Grazie Xavi: ecco come Paula Badosa ha battuto la depressione


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Grazie Xavi: ecco come Paula Badosa ha battuto la depressione

Nel suo fantastico “Open”, Andre Agassi descrive un metaforico pozzo senza fondo. Lo avverti quando da giovane raggiungi vette importanti, poi inizi a cadere e non sai quanto può essere profonda (e dolorosa) la caduta.

Anni dopo, Paula Badosa ha vissuto una sensazione identica. Il suo personale Everest risale a quattro anni fa, quando le dissero che sarebbe diventata la nuova Sharapova: lei, 18enne spagnola, ragazza avvenente, aveva abbracciato le aspettative.

Non sapeva quanto sarebbe stata dura sopportarle. “Chi ti guarda da fuori è convinto che tu sia fortunata a fare ciò che fai – racconta oggi Paula, numero 98 WTA – in effetti è così, ma la pressione è tremenda.

E le cose si fanno ancora più dure se non confermi le aspettative”. Se poi sei una persona sensibile, al di là degli occhi di ghiaccio che lascerebbero intendere ben altro, il rischio depressione è dietro l'angolo.

“Le paure esterne si trasferiscono sul campo – racconta – il tennis è la mia vita, sin da quando avevo sette anni. Non c'è stato un solo giorno in cui non abbia pensato al tennis. E la gente avverte che non stai soddisfando il tuo sogno.

Sorgono i primi dubbi, c'è rabbia. Pensi di non essere brava come immaginavi”. Le attese erano altissime: nel 2015, mentre Serena Williams vinceva il torneo delle big, la Badosa si imponeva al Roland Garros junior.

In un Paese di grande tradizione come la Spagna, le hanno riversato addosso aspettative irreali, tipo entrare tra le top-10 l'anno dopo. Lei non era preparata e si è persa. Quattro anni dopo, grazie al paziente aiuto di Xavi Budo (storico allenatore di Carla Suarez Navarro), si è ritrovata e ha settato le aspettative non più sulla fantasia, ma sulla realtà.

E la realtà è difficile: Paula ha dovuto combattere fino all'ultima goccia di sudore per chiudere l'anno tra le top-100 e assicurarsi l'ammissione diretta all'Australian Open. Una finale in Giappone e un semifinale in Lussemburgo (entrambi tornei ITF) le hanno permesso di raggiungere l'obiettivo.

Ma facciamo un passo indietro. Le cose erano iniziate alla grande: dopo il trionfo a Parigi, ricoperta di sponsor, ha colto il terzo turno a Miami ed è rapidamente salita al numero 180 WTA. “Vuoi vedere che avevano ragione?” aveva pensato.

In quel momento è iniziata la caduta. Numero 314 WTA nel 2016, numero 247 nel 2017. Impelagata nei tornei minori, non otteneva risultati di rilievo. “Non riuscivo a uscire dal fosso. Sono stata costretta a prendermi un periodo di pausa per ritrovare un po' di felicità.

Mi sono venute ansia e depressione. Poi ho telefonato a Xavi Budo: il suo aiuto mi ha cambiato la vita”. Oltre ad essere un grande tecnico (oltre alla Suarez, ha dato una mano importante a Garbine Muguruza), ha un notevole spessore umano.

“Per qualche anno, Paula ha vissuto su una nuvola. La sua era una vita irreale – racconta – alla fine, il personaggio ha fagocitato la persona. Quando mi ha chiamato, mi sono accorto che il giocattolo si era rotto.

Era in preda di un'ansia indescrivibile. Altro che tennis: si era dimenticata di essere una persona”. Le avevano detto che sarebbe diventata la Sharapova spagnola, dandole una percezione completamente sballata della realtà.

“Parliamoci chiaro – continua Budo – quando hai 18 anni ti preoccupi di apparire bello su Instagram, diventi superficiale. Nel tennis, invece, è fondamentale essere profondi. A 18 anni, Paula aveva un appartamento tutto suo.

Oggi è dura riuscirci per la maggior parte dei 35enni... Ti basta ricevere 10.000 like sui social e pensi che tutti siano dalla tua parte, che tutto ti sia dovuto. Balle: soltanto i primi cento possono vivere di tennis”.

Quanto successo alla Badosa, dunque, era tragica normalità. In tre anni si era ritirata o aveva dato forfait a quasi la metà dei suoi tornei. Parlava di infortuni, ma in realtà era paura di perdere. Nel settembre 2018 ha trovato il coraggio di fare la telefonata della svolta.

Nella prima conversazione, disse a Budo che aveva perso ogni ambizione, che non si vedeva più come tennista, che piangeva tre ore al giorno e non vedeva alcun futuro. “Come prima cosa l'ho allontanata dal campo da tennis – spiega Budo – le ho detto che non ci saremmo allenati fino a quando non avrebbe messo ordine alla sua scala di valori.

Era una ragazza di 20 anni, ma la sua autostima era a terra. Aveva immaginato di diventare una tennista d'elite: non riuscendoci, la sua vita non aveva più senso. Nella prima settimana siamo andati a correre in spiaggia o in montagna e le ho detto: 'Voglio che il tuo volto e il tuo sguardo riprendano a brillare'”.

Il piano ha funzionato alla perfezione: già qualche mese dopo, in Australia, ha confidato al suo allenatore di sentirsi strana perché non piangeva da parecchio, che il tennis aveva ripreso a piacerle. Adesso è la numero 4 di Spagna, aiuta i bambini meno fortunati (soltanto qualche giorno fa è andata a trovarli in un ospedale pediatrico di Barcellona) e ha una visione complessiva che non si limita al tennis”.

Proprio adesso è il momento giusto per iniziare a parlare di dritti, rovesci, o magari della volèe da migliorare. Liberatasi dalle sovrastrutture mentali che l'avevano fatta cadere nel pozzo, ha vinto parecchie partite (si è qualificata a Wimbledon e Us Open, è giunta in semifinale al WTA di Palermo e si è aggiudicata un torneo ITF in Giappone).

Adesso si sta preparando per un 2020 che in cui dovrà stabilizzarsi tra le top-100 e magari mostrare quel valore che da ragazzina l'aveva portata tra le top-10 Under 18. Tra l'altro, nella sua scalata al titolo parigino battè in semifinale Marketa Vondrousova, la stessa che quest'anno è arrivata in finale tra le grandi.

Oggi, quel traguardo non è più un'ossessione. È uno stimolo che può dare solo una carica positiva.