Zverev, è crisi nera: ci sarà la luce in fondo al tunnel?


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Zverev, è crisi nera: ci sarà la luce in fondo al tunnel?

La prima cosa che si nota è il suo bell'aspetto. Non c'è da stupirsi che Alexander Zverev abbia già avuto alcune love story da copertina. Attualmente fa coppia con la modella Brenda Patea, quattro anni più grande di lui.

E non c'è da stupirsi che abbia un contratto con Zegna, fashion brand italiano. “Sascha” piace, è normale. Ma è soprattutto un tennista, un aspirante fenomeno, potenziale erede dei Big Three.

D'altra parte ha chiuso il 2018 vincendo le ATP Finals e in quarta posizione, appena dietro a quei tre là, però non ha saputo progredire. Anzi. Continua a faticare negli Slam, nei quali ha trovato una parvenza di competitività solo a Parigi (uniche apparizioni nei quarti) e ha iniziato il 2020 nel peggiore dei modi.

In ATP Cup ha perso contro De Minaur, devastando la racchetta. E poi non è mai stato in partita contro Tsitsipas, piombando in un tunnel tecnico che lo ha portato a commettere 10 doppi falli e a scadere nell'auto-insulto.

In panchina, papà Alexander Sr. Non ha saputo trattenere le lacrime. E pensare che lo stesso Sascha, qualche tempo fa, trasmetteva un'impressionante sicurezza in sé. Diceva che la pressione era un privilegio, e scaraventava servizi a 220 km/h.

Le cose sono cambiate un anno fa, quando ha chiuso bruscamente con l'ex manager Patricio Apey, con il quale lavorava sin da quando aveva 15 anni. La separazione è sfociata in una battaglia legale che sarebbe ancora in corso, nonostante abbia già trovato l'accordo con Team8, l'agenzia di Roger Federer (non a caso se lo è portato in Sudamerica per la sua visita “pastorale” in novembre, e poi anche in Thailandia).

Nel 2019 ha avuto anche qualche vicissitudine personale, mettendo fine al rapporto con l'ex fidanzata Olya Sharypova. Papà Alexander ha avuto qualche problema di salute e per un po' non lo ha potuto seguire. Inoltre, non ha funzionato il periodo di lavoro con Ivan Lendl, che pure aveva corteggiato a lungo.

Si è creata una situazione paradossale: un giocatore del suo livello, solitamente, è accompagnato da un numeroso staff ovunque vada. Udite udite, Zverev si è presentato da solo in un paio di tornei, come accade ai mestieranti da Challenger che devono economizzare su tutto.

I risultati, ovviamente, hanno rispecchiato le mille difficoltà. Tante, troppe sconfitte nei primi turni. E anche la sua splendente autostima ha preso a vacillare. Dopo l'immediata sconfitta a Wimbledon per mano di Jiri Vesely, si era presentato in conferenza stampa con gli occhi arrossati.

“Non ho molta fiducia in questo momento. Anzi, direi che è inferiore allo zero”. Nonostante tutto, è comunque riuscito a qualificarsi per le ATP Finals. Le ha giocate benino, pur non difendendo il titolo (ha perso in semifinale contro Dominic Thiem).

La sua presenza a Londra è stata l'occasione per un intervista-confessione con il Guardian, pubblicata in queste ore. Il tedesco ha definito “macabro” il suo 2019. “C'è stato un periodo in cui ero uno dei migliori giocatori al mondo.

Mi sono sentito, per davvero, il più forte di tutti. Poi, all'improvviso, mi sono trovato senza un manager. Tutto quello che di solito spetta a un manager l'ho dovuto fare in prima persona”. Ha dovuto sbrigare tutto, una serie di piccole faccende che però portano via un mucchio di tempo, anche soltanto iscriversi ai tornei o rispondere alle mail.

“Farlo regolarmente, ogni settimana, non è facile. Porta via molta concentrazione”. Nel 21esimo secolo, la quotidianità di un atleta di alto livello è gestita da altre persone. Non sono i tennisti a trattare con gli organizzatori per gli ingaggi, con gli sponsor, o anche soltanto prenotare i voli.

