Coppa Davis: quella riforma dimenticata che oggi farebbe comodo


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Coppa Davis: quella riforma dimenticata che oggi farebbe comodo

Difficile trovare aggettivi adeguati per descrivere il mercoledì delle Davis Cup Finals. A rendere ancora più fragranti le assurdità, il coinvolgimento della nazionale italiana nella situazione più grottesca: un doppio perfettamente inutile iniziato all'1.34 di notte e terminato all'orario record delle 4.04.

Ci sarà tempo, a fine competizione, per raccontare le decine di fatti, situazioni e aneddoti che hanno decretato il totale fallimento di questo formato. Oggi vale la pena ricordare un episodio recente, ma finito nel dimenticatoio per ragioni di politica e ovvio opportunismo.

Non molti sanno che un paio d'anni fa la Davis aveva già stabilito una riforma. Forse non migliorativa, ma non certo disastrosa come quello che stiamo vedendo in questi giorni. Nel giugno 2017, l'ITF aveva comunicato la decisione di inglobare in un unico evento le finali di Coppa Davis e Fed Cup (peraltro allargando il World Group della Fed Cup a 16 squadre).

Il format sarebbe rimasto uguale fino alle semifinali, mentre nella settimana successiva alle ATP Finals si sarebbero giocate entrambe le finali, in una sorta di evento combined. Non avevano svelato i dettagli, ma qualcuno aveva pensato a giorni alternati, o magari la finale di Fed Cup propedeutica a quella della Davis.

Il progetto sarebbe durato tre anni (dal 2018 al 2020) e si sarebbe concretizzato al Palexpo di Ginevra. Già sede di diversi match della Svizzera, nonché della recente terza edizione della Laver Cup, sarebbe stato l'impianto perfetto.

Si trova a pochi chilometri dal centro cittadino, è facilmente raggiungibile, e possiede diversi padiglioni che avrebbero consentito la realizzazione di un maxi centrale da 18.000 posti e tutti i campi secondari necessari, oltre a uffici e aree riservate al pubblico.

Tra l'altro, Ginevra aveva vinto il ballottaggio con altre città candidate. Oltre venti municipalità avevano manifestato interesse e nella "short list" finale c'era anche Torino, il cui “prurito” per il tennis è poi stato sublimato dall'assegnazione delle ATP Finals, oltre a Wuhan, Miami, Istanbul e Copenhagen.

L'evento avrebbe avuto una durata tra i 5 e i 9 giorni. In quest'ultimo caso, avrebbe potuto esserci spazio anche per le semifinali. Il progetto non è andato in porto perché lo stesso Board ITF, guidato da Dave Haggerty, decise in extremis di non presentarlo in Assemblea, nell'Annual General Meeting, che nel 2017 si è tenuto a Ho Chi Minh City, in Vietnam.

Ufficialmente, per “prendersi un altro anno di tempo”, in realtà perché Haggerty aveva annusato il rischio di non vincere. In nome di un antico principio democratico, infatti, l'Assemblea ITF doveva approvare per almeno due terzi la proposta.

Temendo di perdere, l'ITF non l'ha neanche presentata. A Ho Chi Minh City si discusse soltanto della riduzione dei matc di singolare dal “3 su 5” al “2 su 3”. La proposta fallì, perché il “sì” ottenne il 63,54% dei voti (anche se poi fu votato un incredibile emendamento che permetteva al Board di fare quel che voleva, sia pure in via sperimentale).

Faceva parte del fronte del “no” anche la FIT, che motivò così il rifiuto: “La scelta di giocare 2 set su 3 segue solo la volontà dei giocatori e non fa nulla perché l'ITF torni ad essere l'organismo di governo del tennis mondiale”.

Il resto è storia recente: Gerard Piqué e il suo Gruppo Kosmos hanno avvicinato l'ITF, proponendo una montagna di soldi e la rivoluzione votata nell'AGM 2018, nonché approvata con oltre il 71% delle preferenze.

Tra queste, anche quella della Federazione Italiana. Le ragioni sono state soltanto sussurrate, mai ufficializzate, ma sembrano chiare. Ma torniamo al progetto-Ginevra: visto lo scempio a cui si sta assistendo a Madrid, sarebbe stata una soluzione interessante, rispettosa delle tradizioni e con un bel potenziale sul piano commerciale.

Mantenere il vecchio format fino alle semifinali (o magari i quarti) avrebbe preservato il valore promozionale, quasi sociale, della Coppa Davis, mentre una finale in campo neutro, pur spintonando la tradizione (ma senza insultarla), avrebbe fatto l'occhiolino al marketing.

Tra le perplessità sul vecchio format c'erano quelle relative all'interesse globale della finale, spesso limitato ai soli paesi coinvolti. Portarla in sede neutra ne avrebbe acceso un terzo, e potenzialmente sarebbero diventati cinque con le finaliste di Fed Cup.

Con le eventuali semifinali, si sarebbe facilmente tramutato in un evento globale. Fermo restando che il principio casa-trasferta è tra i capisaldi della competizione, una finale in campo (teoricamente) neutro avrebbe aumentato l'appeal globale, per una settimana di grande tennis. Tuffandoci nel fantatennis, avrebbero potuto organizzarla così: finale di Fed Cup al mercoledì e al giovedì, con Davis dal venerdì alla domenica.

Oppure un mischione, dando appeal alla giornata del sabato inserendo anche il femminile. Ma ci si sarebbe potuti sbizzarrire: le possibili soluzioni sarebbero state molteplici. Lasciando da parte la Fed Cup (il cui appeal non è neanche paragonabile alla Davis, e la cui presenza sarebbe stata un po' forzata), non sarebbe stata disprezzabile una Final Four, con le semifinali nei primi giorni della settimana e la finale nel weekend.

Turandosi il naso, semifinali al meglio dei tre set dal lunedì al mercoledì e finale dal venerdì alla domenica (al meglio dei cinque set), con un giorno di riposo al giovedì. Ci sarebbe stato il potenziale per un grande pubblico e la sede si sarebbe conosciuta con grande anticipo (un po' come le finali delle grandi competizioni calcistiche: l'ultima ad “arrendersi” è stata la Copa Libertadores) e l'interesse si sarebbe focalizzato su più giocatori, e su più giorni.

Un evento del genere avrebbe avuto bisogno di un solo show court: per questo, sarebbe stato più elastico nella sua natura itinerante, mentre l'attuale format è clamorosamente limitato perché pochissimi impianti possono sopportare il “carico” richiesto dalla coppa fortemente voluta da Gerard Piqué.

Teoricamente, anche la superficie avrebbe potuto essere a rotazione (come chiede da anni Rafa Nadal per le ATP Finals). Non il massimo, ma qualcosa di accettabile e – soprattutto – rispettoso della storia. Non stiamo parlando del nulla, perché una riforma simile era già in cantiere.

Ma i calcoli di pura convenienza hanno avuto la meglio. Chissà se Dave Haggerty, presente in tribuna durante Italia-Stati Uniti (ma non fino alla fine, come invece ha fatto il suo successore Patrick Galbraith, mentre per la FIT Binaghi ha lasciato a Gianni Milan e Graziano Risi l'incombenza di restare in tribuna fino all'ultimo punto), ha pensato a quella riforma chiusa in un cassetto nel nome di quello che, oggi, si può definire un peccato d'ingordigia.