Serie A1, un Campionato da abolire. Al più presto


by   |  LETTURE 19674
Serie A1, un Campionato da abolire. Al più presto

I complimenti ai vincitori sono un obbligo. La dedica di Filippo Baldi al padre scomparso (il signor Leonardo era stato l'artefice principale del progetto, partito dalla Serie C) è la cartolina migliore della Serie A1 2019, vinta dallo Sporting Club Selva Alta di Vigevano tra gli uomini (nella foto in alto, by Marta Magni) e dal Tennis Club Prato tra le donne.

Merita un applauso anche il club toscano, capace di restare ai vertici dopo qualche tumulto dirigenziale che aveva portato a un apparente ridimensionamento. La tre giorni di Lucca, tuttavia, ha cementato una certezza che va avanti da quasi dieci anni: questa Serie A1 non serve a niente, non aiuta il territorio e – così com'è – può essere controproducente.

Se escludiamo i gruppi delle tifoserie (la più numerosa è arrivata proprio da Vigevano, spinta dall'entusiasmo della “prima volta”), nei dintorni del Palatagliate non ci sono stati certo problemi di ordine pubblico, nonostante ci fossero giocatori di buonissimo livello come Caruso, Hoang, Trungelliti, lo stesso Baldi e Marcora.

La verità è sotto gli occhi di tutti: la Serie A1 ha cessato di essere tale a causa degli inspiegabili e cervellotici regolamenti, in particolare l'incredibile obbligo di inserire due giocatori del “vivaio” nella formazione titolare.

Detto che il principio di “vivaio”, nel tennis, lascia il tempo che trova, per soddisfare il requisito basta aver tesserato il giocatore per almeno due anni fino agli Under 16. Che si alleni o no nel club di appartenenza, beh, non ha nessuna importanza.

Prendiamo il Park Genova: la corazzata ligure, soprendentemente battuta in semifinale da Vigevano, poteva schierare come “vivaio” due top-players come Gianluca Mager e Lorenzo Musetti. Nessuno dei due si allena al Park, come è normale (e giusto).

Tali norme sono state introdotte, gradualmente, una decina d'anni fa. Il motivo ufficiale era evitare che un singolo club, forte di un ipotetico potere economico, acquistasse i migliori e dominasse il campionato. Detto che la cosa in sé non avrebbe nulla di male (anzi, perché tarpare le ali di un ipotetico investitore nel mondo del tennis?), la storia del Campionato insegna che anche le più grandi corazzate hanno sempre dovuto tribolare per vincere lo scudetto.

Che poi si sussurrasse che i motivi reali fossero altri, beh, è un'altra storia. Oggi non ha più grande importanza. Qualche riga fa abbiamo scritto che la Serie A1 non serve a niente. Ma a qualcuno sì: ai giocatori, per esempio, che intascano gettoni di presenza mica male per mettere insieme qualche presenza.

Prendete il Campione di Onestà Marco Trungelliti (a proposito: è una vergogna che l'ATP non lo abbia neanche messo in nomination per il Premio Sportività del 2019): per stare lontano dall'odioso mondo della corruzione va a giocare le gare a squadre in giro per l'Europa, raccogliendo qualche soldo qua e là, anche a costo di rimetterci qualcosa nell'attività individuale.

Come lui, molti altri. La Serie A1 serve ai dirigenti di alcuni club per farsi belli con i soci e magari avere qualche credito da spendere al momento di farsi rieleggere. Serve anche alla TV federale SuperTennis, che in piena offseason può trasmettere tre giorni di tennis in diretta, anche se la diffusione di certe immagini non è esattamente uno spot edificante.

Di certo, non serve al tennis. A parte l'ammirevole impegno dei giocatori e delle squadre, con entrambe le finali giunte al doppio di spareggio, la tre giorni di Lucca non è stata una bella pubblicità. Come non lo erano state le finali di Rovereto, di Genova (unica città metropolitana che si era assunta il rischio di organizzarle: non a caso, ha mollato subito), di Montecatini e di Foligno.

Va così da quando è stata istituita la nuova formula, nel 2010. Le ultime finali degne di nota si sono giocate quando esisteva la vera Final Four, a Bra, con i match spalmati su quattro giorni (semifinali maschili su due giorni, finale femminile e poi finale maschile).

