Il sogno impossibile del nuovo Richard Williams



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Il sogno impossibile del nuovo Richard Williams

Sono trascorsi quasi 30 anni da quando Richard Williams gettava le basi di un progetto apparentemente folle. È partito dai campi pubblici di Compton, laddove gang rivali si fronteggiavano in sparatorie quotidiane. Da un postaccio del genere, nei sobborghi di Los Angeles, poteva giusto uscire qualche giocatore di basket.

Nessuno avrebbe mai pensato di provare a costruire due tenniste. Nessuno, tranne papà Richard. Cosa è successo con Venus e Serena è scritto nei libri di storia. Niente da dire, niente da aggiungere. Se Williams è stato un visionario, tanti aspiranti papà d'oro hanno provato a imitarlo.

Quasi tutti hanno fallito. Ne è consapevole Marvin Hiffens, 48 anni, impiegato nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Arnhem, cittadina olandese di 150.000 abitanti a pochi chilometri dal confine con la Germania.

Per intenderci, si trova a metà strada tra Amsterdam e Dortmund. Talvolta gli capita di lavorare di notte e appisolarsi in pieno giorno, nel divano di casa, ma ha il vantaggio di vivere a due passi dalla scuola elementare frequentata dalla figlia Anissa, vivacissima bambina di 11 anni.

E allora può sentire i suoi richiami, le sue preghiere di essere accompagnata al Tennis Club Schuytgraaf, laddove può dare sfogo alla sua più grande passione: il tennis. I due giocano insieme tre volte a settimana, prevalentemente al pomeriggio e alla sera.

D'altra parte sono i suoi momenti liberi, visto che spesso gli tocca lavorare di notte. Nessun problema: anche lui era un tennis-addicted. “C'è stato un periodo in cui giocavo 30 ore a settimana... ero un po' troppo dipendente”.

Come ogni essere umano che si appassiona al tennis in età adulta, l'ha preso molto sul serio. Aveva 37 anni quando ha preso in mano una racchetta per la prima volta, limitandosi a effettuare tre lezioni con un maestro.

Il resto lo ha imparato trascorrendo ore e ore su Youtube. Si è convinto che il tennis non sia una questione di braccio o racchetta, ma che tutto il corpo sia importante nell'esecuzione di un singolo colpo. “Il tennis è come un ballo” dice orgoglioso.

A parte il colore della pelle, non sembra convididere nulla con Richard Williams. D'altra parte, nella campagna olandese, nel capoluogo della tranquilla Gheldria, è difficile trovarsi nella situazione di dover schivare una pallottola.

“Ho studiato quell'uomo – racconta Hiffens Sr. - ha parzialmente allenato le figlie in prima persona. Non c'è dubbio che fosse più radicale di me, ma rispetto quello che ha ottenuto. Inoltre le figlie sono emerse in uno sport praticato soprattutto dai bianchi: hanno affrontato il razzismo, ma sono stati più forti”.

Marvin non ama parlare di razzismo, piaga ancora delicata, sia pure in un Paese tollerante come l'Olanda. Quando gli hanno chiesto cosa ne pensi dello Zwarte Piet (che peraltro, nel rispetto della tradizione, farà la sua comparsa proprio stanotte), la sua risposta è lapidaria: “Come ti sentiresti se avessi il mio colore della pelle?”.

Da quelle parti, il papà più famoso è Petr Krajicek, colui che spinse a giocare Richard (poi vincitore di Wimbledon) e la sorella minore Michaella (avuta con un'altra donna). Uomo duro, severo, tipico “sergente di ferro”.

Quando Marvin dice alla figlia di piegarsi per giocare un rovescio, Anissa scoppia a ridere. “Non sei severo, non ci riesci. Non ti viene bene!”. Nei tornei organizzati dall'efficiente KNLTB, la federtennis olandese, gli Hiffens incontrano tanti padri-padroni.

“Li osservo e mi dispiace per i loro figli – dice il simpatico Marvin – i genitori non stanno mai zitti, manca soltanto che afferrino la racchetta. A volte mi domando per quale motivo il bambino sia in campo.

Per se stesso, o per il padre o la madre? Io non faccio così, non dimentico che Anissa è una bambina. Le trasmetto amore, non certo ordini. Un bambino si sviluppa meglio in libertà, senza nessuna coercizione.

Se domani volesse smettere di giocare, andrebbe benissimo. È lei a decidere”. La storia della famiglia gli dà ragione: fino a poco tempo fa, anche la sorella maggiore Imara giocava a tennis. Poi ha lasciato perdere per concentrarsi sul liceo.

Anissa gioca un buon tennis, spara un dritto in topspin che prova a imitare Rafael Nadal. E pensare che a quattro anni di età, quando il padre le ha dato la prima racchetta, l'aveva usata per fare i disegni sulla terra rossa. “È cambiato tutto quando siamo andati a vedere il torneo ATP di Rotterdam.

Appena ha visto i campioni da vicino, si è appassionata. E adesso vuole diventare una campionessa”. Quando le chiedono chi sono i suoi preferiti, balbetta i nomi dei big: Roger, Rafa, Novak, ovviamente Serena... “Ma è lei che dovrà diventare un idolo, non la copia di qualcuno”.

Attento, Marvin: andavi così bene, non cadere in scivoloni verbali... Attualmente, Anissa Hiffens è numero 12 della Gheldria. “La concorrenza è micidiale – racconta Marvin – ma io credo nell'impossibile.

Tuttavia non dedicheremo al tennis tanto tempo quanto le altre. Si può vivere il tennis, ma il tennis non può diventare la tua vita. Intesi?”. E torna a parlare di quello che vede in giro per l'Olanda: tanto, troppo stress.

“E lo stress è una malattia. Noi, invece, ci divertiamo. All'inizio Anissa non riusciva ad accettare le sconfitte, poi le ho parlato dei nove frutti dello Spirito Santo, tra i quali ci sono amore, allegria e autocontrollo.

La rabbia è una prigione, lo stress è paura. Personalmente credo che l'umanità abbia perso qualcosa: mi piace abbracciare le persone, ma pensano che sia pazzo. Tutti hanno paura del prossimo, c'è troppo poco amore in questo mondo”.

Per ora, gli effetti sulla figlia sono ottimi. Anissa si diverte e non ha più paura di sbagliare, peraltro con gioiose conseguenze anche nei risultati. Il paragone con Richard sembra sfumare quando Marvin alza le braccia e ammette di non essere l'allenatore della figlia.

La responsabilità tecnica è di un maestro del Tennis Club Molenbeke. Vabbè. La allena 1-2 volte a settimana, mentre con il padre gioca almeno altre tre volte. “Non credo che Anissa abbia un futuro del tennis” si lascia scappare. È ovvio che non la pensa così, ma il tentativo è da apprezzare.