Rabbia Townsend: “Kamau Murray non mi ha mai allenato!” Ma poi cancella...


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Rabbia Townsend: “Kamau Murray non mi ha mai allenato!” Ma poi cancella...

Una delle storie più emozionanti del 2019 ha riguardato Taylor Townsend. L'americana ha fatto sognare gli americani durante lo Us Open, quando ha battuto Simona Halep e si è spinta fino agli ottavi. Oggi è numero 84 WTA e sembra vicina a un definitivo salto di qualità.

In questi giorni, tuttavia, ha fatto parlare di sé per un'antipatica faccenda extra tennistica. Con un lungo post su Instagram (poi cancellato), si è scagliata contro Kamau Murray, attuale coach di Sloane Stephens.

In sintesi, è furiosa perché Murray si sarebbe autodefinito suo ex “allenatore” nel volantino promozionale di una conferenza stampa che si terrà proprio oggi, evento promozionale per la sua accademia XS Tennis.

Secondo la Townsend, tra i due non ci sarebbe mai stato un vero legame tra coach e giocatrice. Come detto, il post è stato cancellato ma al giorno d'oggi è quasi impossibile far perdere le tracce delle proprie azioni.

È dunque possibile riportare quanto scritto dalla Townsend: “Se mi conoscete, sapete che normalmente non faccio queste cose, ma è il momento di mettere in chiaro le cose su Kamau Murray e sulla sua XS Tennis Academy.

Non posso più tacere mentre continua a prendere in giro giocatori professionisti, aspiranti giocatori, sponsor e la comunità del tennis travisando le cose e prendendosi meriti per cose che non ha fatto. Monica Puig è la vittima più recente dei suoi inganni.

Io ho iniziato a giocare con Donald Young Sr e sua moglie Illona, che mi hanno insegnato a giocare a tennis quando avevo 4 anni e mi hanno aiutato a diventare numero 1 del mondo junior. Dal 2010 all'agosto 2013 ho lavorato con la USTA, seguendo le indicazioni di Kathy Rinaldi e, brevemente, di Juan Todero.

La mia allenatrice principale tra settembre 2013 e marzo 2015 è stata Zina Garrison. In quel periodo, Zina ha portato Kamau come “assistant coach”. Non ho parlato pubblicamente di questa storia in passato perché speravo di risolvere la questione direttamente con lui, ma adesso non starò più in silenzio mentre continua con le bugie e la sua pubblicità ingannevole.

Non gli ho dato il consenso a utilizzare il mio nome per i suoi guadagni economici e commerciali in corso. Kamau ha sostenuto di essere il mio allenatore nella promozione della prossima mini-conferenza USPTA, che si terrà il 17 novembre presso l'XS Athletic Club.

Le sue ultime azioni mi hanno spinto a raccontare il suo passato e il suo inganno in corso. Se sei un mio fan, ti prego di sostenermi in questa faccenda”. Insomma, la Townsend non vuole riconoscere a Murray nessun merito per un periodo positivo della sua carriera.

In effetti, nel 2014 aveva colto buoni risultati salvo poi tornare in crisi negli anni successivi. Difficile sapere quale si la verità, ma alcuni fatti non possono essere ignorati. Come per esempio, le affermazioni del New York Times: il più importante quotidiano d'America (e forse del mondo) ha più volte sostenuto che Murray sia stato “allenatore” della Townsend, ed è noto un episodio del 2015: mentre si stavano recando in auto al torneo ITF di Dothan, in Alabama, lui ebbe un principio di ictus.

La parte sinistra del suo corpo andò in paralisi. Chiamarono i soccorsi e per fortuna la faccenda si risolse con una settimana di ricovero in ospedale. Fu la Townsend a chiamare i soccorsi e a mettersi al volante, rinunciando a giocare il torneo perchè scioccata.