Non a caso, la cittadina piemontese aveva raccolto parecchio pubblico. Il nuovo format ha registrato un solo “sold out”, nel 2010, quando Francesca Schiavone onorò il suo impegno con il TC Viterbo. Quell'anno aveva vinto il Roland Garros.

La Serie A1 attuale non rappresenta l'eccellenza che, invece, dovrebbe garantire il massimo campionato nazionale. Con tutto il rispetto per due ragazzi di ottimi livello (e ai quali auguriamo le migliori fortune), non esiste – davvero, non esiste – che giochino un singolare scudetto Davide Dadda (2.4) e Giorgio Tabacco (16 anni e classificato 2.4, anche se il ragazzo è piaciuto moltissimo e il futuro è dalla sua).

In questa Serie A non c'è nessuna eccellenza, come certificato dal totale disinteresse dei media generalisti e sportivi, nonché di buona parte di quelli specializzati. In uno sport individuale e internazionale come il tennis, una competizione nazionale a squadre ha bisogno di essere ben pensata e ben organizzata per funzionare.

Il potenziale non mancherebbe: la A1, in piccolo, aveva la stessa funzione della vera Coppa Davis: portare il tennis in provincia, laddove i professionisti non avrebbero mai messo piede. Invece, fino alle semifinali, si vive una realtà da circolo appena migliore rispetto alle competizioni di A2, B e C.

Il frequentatore del club arriva e non ha la percezione che ci sia un grande evento (a parte lodevoli eccezioni, ci mancherebbe), e di tanto in tanto si cadeva nell'agghiacciante frase: dopo essersi affacciato in tribuna, chiedeva al vicino di posto: “Ehi, ma chi è il nostro?”.

Basterebbe prendere esempio dai campionati migliori: in Germania giocano d'estate, pagano bene, non mettono inutili paletti e i club tedeschi sono strapieni di pubblico in un clima entusiasmante. Tantissimi giocatori, anche top-20 ATP, ci concedono 2-3 weekend in Bundesliga.

Ma lavorano bene anche in Svizzera, per non parlare della Francia, laddove c'è il campionato più simile al nostro, con la differenza che il livello medio è più alto ed è compresso in tre settimane: quest'anno la Regular Season si è giocata dal 16 al 30 novembre, con turni infrasettimanali, in modo da non intralciare la programmazione individuale dei giocatori come accade alla A1 italiana, che si è trascinata dal 13 ottobre.

La situazione è ben descritta dall'impressionante disinteresse dei media: sui giornali nazionali di lunedì, la notizia del trivolore di Vigevano è stata data soltanto dal Corriere dello Sport e dal Giorno (quest'ultimo però aveva gioco, perchè c'è sempre uno spazio per il tennis lombardo, di cui Vigevano è esponente).

Neanche una riga su Gazzetta dello Sport e Tuttosport, mentre sul Corsport il pezzo di tre righe diceva testualmente così: “Primo scudetto maschile per lo Sporting Club Selva Alta Vigevano, che l'ha spuntata grazie al derby di spareggio contro lo il Circolo Tennis Vela Messina”.

A parte il refuso (“lo il”), l'evento è considerato talmente poco che il doppio di spareggio è diventato “derby” (!?) di spareggio. Un altro esempio di quanto sia critica – e senza vie d'uscita – la situazione.

Visto che non c'è la volontà di cambiare, la cosa migliore sarebbe una dignitosa abolizione del campionato (come peraltro era già successo negli anni 90), lasciando le belle parole e le belle intenzioni sui “vivai” ai Campionati di Serie B e giovanili.

Si vuole fare un bell'evento di fine anno? Perfetto: ripristinare i Campionati Assoluti, aboliti nel 2005. Avevano effettivamente perso valore dopo i fasti degli anni 60-70, ma oggi ci sarebbero le premesse per creare un happening di rilievo.

Abbiamo otto top-100 e moltissimi top-200, una federazione che gestisce un fatturato di 60 milioni e che dunque potrebbe permettersi di creare un bell'evento invernale con i migliori, attirandoli con un montepremi interessante.

Pensate a un sabato con Berrettini-Seppi e Fognini-Sonego e in semifinale e una bella finale Fognini-Berrettini, magari con 2-3.000 spettatori in una città di provincia. Quello sì, che sarebbe il “Super Weekend” del tennis italiano.