Coppa Davis: Barazzutti, è giunto il momento di salutare?


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Coppa Davis: Barazzutti, è giunto il momento di salutare?

“Il nuovo format non ci ha portato molta fortuna. I ragazzi hanno dato tutto, sono le 4.05 del mattino, hanno giocato con il cuore. Questa è una squadra forte: ci riproveremo il prossimo anno”. Così, a caldo, ha parlato uno stremato Corrado Barazzutti dopo l'eliminazione dell'Italia dalle Davis Cup Finals di Madrid, al termine della demenziale nottata che ha costretto italiani e statunitensi a giocare un doppio che non contava assolutamente nulla.

Se è vero che in Davis i valori di classifica lasciano il tempo che trovano, numeri alla mano, l'Italia era la seconda squadra più forte tra quelle presenti a Madrid, almeno limitandoci ai due singolaristi.

Soltanto la Spagna (col n.1 Nadal e il n.9 Bautista) aveva un “combined ranking” migliore di quello garantito da Matteo Berrettini (n.8) e Fabio Fognini (12). Persino nazioni fortissime come Serbia, Francia e tutte le altre non avevano i numeri dell'Italia.

Mancare l'accesso ai quarti, sia pure con una serie di attenuanti (la stanchezza di Berrettini, la superficie poco adatta a Fognini), è da ritenersi un piccolo fallimento. Considerata la malcelata antipatia di Barazzutti per il nuovo format, ci si domanda se non sia giunto il momento di pensare a un successore. Sul punto, la stampa italiana sembra come intorpidita da una puntura di anestetico.

In un Paese in cui l'allenatore è sempre il primo a essere messo in discussione e a pagare (non sempre giustamente), la posizione di Barazzutti sembra intoccabile. Sbagliato: i fatti di Madrid dovrebbero perlomeno aprire un dibattito.

Invece niente, avanti come nulla fosse, a dire che “ci riproveremo l'anno prossimo”. E allora ce lo domandiamo noi: è davvero opportuno che sulla panchina azzurra sieda ancora Corrado Barazzutti? Proviamo a elencare i pro e i contro, o meglio, i pregi e i difetti del suo capitanato, cercando di trarre una conclusione, sia pur con la certezza che – almeno per tutto il 2020 – rimarrà ben saldo al suo posto, in nome di una granitica intesa con la dirigenza.

Ma questo non significa che non se ne debba parlare. Un po' di numeri: Barazzutti è capitano di Davis dal 2001 (ha ricoperto lo stesso ruolo in Fed Cup dal 2002 al 2016, periodo in cui ha vinto quattro trofei e ha abbandonato dopo la retrocessione) e ha guidato la nazionale in 43 incontri, con un bilancio di 23 vittorie e 20 sconfitte.

Il picco rimane la semifinale del 2014, persa contro la Svizzera di Federer e Wawrinka. Il punto più basso, l'incredibile retrocessione in Serie C del 2003, quando perdemmo in Zimbabwe. Tra i 18 capitani presenti a Madrid, Barazzutti (67 anni il prossimo 19 febbraio) era il secondo più anziano.

L'unico meno giovane di lui era l'ineffabile Shamil Tarpischev, che è una sorta di “imperatore” del tennis russo. 71 anni, ricopre una montagna di cariche (compresa quella di membro CIO) ed è anche presidente della federtennis russa.

È capitano dal 1997 (!), ma paragonare il suo caso a quello di Barazzutti sarebbe folle, vista la particolarità del caso russo. Semplicemente, in Russia comanda lui e si fa quello che dice lui. Per il resto, la differenza anagrafica con gli altri capitani è impressionante.

Comprendendo anche Tarpischev, l'età media dei capitani a Madrid era 41,6 anni: significa che Barazzutti la supera di ben 25 anni. I più giovani erano Franko Skugor (32 anni, Croazia), che ha sostituito in extremis il licenziato Krajan, nonché i 35enni Frank Dancevic (Canada) e Dias Doskarayev (Kazakhstan).

