Caro 2020, due pazzi come questi non potrai mai averli...



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Caro 2020, due pazzi come questi non potrai mai averli...

È iniziato un nuovo decennio. La terza decade del ventunesimo secolo sarà la prima interamente digital: se è vero che nel 2010 la tecnologia faceva già parte delle nostre vite, c'era ancora qualche rimasuglio del mondo analogico.

Basti pensare ai numeri ancora modesti di Youtube, Facebook e Twitter, senza contare che Whatsapp era appena nato e Instagram avrebbe mosso i primi passi nell'ottobre 2010. La digitalizzazione del mondo ha portato una serie di conseguenze, tra cui – paradosso - una grande limitazione alle forme espressive.

Cose che un tempo erano accettate, oggi non lo sarebbero più. Non sappiamo se sia un bene, di certo è un fatto. Nel tennis viviamo in un'epoca gestita da addetti stampa, presunti esperti di comunicazione e “cani da guardia” che appiattiscono la comunicazione e i rapporti umani.

È l'epoca in cui Djokovic e Federer, che non si amano, hanno giocato un doppio insieme in Laver Cup. Pensate che McEnroe avrebbe mai fatto coppia con Lendl, o magari con Connors? Con una piccola vena nostalgica, smaltita la sbornia dell'ultima notte del decennio, vi raccontiamo una storia che oggi non sarebbe possibile.

È la storia del Tennis-Wrestling, o magari Tennis-NFL, portato nel cuore degli anni 90 dai fratelli Luke e Murphy Jensen. Una storia che ben rispecchia quel decennio, uno dei più belli e creativi che si ricordino.

Nel 2020, difficilmente Luke e Murphy troverebbero spazio nel mondo del tennis. Rispettivamente classe 1966 e 1968, cresciuti a Ludington, paesucolo di 8.000 abitanti nel cuore del Michigan, hanno preso a calci le convenzioni del tennis e hanno cercato di tramutarlo in spettacolo.

Il miracolo è stato possibile grazie a una profonda intesa e a un exploit ancora oggi inspiegabile. I due erano ottimi doppisti (soprattutto Luke), ma la loro carriera racconta di 25 Slam in coppia. Tanti primi e secondi turni, nessun exploit di rilievo...

Non fosse per quel folle, illogico e clamoroso Roland Garros 1993. Figli di Howard, ex giocatore dei New York Giants, avevano iniziato con il football americano. Erano bravi, si distinguevano anche nelle competizioni nazionali.

Ma il padre si mise in testa di avvicinarli al tennis. Lesse un mucchio di manuali e, autodidatta, fu il loro primo maestro, nel campo costruito nel cortile di casa. Ludington aveva appena 3 campi da tennis: per risolvere il problema, Jensen Sr.

Pensò bene di realizzarne uno privato. Ci teneva da matti, al punto da spalare la neve al mattino mentre i figli erano a scuola, per permettere loro di giocare anche nelle stagioni più fredde. E pazienza se era ghiacciato e dunque scivoloso.

Tra l'altro, aveva la recinzione solo su uno dei quattro lati: ergo, se la palla volava via (e succedeva spesso), dovevano correre per i boschi per recuperarla. Nel frattempo, mamma Patricia (che poi sarebbe stata la loro manager) trovò un modo originale per migliorare la coordinazione dei quattro figli (c'erano anche le ragazze Rebecca e Rachel, anche loro diventate discrete tenniste): li iscrisse a un corso di tip tap per migliorare il loro gioco di gambe.

Il più talentuoso era Luke: da ragazzino, in singolare, batteva gente come Agassi e Becker. Poi smise di giocare per andare all'università, peraltro alla USC, meno prestigiosa di altre franchigie che avrebbero fatto carte false per averlo.

All'epoca lo facevano in pochi e, col senno di poi, la sua carriera da singolarista è morta sui libri. Diventato professionista nel 1987, a 21 anni, ben presto capì che la sua unica speranza era il doppio.

Percorso simile anche per Murphy, il quale sostiene – senza mezzi termini – che il biennio al college abbia rovinato il suo tennis. Le loro vite sono cambiate nel 1993, quando hanno iniziato a giocare insieme. Fu Luke ad avvicinarsi al fratellino: gli diedero del pazzo.

