“Che siano benedetti quei due anni senza tennis”


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“Che siano benedetti quei due anni senza tennis”

Il cerchio si è già completato, tuttavia manca la ciliegina. Passare dal tennis al cricket e ritorno, fino a diventare numero 1 del mondo, è l'impressionante percorso condotto da Ashleigh Barty, scintillante leader del tennis femminile.

Più di così, davvero, non poteva fare. Però la storia la chiama: sono trascorsi 42 anni dall'ultimo successo di una giocatrice australiana allo Slam di casa. Era il 1978 quando vinse Chris O'Neil, nono titolo australiano in dieci edizioni.

Da allora, zero assoluto. Forti della numero 1 WTA, gli australiani sperano che il digiuno si possa interrompere almeno in campo femminile, giacché tra i maschietti – almeno nell'immediato – non si vedono potenziali vincitori.

E così, il buon Mark Edmonson (vincitore nel 1976) sarà ancora costretto a rilasciare interviste in cui racconta il suo strambo successo a Kooyong. Ben diversa la storia della Barty, che peraltro si è già aggiudicata uno Slam.

È successo laddove nessuno se lo aspettava, sulla terra battuta del Roland Garros. Ma l'Australian Open, per lei, così fieramente “aussie”, è un'altra cosa. E pensare che soltanto cinque anni fa, dopo una sconfitta al primo turno dello Us Open, aveva lasciato perdere con il tennis.

Col senno di poi, ritiene che sia stata la scelta più saggia della sua vita. “Fu l'unica decisione possibile, anche se all'epoca non avevo ben chiaro che fosse una soluzione intelligente. Era l'unico modo per garantirmi un futuro nel tennis.

Avevo bisogno di prendermi del tempo, di rinfrescare la mia mente, di realizzare quello che davvero volessi nella vita”. La sua fortuna – lo ricorda sempre – è stata di avere buone persone accanto a sé, a partire dai genitori, che le hanno lasciato prendere ogni decisione in piena autonomia, senza condizionarla.

“Nel mio periodo lontano dal tennis sono maturata. In quei due anni sono cresciuta come persona: quando ho ripreso a giocare a tennis, ho iniziato a prendere ogni decisione al 100%, in piena autonomia. Da allora sono l'unica responsabile delle mie azioni”.

Nemmeno nei sogni più arditi avrebbe pensato di vincere uno Slam o diventare numero 1 del mondo, nonché vincitrice delle WTA Finals, coronamento di una stagione indimenticabile, in cui ha vinto 57 partite (13 dopo aver perso il primo set).

Le è mancato soltanto il successo in Fed Cup, sfumato al doppio di spareggio, ma non si può avere tutto. E poi, in fondo, i suoi genitori non contemplavano nemmeno un ritorno. “Non avremmo mai pensato di rivederla con una racchetta in mano – ha detto papà Robert – non dopo due anni, ma nemmeno dopo un milione.

Invece, dopo 18 mesi in cui si è dedicata al cricket, ci ha detto che avrebbe fatto una chiacchierata con Casey Dellacqua. Si sono messe in campo, ha giocato bene e ha deciso che le sarebbe piaciuto provarci di nuovo.

Siamo davvero orgogliosi di lei, è una ragazza fantastica”. In effetti, “Ash” non si è mai dimenticata di dare alla Dellacqua il giusto ruolo in questa favola. Le due facevano coppia nella prima carriera della Barty, raggiungendo quattro finali Slam.

“Ha un merito enorme per il mio ritorno” dice la Barty, che ha visto nell'amica l'aggancio ideale per essere di nuovo competitiva, almeno in doppio. Ma lei voleva di più, il sapore di uno sport individuale dopo aver fatto parte di una squadra di cricket per un anno e mezzo.

“Mi mancava la competizione, la battaglia uno contro uno, i flussi emotivi e quello che si prova con una vittoria e una sconfitta. Nel tennis ti metti in gioco, diventi vulnerabile e provi a fare cose che nessuno immagina”.

La grande forza della Barty, la sua particolarità, risiede nel suo stile. Gioca un tennis particolare, fatto di tocchi e talento, meno di potenza. Per vincere il punto deve ingegnarsi, pensare. Non può affidarsi a un servizio-bomba o a un dritto fulminante, per quanto siano miglioratissimi.

E allora sì, deve inventarsi cose “a cui nessuno pensa”. “L'ho vista per la prima volta quando aveva 10-11 anni – racconta Alicia Molik, che la guida in Fed Cup – era un evento nazionale sui campi in terra battuta, a Melbourne.

Un mio caro amico allenava nel Queensland e mi disse di dare un'occhiata a quella bambina, interprete di un tennis fantastico. Ho seguito il suggerimento e l'ho trovata grandiosa. Poteva fare qualsiasi cosa. Forse era più piccola delle altre, ma compensava con le qualità che oggi la rendono una grande tennista.

Ricordo che sapeva già servire in kick, usare lo slice... era già più sviluppata rispetto ai coetanei”. Anche la Molik è convinta che lo stop di 18 mesi sia stata la chiave per consegnarci la tennista di oggi.

“Adesso è sbocciata, sia come tennista che come persona. Sa cosa vuole, sia dentro che fuori dal campo, e ha un carattere molto misurato. Credo che sia unica perché ha vissuto una prospettiva diversa dal tennis, qualcosa che le colleghe non hanno mai sperimentato.

Magari qualcuna si è fermata a causa degli infortuni, ma nessuna lo ha fatto per scelta. La sua esperienza è stata davvero unica: per questo credo che rimarrà in cima a lungo, sa cosa c'è al di fuori del tennis.

Inoltre non ha perso l'entusiasmo, vuole migliorare giorno dopo giorno”. In realtà, quando decise di tornare a giocare, non aveva idea di cosa le potesse riservare il futuro. “Quando ho iniziato a colpire di nuovo una palla da tennis, nel febbraio 2016, ho anche iniziato il percorso con il mio allenatore Craig Tyzzer.

Volevamo metterci alla prova, capire cosa fossimo capaci di fare”. In appena tre anni, ha dimostrato di essere capace di tutto: ma ciò che la rende speciale, una vera campionessa, è che non misura il suo successo in base ai titoli WTA o al numero accanto al suo nome.

“È cambiato quello che c'è intorno a me, ma non il modo in cui vivo – racconta la ragazza che compirà 24 anni il prossimo 24 aprile – sono la stessa, identica persona. C'è solo un numero diverso accanto al mio nome, ma questa è la cosa più bella del mio viaggio: non sono cambiata di una virgola”.

Anche per questo, è istintivo schierarsi dalla sua parte. Se anche dovesse ritirarsi domani, “Ash” potrebbe essere fiera del suo percorso. Ma non succederà, e adesso c'è da far emozionare gli australiani. Stanno aspettando da 42 anni, hanno voglia di festeggiare (anche) in casa. Sarebbe ora.