Ciao Dolce Federico, oggi avresti compiuto 40 anni



by   |  LETTURE 47591

Ciao Dolce Federico, oggi avresti compiuto 40 anni

Si dice che il destino chiami a sé certi personaggi per evitare che potessero invecchiare. È stato detto per il Grande Torino, per Gilles Villeneuve, per Ayrton Senna e tanti altri personaggi, non solo sportivi, prematuramente scomparsi.

Oggi fa impressione ricordare che Federico Luzzi avrebbe compiuto 40 anni. Il bel Federico, vigliaccamente ucciso da una leucemia fulminante il 25 ottobre 2008, ad appena ventotto anni. Fa impressione – ma allo stesso tempo è dolce – ricordare la sua vita, la sua carriera, il suo modo di vivere.

40 è un'età simbolica, entri negli “anta”, abbracci (o dovresti abbracciare) la definitiva maturità. Chissà come avrebbe affrontato questo passaggio, se sarebbe rimasto legato al nostro mondo, oppure avrebbe tentato una carriera come attore.

Stava iniziando, come certifica un filmato su Youtube in cui lo si vede protagonista di un provino, coi capelli lunghi, look che lo ha accompagnato negli ultimi anni di vita. Era stato scritturato per una fiction. O magari ci avrebbe sorpreso con qualche altra idea, lui che era così vulcanico nei pensieri, nei gesti, nelle parole.

Ho conosciuto Federico Luzzi nel giugno 2007, al Challenger di Lugano, in cui battè al primo turno Mariano Puerta. Per l'argentino era il secondo torneo dopo la discussa squalifica per doping, frutto della seconda positività.

Luzzi era uno che non le mandava a dire. Già la settimana precedente, a Sassuolo, aveva avuto qualcosa da dirgli. Lo riteneva colpevole, pensava che fosse ingiusto dagli un'altra chance. Vinse in due set, giocando con sorprendente concentrazione.

Avesse giocato sempre come quel giorno, probabilmente sarebbe andato ancora più in alto rispetto alla 92esima posizione, best ranking artigliato nel 2002. Dopo la partita, mentre Puerta si comportava in modo irrispettoso un po' verso tutti, i giornalisti ticinesi reclamavano Luzzi.

Il mio ruolo di addetto stampa mi impose di “andarlo a prendere” nella club house del club e portarlo dai colleghi. 200 metri insieme, in cui gli ricordai di essere “cresciuto con lui”, un po' per ragioni anagrafiche, un po' perché quando iniziai a seguire il tennis, lui era la grande – grandissima!

- promessa del tennis italiano. Sul numero di gennaio 1995, esattamente 25 anni fa, la rivista “Il Tennis Italiano” scelse la sentenza “Il nuovo Panatta” come didascalia per una sua foto, in cui sorrideva con lo sguardo furbo e vispo di 14enne che aveva vinto il titolo europeo e fatti grandi cose in Youth Cup insieme a Nahuel Fracassi.

“Eh sì, a quei tempi ero proprio forte” sussurrò. Riconobbi in quell'uomo di 27 anni lo stesso sguardo di 14enne che avevo osservato sulla rivista. Ed è stata subito macchina del tempo: in periodi bui per il tennis italiano, ogni giovane promessa era vista come un potenziale Messia.

Alcuni erano bidoni annunciati, ma Federico no. Lui aveva classe, intelligenza... estetica pura. Bellissimo da vedere. Lo accolsero ancora bambino al Centro FIT di Cesenatico, poi non sbagliò nulla fino alla transizione a professionista.

Nel 1995 giunse in finale al Torneo dell'Avvenire con un anno d'anticipo e Sergio Tacchini lo mise sotto contratto. Sui giornali dell'epoca circolò la foto del momento della firma, in cui il giovane Federico era in mezzo, affiancato a papà Maurizio e mamma Paola, che all'epoca erano già separati.

Sembrava un contratto verso la gloria. Purtroppo per lui, Federico era un po' troppo “leggero” per sfondare nel tennis dei grandi. La sua palla svolazzava elegante, ma non sanguinava. E in quegli anni il tennis era sempre più potente, non come ai tempi di Panatta, o magari di Laver.

L'inizio fu promettente, soprattutto dopo che nel 2001 fece un bell'esordio in Coppa Davis. Nel primissimo match con Barazzutti in panchina, batté Ville Liukko a Helsinki, 14-12 al quinto, con tanto di matchpoint annullato.

Mostrò grande personalità, la stessa che un mese dopo gli permise di diventare il Principe del Foro Italico per qualche giorno. Agli Internazionali BNL d'Italia battè Arnaud Clement e Hicham Arazi, all'epoca top-10 e top-20 ATP.