“È stato il momento più terribile della mia vita” aveva detto in tempi non sospetti. All'epoca aveva 18 anni. In quella macchina erano solo loro due, Taylor e Kamau, senza nessun altro. E chissà in quante altre occasioni è accaduto.

Per quanto ci riguarda, tanto basta affinché Murray sia legittimato a dire di aver allenato la Townsend. In una recente intervista per il sito WTA, il coach di South Side (l'area malfamata di Chicago) ha brevemente riassunto il suo periodo con la Townsend.

“Nel periodo in cui stava diventando professionista, sua madre mi ha contattato: dunque, io e Zina Garrison abbiamo iniziato a lavorare con lei. In quel periodo è diventata numero 80 del mondo”. Oltre alla sua accademia di Chicago (che poi si è evoluta nell'attuale maxi-struttura da 15 milioni di dollari), Murray faceva il rappresentante per Pfizer, un'azienda farmaceutica.

Secondo la sua ricostruzione, l'impegno con la Townsend divenne pressoché totalizzante in avvio di 2015. “Ho trascorso tutto il mese di gennaio in sua compagnia, consumando tutto il mio periodo di ferie. Poi siamo arrivati al 27 (in realtà era il 20, ndr), prima che affrontasse la Wozniacki.

Quel giorno ho chiamato il mio capo, dicendo che mi sarei impegnato con Sloane. Per fortuna, sua figlia era la nuotatrice olimpica Rebecca Mann. Mi disse che il figlio era a Baltimora con Michael Phelps e che avrei potuto farlo, che mi avrebbero riaccolto.

Tuttavia non me la sono sentita, ho smesso del tutto perché Taylor aveva 18 anni e mi sono impegnato totalmente con lei. Finito il lavoro con lei, è nata la possibilità di seguire Sloane Stephens”.

Volendo credere a questa versione dei fatti, Murray sembra avere tutto il diritto di potersi definire ex “coach” della Townsend. Onestamente, lo sfogo dell'americana sembra fuoriluogo: possibile che ci sia qualche risentimento personale.

Certo, Murray non è un santo. Nel suo post, la Townsend menziona Monica Puig: in effetti, per buona parte del 2019 la portoricana ha lavorato con Murray ma – a suo dire – si è ritrovata a piedi alla vigilia dello Us Open.

La comunicazione gli sarebbe stata fatta all'improvviso, e soltanto dopo avrebbe scoperto che Murray si era già messo d'accordo con Sloane Stephens per un secondo step della loro collaborazione. Il diretto interessato non si è espresso pubblicamente (magari lo farà nella conferenza di oggi...), mentre la Stephens aveva replicato: “Credo che ci siano due lati per ogni storia, e bisognerebbe dire sempre la verità.

Ho sentito cosa è stato detto, e penso che gli adulti debbano comportarsi da adulti. Bisognerebbe lasciare certe cose al passato e andare avanti. Se la Puig ha un problema, può venire a parlarmi. Non è che non ci vediamo mai.

Andare dai giornalisti a riferire quello che vi ha detto è inappropriato, ma ha deciso di fare così. Andiamo avanti”. Se il caso Puig-Stephens è discutibile, quello riguardante la Townsend è meno comprensibile.

La storia sembra dare torto alla giocatrice, che peraltro ha cancellato – chissà se consigliata da qualcuno – il post “incriminato”. Anche accettando il fatto che Zina Garrison sia stata la sua coach principale, non vediamo nulla di male nel fatto che Murray abbia inserito il suo nome nel curriculum.

E poi, con tutto il rispetto per la Townsend, quanto è riuscito a fare con la Stephens (l'ha condotta a vincere lo Us Open) è più che sufficiente per fare un buon business, senza dimenticare gli atti meritori che sta facendo con la sua XS Academy, diventata un vero e proprio punto di riferimento per la comunità nera di una zona difficile. In attesa di repliche ed eventuali precisazioni, l'istinto è di schierarsi con Kamau Murray.