È compito dei manager. Talmente normale da sembrare scontato. Fino al 2018, qualcun altro si occupava in prima persona delle faccende di Zverev. “Dovevo svegliarmi, allenarmi, andare in palestra e poi tornare a letto – racconta – in quel modo la vita è facile, non dovevo pensare a nulla se non allo sport che amo, lo sport che ho desiderato sin da piccolo.

Il tennis è uno sport duro, ti prende molto sia fisicamente che mentalmente. Hai bisogno di profonda concentrazione e non puoi pensare ad altro... Poi, all'improvviso, devi trovarti a fare un mucchio di cose. Mail, contratti, telefonate, avvocati...

poi vai in campo e la mente è altrove”. Zverev ha confessato di aver trascorso otto ore in riunione (faccende legali) prima del suo match d'esordio al Foro Italico. Era quasi scontato che perdesse, perché aveva bruciato moltissime energie mentali per stare dietro al linguaggio giuridico utilizzato dagli avvocati.

Un problema logistico si è riversato sul campo, minando le sue certezze. “Mi capitava spesso di essere di cattivo umore sul campo. Non mi divertivo più, non solo nel tennis, ma in tutto quello che stavo facendo.

Per un po' non sono stato me stesso, ero stanco e il tennis non mi interessava più di tanto. Mi allenavo, ma avrei desiderato essere altrove”. A Cincinnati è arrivato a commettere 20 doppi falli, poi il problema si è ripetuto allo Us Open nel match perso contro Diego Schwartzman.

“Ma non è che avessi improvvisamente dimenticato come si serve – racconta – in realtà ho sempre amato i momenti difficili, sono quelli che rendono interessante il nostro sport. È il motivo per cui gioco a tennis.

Però nel 2019 ho faticato a gestirli”. A giudicare da com'è iniziato il 2020, la mente non è del tutto ripulita. E pensare che nella seconda parte dell'anno aveva dato qualche segno di ripresa, contribuendo a vincere la Laver Cup e cogliendo la semifinale a Pechino, la finale a Shanghai e la già citata semifinale al Masters.

Risultati non disprezzabili, frutto di una vita ricostruita pezzo per pezzo. A occuparsi delle sue faccende organizzative c'è Team8, Brenda Patea compare spesso nei suoi post sui social network, suo padre ha risolto i suoi problemi di salute e ha ripreso a seguirlo in giro per il mondo.

Il 2019 è stato un anno difficile per Sascha (che tra l'altro si è operato agli occhi in dicembre per risolvere un problema alla vista: adesso non avrà più bisogno di indossare lenti a contatto o occhiali da vista), però gli ha fornito un grande insegnamento: non può fare tutto da solo.

Sembra già un veterano perché é diventato professionista nel 2013, ad appena 16 anni, ma è un ragazzo ancora giovane, con legittime e sacrosante debolezze. “La maggior parte dei ragazzi della mia età stanno finendo il college e provano a entrare nel lavoro – conclude – ma io non mi sento più così tanto giovane e voglio crescere, migliorare”.

Il suo obiettivo è riprendere se stesso, la sua vita, e migliorare il suo tennis. Una delle critiche più frequenti di questi mesi riguarda proprio il suo gioco. Mentre altri, anche più giovani di lui (Tsitsipas, Shapovalov, De Minaur) crescono giorno dopo giorno, lui si è un po' bloccato.

Non ha evoluto il suo gioco come ci si sarebbe aspettato. Se l'anno scorso non ha avuto il tempo e la testa per farlo, adesso non ha più scuse. Anche perché davanti a sé ha gli esempi di Federer, Djokovic e Nadal, gente che non ha avuto cedimenti per 15 anni (o 20, nel caso di Federer).

“Prima o poi ci sarà un ricambio generazionale, ma io non voglio che smettano di giocare. Semplicemente, vorrei diventare più forte di loro. Non penso di tenere duro per 2-3 anni e poi prendere il controllo del tennis quando si saranno ritirati.

Se fosse così, tutti penseranno che erano migliori di me. Non voglio diventare il numero 1 perché altri non stanno giocando: voglio essere il numero 1 perché sono migliore di tutti gli altri”. Parole forti, importanti, persino giuste.

Ma adesso Alexander Zverev ha un problema da risolvere, ancora più urgente: prima di inseguire Rafa, Nole e Roger, dovrà inseguire e ritrovare se stesso.