Scusa papà Apostolos, avevi ragione tu


by   |  LETTURE 17191
Scusa papà Apostolos, avevi ragione tu

Apostolos parla. Parla come una mitraglia, non si ferma mai. Apostolos non ha un reale passato da tennista, ma merita le scuse indirette di chi scrive. Ero convinto che il padre di Stefanos Tsitsipas, con i suoi modi di fare un po' sopra le righe, da “padre padrone”, potesse essere un limite alla crescita del figlio.

Invece la partnership procede a meraviglia (almeno, così sembra). E allora è giusto ammettere un errore di valutazione dopo aver visto da vicino il "Mondo Tsitsipas" qualche anno fa, quando il ragazzo frequentava i Challenger italiani a suon di wild card, ottenute grazie alla leadership nella classifica ITF.

Di Stefanos si diceva un gran bene, già si allenava presso l'accademia di Patrick Mouratoglou. “Ma non menzionarlo nell'articolo, non ha fatto quasi nulla” mi disse Apostolos Tsitsipas dopo l'intervista col figlio, in cui si era effettivamente parlato di “Mou”.

Come se fosse geloso del suo lavoro, del suo prodotto, dei suoi sacrifici. Mi parlò per mezz'ora, con entusiasmo forse eccessivo. Ammetto che pensai esagerasse. E Stefanos, con quell'aria da giovane marpione, spesso si ribellava silenziosamente.

A volte gli rispondeva a tono durante un match, a volte manifestava il suo nervoso durante una sessione di allenamento. Ma i recenti risultati, culminati dal trionfo al Masters, insegnano che non è soltanto tra moglie e marito che non bisogna mettere il dito.

Anche padri e figli vanno lasciati stare. Per la sua storia personale, Apostolos Tsitsipas avrebbe dovuto dedicarsi al calcio. Giochicchiava a tennis insieme al fratello, ma poi si è dedicato al pallone e alla pallacanestro. Si è laureato in Scienze Motorie all'Università di Atene e ha iniziato a insegnare educazione fisica a scuola.

Per qualche strano motivo, ha scelto di specializzarsi nel tennis, peraltro senza particolari risultati. Non è in grado di sostenere il ritmo del figlio, anche nell'allenamento più leggero, però la sua presenza si sente.

Eccome. Il caso di Apostolos Tsitsipas è molto particolare, perché è rarissimo che il coach di un top-player non abbia nessuna esperienza nel circuito ATP, o almeno a livello universitario o nazionale. L'ATP ha fornito un'interessante statistica sui coach degli otto giocatori che hanno partecipato alle Finals.

Tra loro, soltanto tre non hanno conseguito punti nel circuito. Uno è Umberto Rianna, il cui ruolo nel team Berrettini è importante ma non paragonabile a quello di Vincenzo Santopadre. Gli altri sono Gilles Cervara (coach di Medvedev) e, appunto, Apostolos Tsitsipas.

Un ex giocatore vanta esperienze importanti, solitamente viste come una risorsa fondamentale. Spesso è così (altrimenti non si spiegherebbe la moda dei super-coach), ma Rianna, Cervara e Tsitsipas Sr. (o Larri Passos in passato) hanno dimostrato che un passato da professionista non è un requisito necessario.

Ci vuole intelligenza, umiltà e voglia di studiare. Ad Apostolos si può imputare un atteggiamento un po' così, ma non certo il desiderio di apprendere. Facilitato dall'esperienza della moglie (Iulia Salnikova, ex top-200 WTA, dal carattere ben più dolce e accomodante), ha messo una racchetta in mano a Stefanos quando aveva 3 anni.

Mentre la madre ha lavorato sulla mentalità del figlio, incitandolo a fare sempre del suo meglio, lui ne ha forgiato la tecnica, insistendo sul rovescio a una mano quando il colpo stava già cadendo in disuso.

Fino ai 10 anni, Stefanos li ha utilizzati entrambi, poi ha scelto di sua spontanea volontà di proseguire con la soluzione classica. Tre rovesci a una mano in semifinale a Londra, beh, ci dicono che Apostolos non aveva avuto torto.

Soprattutto quando sottolineava l'importanza del timing, di colpire la palla in anticipo. Quando Stefanos aveva 12 anni, Apostolos ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla crescita del figlio. Lo ha accompagnato in giro per il mondo.

Dai tornei giovanili in luoghi sperduti, ai Futures, ai Challenger, agli ATP... c'è sempre stato. Presenza fissa, talvolta ingombrante, ma oggi – col senno di poi – si può dire che gli abbia fatto bene.

“È un onore averlo al mio fianco – ha detto Stefanos – io amo lui, lui ama me. Siamo sempre insieme sin da quando aveva 12 anni, viaggiando insieme, ovunque. L'ho apprezzato molto”. Apostolos ha iniziato a giocare a tennis quando frequentava l'Università, a 20 anni di età.

Tre anni dopo avrebbe giocato il suo primo torneo, i campionati nazionali greci. Ben presto ha capito che l'insegnamento era più adatto. Per un paio d'anni ha girato il circuito WTA al seguito della moglie, poi ha studiato coaching in città importanti come Vienna e Berlino, negli anni d'oro del tennis tedesco.

Il matrimonio e la nascita dei figli, tuttavia, lo spinsero a scegliere una vita più stabile. Così è tornato in Grecia, laddove ha iniziato a insegnare tennis presso un circolo di Atene. Forte di un discreto bagaglio di esperienze, ha provato a trasmettere ai suoi allievi un significato più profondo rispetto alla semplice dicotomia tra vittoria e sconfitta.

E diceva ai genitori che, per ottenere qualsiasi risultato, ci vuole pazienza. “Dicevo loro che si possono fare molte cose, ma bisogna ricordare che ci vogliono 5-6 anni per costruire un giovane tennista. Però la gente non ha la pazienza necessaria per investire tempo e denaro.

Un giovane deve sviluppare il fisico, deve sviluppare la mente e deve sviluppare la tecnica”. Quando Stefanos ha mostrato un talento fuori dal comune, nonché una passione sconfinata per il tennis, Apostolos ha fatto i conti con se stesso in un doppia veste: genitore, ma anche maestro.

Gli incidenti di percorso ci sono stati, ma ha vinto la sua sfida. Ha cancellato ogni scetticismo e oggi – guardandolo dalla TV – sembra meno invadente di qualche anno fa. La partnership con Mouratoglou va avanti, anzi, i due erano uno accanto all'altro durante i match di Tsitsipas.

A giudicare dalle foto, vanno d'amore e d'accordo. Oggi Apostolos può dire di aver vinto la sua battaglia, ma non pensa di essere un fenomeno. Anzi, ringrazia per essere stato scelto dal figlio. “Ho studiato molto, ma girando con lui ho la sensazione di sapere poche cose.

Bisogna sempre avere la mente aperta ed essere pronti a imparare. Stefanos mi ha dato la chance di imparare, credo che sia la migliore università possibile”. Una frase densa di umiltà: vera o presunta che sia, il progetto ha funzionato. E la vittoria al Masters è un punto di partenza.