Coppa Davis: Italia tra il dubbio Chung... e il fratello di Miss Corea


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Coppa Davis: Italia tra il dubbio Chung... e il fratello di Miss Corea

“Ah sì, vi state preparando? Benissimo, allora perdo la partita!”. L'ultima immagine che lega Italia e Corea è di quelle divertenti, destinate a fare storia, risalente a quando la vecchia zuppiera era ancora una cosa seria.

Seul, lunedì 27 luglio 1987. Dopo aver perso al primo turno contro la Svezia, gli azzurri guidati da Adriano Panatta volano a Seul per mantenere il posto nel World Group. Con lui, Paolo Canè, Claudio Panatta e Simone Colombo. Avversari, quattro carneadi o giù di lì.

Ma in Davis, si sa, non puoi dare nulla per scontato. L'Italia alloggiava presso il Westin Chosun Hotel, nel cuore di una città in piena preparazione per le Olimpiadi dell'anno successivo. Pare che Adriano Panatta si fosse improvvisato cuoco, cucinando ottimi spaghetti al tonno, ma in campo fu più dura del previsto: Dong Wook Song divenne uno spauracchio, battendo sia Cané che Panattino.

Si arrivò sul 2-2, quando l'ennesima pioggia monsonica, unita all'oscurità, allungò la trasferta di un giorno. Al lunedì, Canè scese in campo contro lo sconosciuto Bong-Soo Kim: secondo chi lo vide giocare, una sorta di dopolavorista prestato alla Davis.

Tutto ok nei primi due set, fino a quando Cané si rese conto che in panchina, dietro di lui, c'era chi scherzava, chi pensava all'aereo per tornare a casa, chi ormai non seguiva con attenzione il match. Indispettito per la mancanza di rispetto, decise di vendicarsi a modo suo.

“Bene, allora perdo la partita!”. Pare che fosse anche infastidito dalla voce di Emanuele Dotto, inviato di Radio Rai, che risuonava fino al campo. Il terzo set divenne una sorta di incubo, fino a quando il carisma di Panatta riuscì a rimettere in carreggiata il bolognese.

“Se perdi questa partita, io ti ammazzo. Ti ammazzo”. Lo disse con la calma tipica di chi avrebbe potuto farlo davvero. Condotto a miti consigli, Cané vinse 6-3 6-1 8-6 e l'Italia mantenne il suo posto in Serie A.

L'aneddoto tornerà a galla i prossimi 6-7 marzo, quando le strade di Italia e Corea si incroceranno nuovamente. Così ha deciso l'urna di Madrid per il turno di qualificazione per le “Davis Cup Finals”.

Essendo testa di serie, difficilmente l'Italia avrebbe potuto pescare male. Ci è andata bene, perché – storia a parte – abbiamo trovato una squadra alla portata e giocheremo in casa, certamente sull'amata terra battuta.

Bisognerà capire se all'aperto o indoor, ma cambia poco: se nel calcio i coreani hanno rappresentato un incubo per ben due volte (ci hanno sbattuto fuori dai Mondiali nel 1966 e nel 2002), nel tennis ci è amica anche la storia.

Cabala a parte, quali rischi può rappresentare questa partita? Il coreano più forte è Hyeon Chung, ben noto dalle nostre parti perché vincitore delle prime Next Gen Finals. Sembrava pronto per i top-10, si era issato fino al numero 19, poi però si è fatto male alla schiena e ha perso più di mezza stagione.

È precipitato in classifica e ha scelto la via più difficile (Challenger e qualificazioni, niente wild card) per ricostruire la sua carriera. Si è portato a ridosso dei top-100 ma è ancora lontano dal Chung che conosciamo.

E allora, in questo momento, il numero 1 del Paese è un (quasi) 22enne sconosciuto ai più. La principale curiosità legata a Soonwo Kwon profuma di gossip: la sorella maggiore Hakyung è stata Miss Corea nel 2015.