I soli numeri, nudi e crudi, già inviterebbero alla riflessione. Ma perché Barazzutti guida l'Italia da un ventennio? E perché non è stato mai – e sottolineo, mai – messo in discussione? Non c'è dubbio che l'ex “Soldatino” abbia una serie di qualità che è giusto riconoscergli: 1) È un gran lavoratore.

Era la sua principale qualità da giocatore, gli è rimasta anche da coach. È un operaio del tennis, nel senso più nobile del termine. Lo stesso Lorenzo Sonego, neo-arrivato, lo ha definito molto “tosto”.

Non gli si può certo imputare mancanza di impegno o professionalità. 2) Ha dato un'impressionante disponibilità a viaggiare. Segue i nostri giocatori praticamente ovunque, dagli Slam fino ai tornei più piccoli.

Talvolta lo si vede anche nei Challenger. Anni fa, nei momenti più bui, fece un viaggio addirittura in Macedonia per andare a visionare i potenziali avversari dell'Italia. Al giorno d'oggi, è difficile trovare una disponibilità come la sua.

Quanti ex giocatori, anche molto noti, hanno gettato al vento belle opportunità perché non hanno trovato l'accordo sul numero di settimane in giro per il mondo? Tantissimi. Per intenderci, un Barazzutti non si sarebbe mai preso un anno sabbatico come accaduto a Darren Cahill dopo aver portato la Halep al n.1 WTA.

3) Ha trovato la giusta alchimia con Fabio Fognini e, in passato, con Francesca Schiavone. Grandi talenti, ma caratteri difficili. È stato bravo a capirli, a farli rendere al massimo e a conquistare il loro rispetto incondizionato.

Nessuno si è stupito quando Fognini lo ha scelto come suo coach per il 2020. Ma questo è un altro punto su cui ragionare. 4) Ha trovato un punto d'incontro con i coach. Dopo anni un po' tumultuosi, adesso i team dei giocatori del giro Davis fanno parte integrante della nazionale.

Ci siamo arrivati in ritardo rispetto ad altre nazioni, ma in un contesto intriso di politica come quello italiano, è stato un bel traguardo. A Madrid c'erano tutti: Vincenzo Santopadre, Massimo Sartori, Umberto Rianna e Gipo Arbino.

E Barazzutti non ha problemi nel discutere con loro anche durante gli incontri. Lo faceva anche in Fed Cup: anni addietro, lo ricordiamo a colloquio con Pablo Lozano durante un match della Errani. Bene, dopo la chiacchierata le cose migliorarono notevolmente, fino alla vittoria.

5) Che poi è diretta conseguenza del precedente: essendo schivo, è anche piuttosto modesto. Non si è mai arrogato troppi meriti, lasciandoli ai suoi giocatori. Stare a lungo sotto i riflettori porta a perdere di vista la realtà, ma Barazzutti non è mai caduto nel tranello.

Gliene va dato atto. Tuttavia, oltre alle qualità, ci sono una serie di “difetti” o situazioni negative che è altrettanto giusto segnalare. 1) Il mix tra l'età e l'eterna permanenza in panchina.

Nello sport, specie quello attuale, non esiste trascorrere così tanto tempo nello stesso ruolo. 20 anni sono un'eternità e sta per raggiungere i 21 di Vittorio Pozzo, storico CT della Nazionale di Calcio. Il problema è che Pozzo allenava negli anni 20-30 del secolo scorso...

Inoltre “Barazza” ha quasi 67 anni. Fosse un dipendente statale, sarebbe già in età pensionabile... È anche una questione di immagine: cosa possono pensare all'estero? Che in 20 anni non abbiamo trovato una sola persona in grado di sostituirlo? Davvero in Italia non c'è un Under 45 in grado di sedersi su quella panchina? 2) Scarse capacità comunicative.

