Ciao Berdych, gentiluomo dagli occhi di ghiaccio


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Ciao Berdych, gentiluomo dagli occhi di ghiaccio

“La cosa di cui sono più orgoglioso? Sono sempre rimasto lo stesso. Il tennis non mi ha cambiato. Ovviamente ti forma in tanti modi: vittorie, sconfitte, popolarità... Però non ha cambiato il mio modo di essere.

Non ho rimpianti, credo che anche le cose negative siano arrivate per una ragione”. Nell'ultima chiacchierata con i giornalisti, è la frase più significativa pronunciata da Tomas Berdych, il bel Tomas, l'algido, lo “sparapalle efebico” come lo aveva soprannominato Andrea Scanzi.

Il ceco ha scelto le ATP Finals per annunciare il ritiro, ma ormai era chiaro che la sua carriera fosse agli sgoccioli. La schiena non lo lasciava in pace da un paio d'anni, poi ci si è messa una malformazione all'anca sinistra.

Ha provato a rientrare ma il problema è ricomparso e lo ha tormentato per tutto il 2019, fino a convincerlo a lasciar perdere. “Non so esattamente il giorno in cui ho deciso di ritirarmi, ma è accaduto subito dopo lo Us Open – racconta – ho capito che era finita perché le avevo provate tutte, ma il risultato non era soddisfacente.

Ho sempre avuto grandi obiettivi, grandi ambizioni, e mi trovavo a lottare per vincere una partita. Più che contro l'avversario, dovevo combattere con me stesso”. Si allenava bene, si preparava alla perfezione, ma tempo tre partite e il dolore tornava.

“Anche mettendo da parte le cose negative, che senso aveva andare avanti se non c'era più il piacere di scendere in campo e lottare? Sono sempre stato molto realista, non ho preso la decisione in un minuto, ma quando ho deciso è stata una liberazione”.

Lascia uno dei giocatori più forti degli ultimi 15 anni, componente di quel gruppo un po' “sfigato” di cui ci si domanda: “Quanto avrebbe vinto se non ci fossero stati Federer, Nadal e Djokovic?”.

Probabilmente di più, ma è inutile ragionare col senno di poi. E Tomas ha avuto una carriera eccezionale, con numeri da urlo: 640 vittorie nel circuito maggiore, 13 titoli e quasi 30 milioni di dollari di premi ufficiali.

Ha vinto il primo titolo in Italia, al defunto torneo ATP di Palermo, poco dopo aver sorpreso Roger Federer alle Olimpiadi di Atene. Nel 2005, ad appena 20 anni, il titolo più importante, al Masters 1000 di Parigi Bercy.

Portava i capelli lunghi, aveva il viso ancora solcato da qualche brufolo, viveva un amore adolescenziale con la collega Lucie Safarova (che si è ritirata giusto qualche mese fa), ma impressionava per la pulizia tecnica.

La combinazione servizio-dritto-rovescio di Berdych farebbe felice qualsiasi maestro. Poca rotazione, gesti essenziali, grande potenza. Per quattordici anni di fila ha chiuso la stagione tra i top-25 ATP, sette di fila tra i primi dieci, con sei qualificazioni per il Masters.

Guarda un po', gli anni in cui si è fatto allenare da Tomas Krupa. Non esattamente un grande nome, ma quello che – più di tutti – ha messo ordine al suo tennis. Nel 2015, la scelta di cambiare per dare l'ultimo assalto ai mostri sacri.

Voleva a tutti i costi Ivan Lendl, si dovette accontentare del suo “delfino” Daniel Vallaverdu (uno dei rarissimi casi in cui il coach è più giovane del giocatore), ma il salto di qualità non è arrivato.

Più che demeriti suoi, semplicemente, gli altri erano più forti. Il suo fisico imponente era un po' troppo massiccio per avere la meglio – almeno con costanza – dei big. Di certo non gli si può rimproverare di non averci provato.

E comunque, in bacheca rimane qualche vittoria di tappa. Come la finale a Wimbledon 2010, quando batté in sequenza Federer e Djokovic prima di perdere contro Nadal. “Dovessi scegliere il momento clou della mia carriera, in effetti, direi Wimbledon”.

In realtà ha giocato almeno la semifinale in tutti i Major, mostrando una continuità e una professionalità notevoli. Col tempo si è fatto apprezzare anche come persona. Messa in archivio la love story con la Safarova, ha trovato la compagna di vita nella bellissima modella Ester Satorova, con cui si è sposato nel 2015.

Considerato uno dei tennisti più belli del tour, ha anche posato senza veli per ESPN Magazine. Il pubblico maschile ha iniziato ad apprezzarlo con l'avvento dei social network. Con lo smartphone tra le mani, si è rivelato una persona simpatica, divertente, brillante, spiritosa.

Berdych ha avuto l'intelligenza di comprendere che la sua era una vita da sogno, da privilegiato, da persona super-fortunata. Questa consapevolezza gli ha permesso di vivere con maggiore serenità la transizione verso il ritiro.

Aveva iniziato il 2019 piuttosto bene, giocando un buon Australian Open, e aveva manifestato un certo ottimismo. “Non poteva essere altrimenti, perché dopo un lungo stop avevo ripreso bene. In fondo era stato il mio primo vero infortunio in 15 anni di carriera.

Sono stato fortunato, perché tanti giocatori devono convivere con i problemi fisici per tutta la carriera”. È fin troppo onesto, Berdych, perché anche lui ha avuto qualche guaio: per esempio, nel 2016 ha interrotto la striscia di 52 Slam consecutivi per una fastidiosa appendicite.

E l'anno successivo, dopo ben 64 Masters 1000 giocati di fila, si è bloccato per un problema a una costola. Anche quest'anno ha avuto i suoi problemi, quelli decisivi. Dopo l'incoraggiante inizio di stagione, l'anca ha ripreso a fare male a marzo.

Niente antidolorifici, perché gli procuravano le vertigini. E allora tanti allenamenti, nella speranza che il problema si riassorbisse da solo. Niente da fare. A Tomas, che per adesso non ha fissato obiettivi immediati (“Il tennis è stato totalizzante negli ultimi 15-20 anni della mia vita, adesso voglio prendermi del tempo e dedicarlo alla mia famiglia”), rimangono i ricordi.

C'è anche la saggezza del senno di poi. Per esempio, oggi non avrebbe “zittito” il pubblico spagnolo come fece nel 2006 dopo la vittoria contro Nadal al vecchio Masters 1000 di Madrid. E magari avrebbe stretto la mano a Nicolas Almagro (peraltro presente a Londra per la celebrazione dei neo-ritirati) dopo l'alterco all'Australian Open 2012.

Ma col tempo si cresce e si matura. “Nasci da incendiario e muori da pompiere” diceva Pitigrilli, poi citato da Ligabue nella sua “Happy Hour” . Tomas Berdych, il bel Tomas, si rispecchierebbe appieno nella definizione, specie dopo aver incassato i complimenti di alcuni giornalisti che lo hanno ringraziato per la sua gentilezza e disponibilità in tanti anni di carriera.

Adesso si godrà il futuro nella sua bella casa di Monte Carlo, insieme alla splendida moglie e, chissà, a una famiglia in arrivo. In quanti vorrebbero essere al suo posto?