Un gioiello del calendario ATP: il torneo anti-sismico di Kobe


by   |  LETTURE 1700
Un gioiello del calendario ATP: il torneo anti-sismico di Kobe

Il Giappone è un grande Paese del tennis. Il torneo olimpico del 2020 ha favorito la ristrutturazione dell'impianto dell'Ariake Coliseum, laddove si gioca il torneo ATP di inizio autunno. A ben vedere, si tratta dell'unico evento del circuito maggiore a giocarsi nel Paese del Sol Levante.

Va un po' meglio con i Callenger: ospitano tre tappe, di cui una con una bella tradizione. Il torneo di Yokohama ha festeggiato la 14esima edizione, ma ora è affiancato dagli eventi di Yokkaichi e Kobe. A Yokkaichi, nonostante l'assenza di una campagna promozionale, c'è stata tantissima gente dalla prima all'ultima palla.

Tanta passione è stata ripagata dal titolo conquistato Yuichi Sugita. Nella settimana appena trascorsa non è cambiato molto, anche se Sugita è stato bloccato in finale da un connazionale, Yosuke Watanuki, che si è imposto col punteggio di 6-2 6-4.

Si è trattato della quinta edizione dello Hyoho Noah Challenger, nato nel 2015 e che vanta già un albo d'oro di tutto rispetto, con i passati successi di John Millman e Hyeon Chung. Ma c'è qualcosa a renderlo speciale.

Si tratta di un torneo indoor, ma non è esattamente percepito come tale. Si gioca effettivamente al coperto, ma per lunga parte della giornata filtra la luce naturale. Uno spettacolo della natura. L'arena a forma di fagiolo è composta da tre lucernari ovali e diverse finestre che la fanno sembrare una sorta di astronave.

Nel periodo invernale, quando le ore di luce non sono granché, avere un po' di luce naturale, una fetta del mondo esterno, è qualcosa di molto ambito. L'atmosfera è intima e accessibile per il pubblico, con i tre campi raccolti in poco spazio.

Grande interesse per i giapponesi, ma non solo: l'olandese Tim Van Rijthoven è stato preso d'assalto dal pubblico per le consuete richieste di foto e autografi. Stessa sorte per i doppisti indiani Ramanathan e Raja, che peraltro avevano appena battuto una coppia giapponese.

Il torneo non si gioca esattamente a Kobe: siamo a 40 minuti d'auto dal centro storico, il che rende ancora più significativa la grande affluenza di pubblico. E c'è un clima bellissimo, nel rispetto della tradizione giapponese.

“Amo molto giocare su questo campo – dice l'esperto Go Soeda – c'è tanto pubblico e ho anche bei ricordi, perché proprio qui ho vinto una grande partita in Coppa Davis contro Ivan Ddig, recuperando due set di svantaggio.

Mi sento sempre a mio agio, i giapponesi adorano guardare il tennis”. Kobe è la sesta città più grande del Giappone e si tratta di un fiorente centro finanziario, oltre a ospitare uno dei porti più trafficati del paese.

Vicina a Osaka, è la sede di molte aziende, tra cui un centianio di società internazionali. Chi ama il cibo saprà che da Kobe arriva una particolare carne di manzo, considerata una prelibatezza in tutto il mondo.

Al contrario, lo sport si sviluppa nei dintorni. L'ATP Challenger si gioca presso il Miki Disaster Prevention Park, costruito in memoria di uno dei fatti più tragici della storia recente. Il 17 gennaio 1995, una scossa di terremoto di magnitufo 6.9 ha scosso il Paese.

L'epicentro era ad appena 20 km dal centro di Kobe. Quel giorno morirono 6.000 persone. Dopo una tragedia di tali proporzioni, hanno studiato un meccanismo di prevenzione delle catastrofi. A suo tempo, la città non era preparata per fronteggiare un'emergenza simile.

Il Miki Disaster Prevention Park è stato costruito subito dopo, diventando una sorta di centro di soccorso per chi arrivava dalle zone più disastrate. Lì accanto sorge una delle più sofisticate strutture per la ricerca sui terremoti e comprende il più grande simulatore di terremoti stessi.

L'impianto sportivo sorge proprio in tale contesto: non c'è solo l'Arena del Tennis, ma anche due stadi di calcio e una pista d'atletica. A suo tempo, l'arena fu pensata per dare riparo ai bisognosi e ha una tecnologia anti-sismica: è costruita con enormi mura di cemento e le fondamenta sono scavate in profondità.

In effetti, una volta entrati sembra di essere nel terminal di un aeroporto o in una sorta di astronave. La “Bourbon Beans Dome” è stata progettata dal noto architetto Shuhei Endo ed è racchiusa in un guscio di acciaio inossidabile, coperto d'erba.

A suo dire, le forme arrotondate sono più adatte di un classico impianto quadrato: si sposano meglio con l'area circostante. I giapponesi sono molto orgogliosi: qualora dovesse verificarsi un terremoto o un tifone, i camion di rifornimento possono arrivare direttamente nell'edificio perché ci sono quattro pannelli di vetro mobili attorno al perimetro, i quali permettono l'ingresso di mezzi di soccorso. Insomma, il torneo di Kobe è un vero spettacolo per gli occhi ed è considerato una delle “gemme” del circuito, sia pure una tra le meno conosciute.

L'ingresso è gratuito per tutta la settimana: gli organizzatori non vogliono soldi, anche se all'ingresso c'è la possibilità di effettuare donazioni che vanno al fondo per i disastri. Nel giorno delle semifinali hanno raccolto una discreta cifra: ben 4.000 persone si sono alternate nell'impianto, felici di avere tre giapponesi su quattro.

La festa si è completata domenica con il successo di Watanuki, che con gli 80 punti intascati a Kobe si è messo in ottima posizione per guadagnarsi un posto alle qualificazioni dell'Australian Open. Non poteva chiudere meglio la stagione.