Al giorno d'oggi, è una lacuna considerevole. Parliamoci chiaro: a microfoni spenti, “Barazza” è molto più interessante di quanto appaia in pubblico, talvolta sa essere spiritoso ed è foriero di tanti aneddoti.

Ha perso un po' di fiducia nella stampa dopo essersi sentito “colpito alle spalle” da alcuni giornalisti, ma da quando fa il capitano non si ricorda una sola frase davvero interessante, o una presa di posizione netta, simbolo di coraggio e/o personalità.

Lo aveva fatto – misurando bene le parole – in difesa del vecchio format della Davis, ma tant'è. Al giorno d'oggi, la comunicazione è fondamentale. Persino un tecnico storicamente in difficoltà in questo settore, Walter Mazzarri, ha cercato di migliorare sul punto (peraltro senza ottenere grossi risultati).

3) Scarse capacità di autocritica. Se è vero che non si è mai preso meriti, raramente si è assunto responsabilità. A volte non importa averle o meno: importa metterci la faccia, difendere i propri giocatori.

Ancora oggi, ritiene che la scelta di ospitare sulla terra rossa la Spagna di Rafael Nadal non sia stato un errore... O nel 2016, nel doppio contro l'Argentina, Lorenzi e Fognini giocarono per un paio di set dai lati sbagliati.

A 66 anni, l'allergia alle critiche dovrebbe ormai essere stata curata. 4) Non ha mai avuto particolari guizzi, intuizioni, idee sorprendenti. Spesso ha diramato le convocazioni in base alla classifica ATP, e si è ancorato fino alla testardaggine alla terra battuta.

L'ha scelta praticamente sempre: in 20 “tie” casalinghi, si è giocato sul cemento soltanto nel 2002, contro il Portogallo (il match contro il Lussemburgo nel 2007 non conta perché furono gli avversari a scegliere la superficie dopo aver chiesto l'inversione del campo).

Non ha mai sorpreso con le sue decisioni, al punto che bisogna sforzarsi per trovare un match in cui la sua mano sia stata decisiva. In Fed Cup fu importante la scelta di ospitare l'Ucraina sulla terra nel 2012: molti la criticarono perché le avversarie sembravano nettamente più scarse, invece una super Tsurenko ci mise alla corda e la scelta di Corrado si rivelò salvifica.

Tra gli uomini, i “rischi” più grandi li ha presi un paio di volte schierando Bolelli contro Federer (Genova 2009 e Ginevra 2014), anche se la classifica suggeriva il contrario. Aveva pensato – a ragione – che tra i nostri il “Bole” fosse l'unico in grado di poter fare qualcosa contro il Re, specie sull'uno-due.

Per il resto, le sue scelte sono state didascaliche. In questo senso, il confronto con Adriano Panatta non gli è favorevole. Quest'ultimo è stato uno dei migliori capitani di sempre, con un'inventiva e un carisma straordinari.

Panatta fu davvero decisivo in tante vittorie azzurre, mantenendo in Serie A una squadra a volte non così forte, e ottenenendo subito due semifinali appena il materiale umano lo ha consentito. In 14 anni di capitanato, si ricordano diverse intuizioni: Camporese e Narducci al posto di Cané e Nargiso in Svezia, Pistolesi contro la Danimarca, l'invenzione del doppio Gaudenzi-Nargiso, il miracoloso recupero di Camporese a Pesaro...

francamente, Barazzutti non ha fatto altrettanto. È un discreto capitano, molto disciplinato, ma senza particolare inventiva. 5) Il punto più delicato: non è mai andato contro le indicazioni della dirigenza.

Ed è questo, probabilmente, uno dei motivi della sua longevità. In 20 anni ci sono state polemiche, anche piuttosto violente, con alcuni giocatori. La più famosa è quella con Bolelli nel 2008, poi ci fu il caso Seppi nel 2010, senza dimenticare quella “dimenticata” con Volandri nel 2005.