In effetti era un doppista affermato, mentre Murphy faticava a emergere. In effetti, le cose non iniziarono troppo bene. Un mese prima del Roland Garros, la coppia stava per sfaldarsi. “Trovati qualcuno più forte di me” disse Murphy.

In tutta risposta, Luke gli fece un discorso motivazionale tipo quelli dei coach NFL. Portava sempre con sé un paio di nastri (ah, il mondo analogico...) con colonne sonore e frasi motivazionali. “Credevo in Murphy molto più di quanto lui credesse in se stesso” ricorda Luke, il quale aggiunse che avrebbe continuato a giocare col fratello anche se fosse sceso al numero 1000 ATP.

“Non avrò nessun compagno al di fuori di te”, disse con fare quasi mistico. Le cose migliorarono all'improvviso. A Roma batterono Hlasek-Rosset al primo turno, salvo poi spingersi in semifinale. Prima di Parigi transitarono a Bologna, centrando la loro seconda finale nel circuito maggiore.

Una volta sbarcati a Parigi, senza essere teste di serie, Luke disse al fratello “Possiamo vincere il torneo”. Murphy gli rispose che era pazzo, che lui era contento anche solo di esserci. È iniziata una fiaba: due vittorie folli ai primi due turni (12-10 al terzo contro Bauer-Nelson e Steeb-Novacek), altra battaglia contro Pearce-Talbot, poi un fantastico match sul Campo 1 contro Ivanisevic-Leconte (di cui è rimasta traccia su Youtube).

Curiosamente, l'unico match in due set arrivò in semifinale, contro i vincitori di Monte Carlo Edberg-Korda. In finale trovarono i tedeschi Goellner-Prinosil, che nel loro percorso si erano sbarazzati di Woodbridge-Woodforde.

Fu un match folle, in cui i Jensen rimontarono da 0-3 nel terzo, poi riuscirono a chiudere tra mille timori (e due doppi falli di Murphy nell'ultimo game). La leggenda dei Jensen Brothers è iniziata lì, nel giorno del 49esimo anniversario dello Sbarco in Normandia.

Qualche giorno prima, Luke l'aveva giurata al fratello. “Se vinciamo, ti sbatto a terra tipo Hulk Hogan. Sarà la più grande celebrazione di sempre”. Detto, fatto. Dopo il matchpoint, anziché abbracciarlo, gli ha rifilato una gomitata sulla mascella, procurandogli una piccola frattura e una leggera commozione cerebrale.

Mentre i tedeschi si recavano a rete per la stretta di mano, Murphy urlò al fratello: “Ti avevo detto di non farmi male!”. Non strinse la mano all'arbitro, prese le sue cose e stava per uscire dal campo.

Non ricordava, o forse non sapeva, che c'era la premiazione sul campo e che gli avrebbero consegnato la coppa intitolata a Jacques Brugnon. Di quel pomeriggio restano più ricordi che immagini, ma in fondo va bene così.

Grazie a quel successo divennero i “clown” ufficiali del circuito. Grandi appassionati di Harley Davidson, al torneo di Los Angeles ebbero la possibilità di entrare in campo con la moto. Prima di Parigi avevano un contratto solo con Prince per le racchette e con il brand di occhiali Oakley: quel successo convinse Adidas a investire su di loro.

In quel momento, il marchio franco-tedesco era considerato “per vecchi”. Tanti giovani non lo conoscevano, pensavano fosse una marca per i loro genitori, così i dirigenti pensarono bene di svecchiarne l'immagine con questi due pazzi che scelsero di giocare con calze e scarpe nere, con un teschio e ossa incrociate disegnati su ogni lato dei calzini.

Sul retro delle scarpe, il numero 42, in onore a Ronnie Lott, grande giocatore dei New York Nets. Era un periodo un po' strano per il tennis: esaurita l'epoca delle grandi rivalità, non c'erano molti personaggi.

Il più intrigante era Andre Agassi, ma il suo impegno non era costante. Sampras era considerato moscio, Courier poco meglio, gli europei non tiravano granché. Persino Sports Illustrated arrivò a pubblicare uno degli articoli più famosi di sempre: “Is Tennis Dying?”, in cui ci si domandava se il nostro sport fosse prossimo alla morte.

