire soprattutto sui tornei, (ri)portando eventi in zone storicamente difficili. In questo modo, si dovrebbe facilitare l'accesso al professionismo per tanti ragazzi nati in Paesi meno ricchi.

Nel 2020, per esempio, il circuito ITF tornerà in Ghana dopo dieci anni di buio. “Oggi c'è una concorrenza micidiale – ha detto Jim Courier – ai miei tempi mi bastò arrivare terzo a un circuito satellite per arrivare al numero 400 ATP.

Oggi sarebbe decisamente più complicato”. A dare una mano a chi staziona in America, come Asaba, c'è il colosso Oracle. Non contenti del maxi-torneo di Indian Wells e di alcuni ricchi Challenger, quest'anno sponsorizzeranno ben 35 tornei tra Challenger e Futures, proprio con l'obiettivo di aiutare le giovani promesse.

Asaba proverà ad approfittarne. “Quest'anno ho notato grandi miglioramenti, soprattutto sul piano della resistenza mentale e fisica. Non vedo l'ora di iniziare il 2020”. La sua stagione prevede anche la Coppa Davis per il Paese natale e ha un obiettivo chiaro: entrare tra i top-700 ATP entro metà anno.

“Ma più che i risultati, guardo al mio modo di stare in campo. Se anche le cose non dovessero andare bene subito, non smetterò perché deluderei chi non ha avuto una chance come me”. Intanto ha già pensato a cosa fare quando avrà smesso: l'imprenditore con la vocazione per la filantropia: “Mi piacerebbe creare posti di lavoro in Africa, magari con una fondazione che possa aiutare i bambini a trovare una borsa di studio negli Stati Uniti.

Ho già un mio progetto e buoni contatti per farlo”. Prima, tuttavia, c'è un sogno da inseguire: diventare un tennista vero, anche se soltanto in doppio. Sarebbe un miracolo per un ragazzo che fino a sei anni fa giocava chissà dove, con chissà quale attrezzo, su chissà quali campi. Ma i sogni – quelli veri – non hanno confini.