"I giocatori vogliono più soldi? Facile urlare, ma in realtà..."


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"I giocatori vogliono più soldi? Facile urlare, ma in realtà..."

Si parla spesso del Player Council, il mini-consiglio che tutela gli interessi dei tennisti. Si parla meno dell'altra parte della barricata, eppure il Consiglio d'Amministrazione dell'ATP è equamente suddiviso.

Oltre al presidente e ai tre rappresentanti dei giocatori, ci sono tre elementi che curano gli interessi dei tornei, altrettanto importanti per la sopravvivenza dell'ecosistema tennis. Al tavolo che conta, in questo momento, siedono Gavin Forbes, Charles Smith e l'austriaco Herwig Straka.

Quest'ultimo, 53 anni, austriaco, laureato in legge e finanza, è una delle figure più capaci del panorama. Non a caso è in sella dal 2010. Oltre a dirigere il torneo ATP di Vienna è anche manager di Dominic Thiem, dunque conosce bene le esigenze di entrambe le parti.

In una recente intervista con il Neue Zurcher Zeitung ha svelato alcuni retroscena sulle politiche ATP: vale la pena ascoltarlo perché solitamente sono i giocatori a utilizzare i mezzi di comunicazione per lamentarsi, sbraitare, parlare di “giustizia” in nome di un obiettivo ben preciso: ottenere più soldi.

Quando gli hanno ricordato che i montepremi del circuito ATP sono aumentati del 50% negli ultimi dieci anni, la sua opinione è stata tranciante. “I giocatori si lamentano non perché non guadagnano abbastanza, ma perché non hanno fiducia negli organizzatori.

Credono che non gestiamo il denaro in modo responsabile. Pensano che facciamo soldi alle loro spalle, ma non è vero. E non è vero che i montepremi sono aumentati del 50%: siamo intorno all'80%”. A supporto della sua tesi, cita le opinioni di personaggi che sono passati dall'altra parte della barricata: Guy Forget, Richard Krajicek e Michael Stich sono (o sono stati) direttori di tornei e si sono resi conti di certe complessità che, da giocatori, non comprendevano.

Straka menziona il suo cliente Thomas Muster, il quale “non si capacita” dell'atteggiamento dei tennisti. “Il fatto è che adesso va di moda urlare e dire che hanno bisogno di più soldi”.

I giocatori si lamentano della scarsa percentuale a loro destinata sul fatturato complessivo dei tornei (calcolata sulla base del 14% negli Slam), mentre in altre leghe professionistiche intascano molto di più. Le cose sono più complesse, e l'ATP sa bene cosa succede in campionati come NBA ed NFL.

Non è così automatico paragonarli al tennis. Per esempio, se negli sport di squadra gli atleti sono tutelati dalle società, ma non possono stabilire la programmazione della propria squadra, i tennisti sono liberi professionisti che possono decretare il successo o meno di un torneo.

Basta un forfait per mandare all'aria i progetti di un organizzatore. “Vienna ha una buona data – dice Straka – l'unico svantaggio è che siamo a fine stagione e i tennisti sono stanchi. Quest'anno abbiamo incassato cinque forfait dell'ultim'ora.

Il calendario è affollato, ma finchè i tornei sono autosufficienti non credo che ci saranno cambiamenti”. Se i grandi eventi godono di buona salute, non si può dire altrettanto dei più piccoli.

“Intanto non è vero che i tennisti giocano troppo – prosegue Straka – in passato era quasi la norma giocare 30 tornei all'anno, oggi il tennis è più faticoso e si gioca meno. I primi a pagare questa situazione sono gli ATP 250.

Stiamo cercando soluzioni per renderli interessanti, rappresentano una componente importante del nostro sistema, ma è illusorio pensare che i top-10 li giocheranno con regolarità”. Pochi “250” vanno bene, c'è chi sopravvive perché ha scopi soprattutto turistici (Straka fa l'esempio di Umago e Bastad), ma ce ne sono diversi che boccheggiano.

Per questo, l'ATP sta pensando a un possibile fondo di solidarietà per dare una mano ai tornei in difficoltà. “Il denaro è sempre una soluzione, però non risolve la causa”. C'è poi l'eterna questione del conflitto tra ITF e ATP, sfociato nel dualismo tra Coppa Davis e ATP Cup.

Oltre a condividere l'opinione diffusa, ovvero che i due eventi non potranno convivere sul lungo termine, Straka svela un retroscena interessante. “L'ATP Cup era stata inizialmente pianificata insieme a Kosmos, poi loro sono passati all'ITF e alla Davis.

A quel punto, tuttavia, il progetto ATP Cup era troppo avanzato per essere eliminato”. Persa Kosmos, l'ATP ha trovato un partner di rilievo in Tennis Australia, che ha investito moltissimo sull'evento di Perth-Brisbane-Sydney.

Sullo sfondo c'è la Laver Cup, l'evento fortemente voluto da Roger Federer, che da quest'anno è stato inserito nel calendario ufficiale ATP. “L'abbiamo fatto perché ci piace l'idea di base.

Il format è interessante ed è meglio far parte di una buona idea, anziché combatterla. Quanto all'evento, scopriremo se sarà sostenibile soltanto dopo il ritiro di Federer”. In realtà si era diffusa un'indiscrezione: l'ATP avrebbe “accolto” la Laver Cup in cambio della promessa di Federer di giocare l'ATP Cup (non andrà così, anzi, sarà l'unico top-10 assente).

“Anch'io avevo sentito questa indiscrezione – dice Straka – in realtà non ci sono state trattative ufficiali in questo senso. Eravamo aperti nei suoi confronti perché in carriera ha fatto molto per l'ATP, adesso è tornato a impegnarsi nel Player Council, ma non c'era un accordo diretto con lui.

E comunque la formula dell'ATP Cup funzionerà anche senza Federer”. Dal 1 gennaio, l'ATP sarà diretta da Andrea Gaudenzi, che prenderà il posto del “dimissionato” Chris Kermode.

“In effetti l'anno è iniziato in modo turbolento, adesso la situazione si è normalizzata con l'arrivo di un nuovo presidente. Gaudenzi è un ex giocatore e quindi conosce le varie problematiche, inoltre ha grande esperienza nel settore dei nuovi media, che rappresentano un pilastro della nostra futura strategia.

Si è presentato, ha esposto le sue idee e ci sono piaciute molto”. Straka ha poi confermato l'indiscrezione che si ascolta da tempo, ovvero la separazione tra i ruoli di presidente e amministratore delegato.

Come è noto, qualche giorno fa si è fatto il nome di Massimo Calvelli per quest'ultimo ruolo. Quanto al format sperimentato alle Next Gen Finals, l'austriaco (uno a cui non manca l'inventiva: anni fa organizzò un'esibizione sul tetto di un centro commerciale) non si definisce tradizionalista, “però è difficile pensare di cambiare il gioco in modo radicale per abbreviare lo spettacolo.

Però qualcosa va fatto, perché un 20enne non rimane due ore davanti alla TV a guardare una partita di tennis”. Sul punto, forse, dovrebbe confrontarsi con Gilles Simon...