Anche con Fognini si arrivò vicini allo scontro nel 2010, quando giocò il torneo ATP di Belgrado anziché Olanda-Italia. Senza rivangare ogni singola polemica, c'è un comune denominatore: Barazzutti ha sempre agito secondo le direttive della dirigenza, facendo sorgere qualche dubbio sull'autonomia tecnica in nome dello sbandierato (e regolamentato, sbagliando) “Rispetto della Maglia Azzurra”.

Nel 2005, il Consiglio Federale decise che Volandri non andava convocato per Italia-Spagna dopo le rimostranze economiche del suo manager di allora (Stefano Sammarini). Gli altri tre (Starace, Seppi e Galimberti) misero per iscritto la loro disponibilità, mentre a Volandri non fu data la stessa chance.

Barazzutti non lo convocò, peraltro senza spiegargli la decisione (secondo Fabrizio Fanucci lo fece soltanto dopo aver ricevuto un messaggio in segreteria dello stesso Volandri). E pensare che per quel match contro la Spagna aveva scelto la terra battuta proprio per costruire l'impresa attorno a Volandri...

Al contrario, nel 2008 e nel 2010 – nonostante le richieste di Bolelli e Seppi di non giocare – li ha convocati ugualmente, esponendoli al rischio di una squalifica. Col primo si arrivò a rottura (poi ricucita l'anno dopo), mentre il secondo fu costretto a rispondere alla convocazione per non incorrere in sanzioni e squalifiche, con Barazzutti che lo rispedì a casa perché – ci dissero – non era “idoneo”.

Due commedie all'italiana che il capitano avrebbe potuto evitare rispettando le richieste dei giocatori (Bolelli aveva chiesto l'esenzione per una sola partita, Seppi per una stagione). Invece successe un po' di tutto.

Con un pizzico di personalità in più avrebbe fatto bella figura, ma forse avrebbe incrinato il rapporto granitico con la federazione. E qui si apre un dibattito più ampio: il capitano deve essere il rappresentante della FIT presso i giocatori o il rappresentante dei giocatori presso la FIT? O magari una figura che cerca di mediare? Ai tempi delle diatribe, la posizione di Barazzutti sembrò un po' troppo pro-federazione, anche se – va detto – certe polemiche si sono calmate ed è possibile che ci sia il suo zampino (vedi punto 4 dei “pregi”).

Alla luce di questo, Barazzutti dovrebbe cessare la sua esperienza come capitano? A parere di chi scrive, sì. Il recente impegno con Fabio Fognini, di cui sarà coach principale nel 2020, lo espone anche a un piccolo conflitto di interessi: guidare la squadra di cui fa parte il giocatore che si allena, beh, insomma...

C'è un caso molto recente: in Germania, Jens Gerlach ha accettato di fare il coach a tempo pieno di Julia Goerges: bene, come prima cosa, ha presentato le dimissioni alla Deutsche Tennis Bund da capitano di Fed Cup.

Un gesto normale, quasi automatico (il suo ruolo è stato poi assegnato a Rainer Schuettler). Perché Barazzutti non potrebbe fare lo stesso? E poi c'è la sua evidente antipatia per il nuovo format. Per quale ragione deve continuare a far parte di una competizione che non gli piace? Non è un po' incoerente? Da un lato è comprensibile che voglia andare avanti: per la prima volta dopo anni, c'è una squadra che potrebbe ottenere grandi risultati e farne parte può essere invitante, specie dopo aver affrontato per tre anni di fila il Lussemburgo e ingoiato bocconi amarissimi, ma a volte gli interessi collettivi dovrebbero venire prima rispetto a quelli personali.

Non sappiamo cosa deciderà di fare il buon “Barazza”, un vero monumento del nostro tennis, ma se c'è un momento per lasciare è proprio questo. E poco importa che ci sia un “ciclo olimpico” ancora in corso. Il valore delle persone si vede soprattutto nei momenti difficili.