In un contesto simile, l'arrivo dei Jensen fu accolto come una panacea, al punto che la loro popolarità travalicò i confini dello sport. Rilasciarono interviste persino con People Magazine e, udite udite, con Rolling Stones!

D'altra parte avevano una viva passione per la musica e avevano messo in piedi una band con Patrick McEnroe e Jim Courier. “In effetti il tennis è un po' fermo – diceva Luke – con Connors, Lendl, McEnroe e Borg c'erano grandi rivalità, anche i non appassionati seguivano i loro match perché sapevano che prima o poi sarebbe successo qualcosa.

Adesso sono tutti gentiluomini, ma il pubblico vuole un po' di clamore”. Loro erano pronti a darlo, con atteggiamenti e manifestazioni plateali. Spesso puntavano il dito contro gli avversari, manco fossero pistoleri del Far West, o magari campioni di wrestling.

A rendere il tutto ancora più divertente, il fatto che Luke fosse ambidestro. Serviva con la medesima efficacia con entrambe le mani, fino a guadagnarsi il soprannome di “Dual Hand Luke”. “Ma guardate che facciamo così per danneggiare gli avversari – ammetteva Murphy – li vogliamo spaventare.

Per noi il tenns non è lo sport dei gesti bianchi, noi portiamo soltanto sporcizia e sangue. Il pubblico vuole vedere la maglia rovinata. E noi siamo fuori controllo”. La storia ci ha detto che non erano così forti (sono stati al massimo n.10 e 17 nel ranking ATP di doppio), e tanti avversari hanno trovato il modo di disinnescare le loro buffonate.

Anche per questo, forse, erano benvoluti nello spogliatoio. Pensate che in quel magico 1993 non poterono giocare il Masters 1000 di Montreal per un tecnicismo e i colleghi, guidati da Andre Agassi, organizzarono una petizione per riammetterli.

Non andò bene, ma l'episodio rende bene l'idea. Erano totalmente pazzi: avevano costruito una sorta di pistola d'acqua fatta in casa, ma molto precisa, con cui si divertivano a innaffiare qua e là.

Una volta presero di mira persino le guardie del corpo del presidente francese Francois Mitterrand. Pensate se una cosa del genere succedesse oggi a Emmanuel Macron... Semplicemente, non sarebbe possibile. E nel caso ci sarebbero precise conseguenze.

Prendevano di mira anche i colleghi, compresi i più forti: McEnroe, Agassi... chi prese male le loro burle, ovviamente, fu Ivan Lendl. L'epopea dei Jensen Brothers sarebbe durata qualche anno, spegnendosi lentamente.

I risultati non hanno supportato i loro personaggi e via via hanno fatto sempre meno notizia, anche per le vicissitudini personali di Murphy. Persona sensibile, si è trovato in un mondo più grande di lui. Diede i primi segni di cedimento nel 1995, quando si addormentò durante un match a Nottingham e poi “scomparve” per un paio di giorni durante Wimbledon.

In preda allo stress, andò a pescare senza dire niente a nessuno, scatenando ricerche degne di “Chi l'ha Visto”. Poi si sarebbe infilato nel tunnel dell'alcol e della droga, uscendone a fatica dopo la nascita del figlio William.

Di recente, nel 2016, ha confondato la piattaforma Weconnect, pensata per aiutare i pazienti a recuperare dalla dipendenza dopo il trattamento. Oggi è ancora legato al tennis nelle vesti di capitano dei Washington Kastles, una delle squadre più forti del World Team Tennis americano.

Da parte sua, Luke è diventato commentatore per ESPN sin da quando era ancora in attività, e anche lui è stato a lungo coach della squadra femminile di Syracuse. Al di là di quello che è successo dopo, e dei guai vissuti da Murphy, dei Jensen Brothers rimane il ricordo po' sbiadito di un'epoca meno buonista, in cui un pizzico di follia era accolta nel modo giusto, senza che fossero emarginati da un mondo che oggi, invece, farebbe fatica ad accettarli.

In fondo, sono stati figli del loro tempo. Due ragazzi, poi tennisti, infine uomini, che hanno individuato uno spazio in cui infilarsi, quando era ancora possibile. Quello spazio, oggi, non esiste più. Ed è un peccato.