Per il resto, la sua carriera racconta di un giocatore in crescita: dopo un assestamento nel 2018, quest'anno ha messo il naso nel circuito maggiore dopo aver conseguito un paio di robusti successi Challenger, a Yokohama e Seul.

Si è qualificato per Wimbledon e Us Open, e in estate ha vinto il suo primo match nel circuito ATP ad Atlanta. Dai e dai, è entrato tra i top-100 ATP, terzo coreano di sempre (prima di Chung c'era stato il mitico Hyung Taik Lee).

Numero 81 a settembre, oggi si è assestato in 88esima posizione. “Il mio voto per questa stagione è dieci – ha detto - mi ero posto l'obiettivo di entrare tra i top-100 e ce l'ho fatta”.

È stato il principale artefice del bel successo coreano di settembre, in trasferta, contro la Cina. Ha vinto i due singolari contro Zhizhen Zhang e Yan Bai, regalando al suo Paese un posto nei play-off. Nulla di inedito: per tre volte, infatti, la Corea ha giocato nel World Group: 1981, 1987 e 2008 (peraltro dopo aver vinto un epico play-off in Slovacchia).

Proveranno a fare poker, ma contro l'Italia sembra un'impresa proibitiva: non tanto per i valori assoluti, ma perché la terra battuta gli è pressoché sconosciuta: in tutta la carriera ha giocato appena nove partita sul mattone tritato (zero nel circuito ATP, sei nei Challenger, tre nel circuito ITF).

Ragazzo simpatico, è nato nella piccola città di Sangju e ha iniziato a giocare a 10 anni, mentre frequentava la quarta elementare a Gimcheon. All'epoca era piccolo, circa 150 centimetri di altezza (lo sviluppo lo ha portato ai 180 attuali), tanto che nelle foto di bambino – ricorda la madre – lo si vede spesso in punta di piedi.

A 16 anni si è spostato a Seul, laddove ha frequentato il liceo inseme a Duckhee Lee, che gli sta decisamente indietro in classifica (oggi è n.251) ma è molto più noto, in virtù della sua particolarissima situazione personale (è l'unico giocatore sordomuto del tour).

La svolta della sua carriera risale ad aprile, quando ha iniziato a lavorare con l'attuale coach Kyutae Im, tecnico attento e scrupoloso. La preparazione per il 2020 è scattata in queste ore e prevede un paio di settimane tra Cina e Giappone in vista della trasferta australiana “laddove voglio ottenere il mio primo successo in un grande torneo: voglio restare tra i top-100 per dieci anni, non mi accontento di essere diventato un buon giocatore.

Voglio esserlo costantemente”. Dando un'occhiata all'ultimo match, si scopre che né Lee e nemmeno Chung erano presenti. Parliamoci chiaro: con la stessa squadra di settembre, il capitano Heesung Chung sarebbe pressoché certo della sconfitta.

Per darsi una chance e regalare una parvenza di equilibrio, beh, dovrà necessariamente recuperare Hyeon Chung. E non è detto che abbia voglia di venire in Italia prima di spostarsi a Indian Wells, ma tant'è.

Per loro, è l'unica speranza: non solo è il giocatore coreano più forte ed esperto, ma ha un discreto bilancio sulla terra battuta (17-14, come percentuale è in linea con l'86-69 complessivo), superficie che gli ha già dato qualche soddisfazione con la semifinale a Monaco di Baviera e il terzo turno al Roland Garros, con tanto di splendido match contro Nishikori.

Dopo aver visto in azione Duckhee Lee al Challenger di Milano (ha raccolto pochi game contro Danilo Petrovic, sembrando ancora decisamente acerbo e poco adatto alla superficie), siamo sempre più convinti che le (minime) speranze coreane passino tutte dalla voglia e dallo stato di forma di Chung.

Forse non è il caso di prenotare già voli e alberghi per Madrid 2020, ma non crediamo che arriveremo a un quinto singolare con battibecchi tra giocatori e componenti della panchina. Quella è aneddotica, divertente ma ormai archiviata.