Dalle Piramidi al tennis, via Pepperdine: la grande storia di Mayar Sherif



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Dalle Piramidi al tennis, via Pepperdine: la grande storia di Mayar Sherif

Appena un anno fa, Mayar Sherif si trovava a casa insieme alla sua famiglia. La TV trasmetteva una partita di tennis. In quel momento, la giovane egiziana era priva di classifica WTA. Aveva abbandonato il circuito per frequentare l'università negli Stati Uniti.

Mentre lo schermo mostrava immagini scintillanti da uno splendido campo centrale, la zia le disse: “Ehi, Mayar, ma quando avrò la possibilità di sedermi nel tuo box?”. “L'anno prossimo, tranquilla”.

A una risposta del genere, la sorella di Mayar non ha saputo trattenere un'esclamazione. “Ok, ok... sogna pure”. Un anno dopo, l'egiziana non ha ancora messo piede sul centrale di uno Slam, ma è entrata tra le top-200 WTA e si appresta a giocare il suo primo Slam: dal prossimo 14 gennaio, infatti, giocherà le qualificazioni dell'Australian Open.

Mayar ha coronato un piccolo sogno perché, a differenza di tanti connazionali, non ha mai perso fiducia. Sognare è facile, mantenere fede nei propri mezzi è meno banale. “Per noi non è facile credere in se stessi – racconta – quando vediamo il grande tennis in TV, i grandi giocatori e il loro ambiente...

sembra tutto maledettamente lontano. In realtà non è così”. La scorsa settimana, la Sherif si è misurata con Kristina Mladenovic in un torneo ITF a Dubai: ha raccolto tre game, ma è stata l'ennesima tappa di un percorso di avvicinamento al grande tennis.

Diventare una buona tennista da un Paese come l'Egitto è molto complicato. Chi segue il circuito maschile, ben conosce le difficoltà e gli ostacoli fronteggiati da Mohamed Safwat, poi capace di arrivare a sfidare Dimitrov sul centrale del Roland Garros.

La Sherif ha intrapreso un percorso diverso: si è spostata negli Stati Uniti, laddove ha conseguito la laurea in Medicina dello Sport presso la Pepperdine University. Forte di un notevole bagaglio culturale e buone prospettive di carriera, nel 2019 ha ripreso a dedicarsi al tennis a tempo pieno.

In appena dieci mesi ha raccolto ben 71 vittorie, arrampicandosi fino al numero 189 WTA (oggi è in 194esima posizione). Risultato storico: mai nessuna egiziana si era spinta così in alto. Il momento migliore l'ha vissuto da aprile a luglio, in cui ha vinto 26 partite di fila, peraltro con una striscia vincente di 45 set.

“Mi aspettavo di arrivare dove mi trovo adesso, anzi, anche meglio, però non immaginavo che sarebbe accaduto tutto così in fretta – ha raccontato in un'interessante intervista con il The Nationalquando hai fame di partite, di vittorie, di raggiungere certi obiettivi...

vuoi vincere. E io avevo fame. Una volta raggiunta la forma ideale, il tennis c'era. Avevo solo bisogno di ritrovare la forma e la fiducia. Appena sono arrivate, ho iniziato a volare”. Il punto di partenza non era dei migliori: pur sfruttando la possibilità di giocare nel proprio Paese, nei tanti tornei organizzati a Sharm El Sheikh, era reduce da uno stop di cinque mesi per un infortunio alla spalla, ed era fuori forma.

Il suo ultimo torneo professionistico risaliva al 2017, anche se all'Università aveva fatto grandi cose, scrivendo una piccola pagina di storia della Pepperdine University: è diventata la seconda giocatrice nella storia della franchigia a spingersi in semifinali agli NCAA Championships.

Intascata la laurea ha preso contatto con Justo Gonzalez, tecnico spagnolo con cui aveva lavorato parecchi anni fa durante una preparazione invernale ad Alicante, presso l'accademia di Juan Carlos Ferrero. Ricordava che Gonzalez aveva sempre creduto in lei, sin da quando entrava tra le top-50 nel ranking junior.

Nel 2013, tra l'altro, era con lei quando vinse il suo primo torneo ITF. Oggi Gonzalez lavora ad Elche, nuova base di allenamento dell'egiziana. “Mi dedica molto tempo, molta passione, e mi allena con il cuore.

Non è facile trovare una persona del genere: non vede come business il lavoro con me”. Con queste premesse, l'accordo era inevitabile: i due viaggiano insieme, a tempo pieno, dallo scorso aprile. “Ha un ruolo fondamentale, la capacità di darmi moltissima fiducia”.

Di lei, il coach spagnolo dice che si tratta di una persona speciale, dotata di un raro talento mentale. “Sta lontana dai social ed è totalmente concentrata su quello che deve fare”. La famosa self-confidence è stata messa a dura prova quando i due sono andati a Rabat per gli African Games.

A parte il prestigio dell'evento, c'era in palio un posto alle Olimpiadi di Tokyo 2020 (con l'unica clausola di essere tra le top-300 WTA nella classifica dell'8 giugno 2020). La Sherif è stata vittima di un'infezione e ha giocato tutto il torneo imbottita di antibiotici, ma alla fine ce l'ha fatta: medaglia d'oro e Tokyo in saccoccia.

Lei e Safwat saranno i primi tennisti egiziani a partecipare alle Olimpiadi. “Alla vigilia del torneo sapevo che dovevo vincere, è stata una fonte di pressione. Sapevo di essere la miglior giocatrice in campo, quindi mi aspettavo di vincere – racconta la ragazza nata al Cairo – giocare con questa pressione, con tanto in palio, le Olimpiadi, la storia...

è stato qualcosa di diverso. Non c'ero abituata" Con il medesimo spirito vivrà l'esperienza all'Australian Open, cercando di affrontarlo come se fosse un torneo qualsiasi. “Non vorrei che diventasse troppo nella mia testa, non devo pensare: 'Wow, sto giocando uno Slam'

Facessi così, mi esploderebbe la testa”. L'obiettivo per il 2020, inevitabile, è un piazzamento tra le top-100. “Tuttavia non è quello il traguardo finale, perchè so di avere le qualità per salire ancora più in alto.

Magari avrò una cattiva stagione, ma la cosa più importante è la consapevolezza di poter competere ad alti livelli. Magari succederà subito, o magari più in là. Ciò che conta è migliorare, giorno dopo giorno, senza accontentarmi”.