Koepfer: "C'è chi si vende le partite perché è disperato..."


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Koepfer: "C'è chi si vende le partite perché è disperato..."

C'è da essere orgogliosi per i riconoscimenti ottenuti da Matteo Berrettini e Jannik Sinner, rispettivamente nominati “Most Improved Player” e “Newcomer of the Year” dall'ATP. Premi meritati, raccolti a suon di successi.

Se avesse vinto qualche match in più dopo lo Us Open, tuttavia, Dominik Koepfer avrebbe meritato di essere preso in considerazione. Il suo exploit a New York, iniziato con i crampi al primo turno contro Munar, sublimato dal match perfetto contro Basilashvili, e interrotto solo da Daniil Medvedev, ha fatto conoscere una storia interessante, nata per caso.

Il possente tedesco (180 centimetri per 79 kg) non aveva particolari ambizioni, al punto da alternare tennis, golf e sci (d'altra parte, nella Foresta Nera ci sono cinque mesi all'anno di neve). Senza un particolare background, provò ugualmente a proporsi all'università americana.

La svolta è arrivata quando Tim Booras, coach della Tulane University, si è recato in Germania apposta per vederlo giocare. Convinto dalle sue qualità, lo ha caricato con sé sul primo aereo. Da allora sono passati sette anni e gli Stati Uniti sono ancora la base di Dominik (“Preferisco lo Us Open a Wimbledon.

In Gran Bran Bretagna c'è un'atmosfera fantastica, ma negli USA mi piace di più: c'è sempre qualcosa da fare”). Anche nel periodo di offseason ha rinunciato a un viaggio in Germania, preferendo le palme e il caldo della Florida all'abbraccio dei genitori, accogliente, ma disponibile solo nella fredda Furtwangen.

Oggi è numero 94 ATP e ha appena ultimato una preparazione colma di entusiasmo, spalmata su tre sedi di allenamento: Saddlebrook (nei pressi di Tampa), la IMG Academy di Bradenton e il Centro USTA di Orlando. Da quelle parti trova ottimi sparring, con i quali ha potuto prepararsi sotto lo sguardo dei coach Rhyne Williams e Billy Heisser.

A Saddlebrook c'è anche Alexander Zverev, oltre a Hubert Hurkacz e Peter Polansky. “Quando Sascha ha bisogno di giocare qualche punto, può capitare che mi chiamino – dice Koepfer – ma per il resto mi sono allenato soprattutto con Hurkacz”.

L'Australian Open sarà il suo terzo Slam di fila dopo Wimbledon e Us Open. E sarà la base per centrare gli obiettivi stagionali: “Nel 2020 vorrei entrare tra i top-50 ATP e giocare sui campi principali di tutti gli Slam”.

C'è ancora un po' di sano incanto nelle sue parole. D'altra parte, l'approccio ai professionisti non era stato facile. Si portava dietro un po' di cattive abitudini, soprattutto alimentari, e faticava nei tornei minori.

In questo senso, l'aiuto di coach Williams è stato fondamentale. E così il suo soprannome, “Pitbull”, adesso non è legato soltanto al suo comportamento così emotivo in campo, ma a un fisico compatto, forgiato da ore di palestra.

Pur amando gli Stati Uniti, mantiene il suo legame con la Germania andando ogni tanto in un ristorante tedesco a Tampa, in cui addenta una saporita cotoletta. A proposito di Germania, è stato convocato per le Davis Cup Finals di Madrid, ma non ha giocato neanche un punto.

“Nessun problema, me lo aspettavo – ha raccontato in un'intervista con DPA, principale agenzia di stampa del suo paese – era normale che giocasse Kohlschreiber, in virtù della sua esperienza. Ha giocato più di 30 partite per la Germania, poi ha vinto i primi due singolari e dunque è diventato impossibile prendere il suo posto.

Non sono rimasto deluso perché me l'aspettavo”. Nonostante i risultati così così dopo lo Us Open (“Le ragioni sono un po' fisiche e un po' mentali, non è facile adattarsi a una nuova dimensione: per questo ho scelto di chiudere la stagione a Shanghai”), la sua popolarità è cresciuta a dismisura.

Il termometro per capirlo è la grafia del suo cognome: sempre più giornali tedesci scrivono correttamente “Koepfer” dopo aver scritto per anni “Köpfer”. “In effetti hanno sempre scritto un po' come vogliono, ma non è un problema.

Non mi dà certo fastidio”. Il tedesco è convinto che le dure esperienze nel mondo college siano state un aiuto per il circuito ATP, anche per affrontare le bizze del pubblico. Anzi, nel campionato NCAA è più frequente trovare situazioni particolari.

A Flushing Meadows ha giocato sul Louis Armstrong, assistendo in prima fila alla diatriba tra Daniil Medvedev e il pubblico americano, ma quando giocava per Tulane succedeva un po' di tutto. “Certo, magari può capitare che un giocatore lanci l'asciugamano, che ci sputa dentro.

Non è certo il massimo, ma ci si abitua. Capita poi che intorno ci sia un po' di confusione, anche quello impari a gestirlo. E questo sicuramente mi sta aiutando molto adesso. Ci sono tanti ragazzi dai college che osservano quello che succede, può capitare che ogni tanto si perda il controllo”.

C'è un aspetto, tuttavia, in cui il circuito ATP è decisamente più duro rispetto al college: devi fare tutto da solo e le spese sono enormi. Al contrario, al college fai parte di una squadra e ci sono tutte le comodità del caso.

“Può capitare di essere geloso perché basket e football americano attirano molto più pubblico – riflette Koepfer – però è un bene che ci siano, perché gli introiti generati dai due sport principali finanziano tutti gli altri.

Senza basket e football non ci sarebbe il clima professionale di cui ho goduto per anni. No, non ho mai avuto nessun tipo di invidia”. In effetti, al college aveva tutto a disposizione: un head coach, due tecnici fissi, assistente, fisioterapista e preparatore atletico...

il tutto a costo zero. Nel tour è tutto diverso: anche per questo, può capitare di cadere in tentazione. L'ultimo filone di indagine sui match truccati arriva proprio dalla Germania. Secondo quanto rivelato da WELT e ZDF, 135 tennisti sarebbero sotto indagine.

Tra loro ci sarebbero anche tedeschi e un top-30 ATP. Koepfer ha ribadito di non essere mai stato avvicinato per truccare una partita, ma che nel circuito è pieno di “disperati”. “Che possono vedere nella corruzione l'ultima chance per continuare a giocare a tennis.

Io sono stato molto fortunato ad avere il sostegno dei miei genitori e dell'università, ma non è stato così per tutti”. Eh sì: tra gli effetti benefici dell'università c'è anche un clima che tiene a debita distanza da certe situazioni.

“Pitbull” Koepfer ha visto entrambi gli estremi, e forse proprio per questo sta vivendo nel modo giusto la sua nuova dimensione. Di certo non ha perso l'umiltà: inizierà il 2020 giocando due Challenger (Canberra e Bendigo) prima di recarsi all'Australian Open. I grandi traguardi si raggiungono piano piano, partendo dal basso.