Titoli sui giornali, interviste, abbracci reali e virtuali degli appassionati. La sbornia di popolarità gli costò cara contro il non irresistibie Jacobo Diaz, in un match inspiegabilmente collocato su un campo secondario.

Il contatto tra Federico Luzzi e il grande tennis si è più o meno esaurito lì. Una lunga serie di infortuni (schiena, spalla) lo aveva fatto precipitare, quasi sparire. Con l'aiuto di coach Umberto Rianna ritrovò una dignità tennistica, diventando un assiduo frequentatore del circuito Challenger, con qualche apparizione nei grandi tornei.

Ha fatto in tempo a giocare sulla Rod Laver Arena di Melbourne, così come sul Centrale di Monte Carlo, poi ha ritrovato un posticino in Davis nel 2007. Non aveva più le ambizioni di ragazzino, ma aveva riconsiderato i suoi obiettivi.

Era convinto di entrare tra i top-100 e di poterci rimanere, anche se iniziava ad apprecchiare il futuro dopo il tennis. Oltre ad avere un naturale senso dello spettacolo, era un uomo molto attraente. Piaceva moltissimo alle donne e, forse, anche per questo fu curiosamente scelto come testimonial di Playboy (!).

E poi c'è quel provino a Hollywood che, rivisto oggi, trasmette un mix tra rabbia a tenerezza difficile da descrivere a parole. Nel 2008 fu squalificato per 200 giorni dall'ATP per scommesse: tra il 2004 e il 2007 aveva giocato cifre ridicole su diversi match di tennis, anche i suoi, in totale buona fede e ingenuità.

Puntate di 3 euro, per intenderci. La prese malissimo, come se quella macchia avesse spento il suo sguardo luminoso. Federico era così: spontaneo, vero, senza filtri in tutto quello che faceva. Come quella volta che attaccò alle spalle Daniel Koellerer perché era esasperato dagli atteggiamenti dell'austriaco, arroganti e oltre il limite della sportività.

“Per farvi capire, io l'ho aggredito e hanno squalificato lui” diceva con lo sguardo furbetto che lo ha sempre contraddistinto. La squalifica ATP gli rovinò la classifica, gli pesava ripartire dai tornei più piccoli, ma ci avrebbe provato.

Fino a quel giorno a Roma, in un match di Serie A1 con il Parioli. Si sentì male all'improvviso, fu portato via e ben presto si capì che era stato colpito da una leucemia fulminante. “Sto per morire, vero?” diceva nelle ultime ore di vita a chi gli stava vicino.

Non ci fu niente da fare, in pochi giorni Federico Luzzi ha abbandonato la vita terrena per iniziare un nuovo viaggio che ci è sconosciuto, ma che starà affrontando con gli occhi di nuovo vispi e il cuore pieno di sogni.

Sono passati oltre 11 anni ma sembra ieri, così come è vivo il ricordo della commozione con cui il mondo del tennis accolse la notizia, stringendosi attorno al dolore dei familiari, in particolare mamma Paola Cesaroni, che un mese dopo creò la Fede Lux, associazione benefica che aveva due obiettivi ben chiari: raccogliere fondi per la ricerca sul cancro e tenere vivo il ricordo di Federico, del suo amato bambino.

Per cinque anni, lo stand di Fede Lux è stato una rassicurante presenza in decine di tornei in giro per l'Italia, Roma compresa, laddove nel 2009 fu organizzata un'esibizione-omaggio per Federico, a cui parteciparono anche Federer, Djokovic e Murray.

Per mamma Paola era diventato un impegno eccessivo, un lavoro a tempo pieno che non è più stata in grado di sostenere. Dopo cinque anni, a fine 2013, Fede Lux ha cessato la sua attività, ma il ricordo di Federico si è consolidato (gli hanno anche dedicato la sezione AIL ONLUS di Arezzo).

Mamma Paola ci ha permesso di ricordarlo, ma lei stessa si è arricchita in questo lungo viaggio. Ovunque andasse, laddove Federico aveva giocato, incontrava qualcuno che le raccontava aneddoti di vario genere sul figlio.

Ed era un po' come farlo rivivere, per poi riassumere tutto in un emozionante libretto. Oggi Federico avrebbe compiuto 40 anni e sarebbe stato strano vederlo magari un po' appesantito, o con qualche capello bianco.

Federico non è più tra noi, ma è vivo – sul serio – nella memoria di chi lo ha conosciuto, anche soltanto per pochi minuti. Perché Federico Luzzi era un'anima che si faceva ricordare, a cui non si poteva restare indifferenti. Ovunque si trovi, starà certamente portando avanti i suoi progetti. Mamma Paola può stare tranquilla.