Ciao Cipolletta Cibulkova, piccola maestra che gridava “Pome!”


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Ciao Cipolletta Cibulkova, piccola maestra che gridava “Pome!”

Il nuovo look di Dominika Cibulkova trasmette una bella sensazione. Si dice che il taglio di capelli, per una donna, corrisponda a un nuovo inizio, a un cambio di direzione. È certamente il caso della 30enne slovacca, che ha scelto un giorno speciale (l'uscita della sua autobiografia) per annunciare il ritiro dal tennis giocato.

Tra un autografo e l'altro, con la sua nuova pettinatura, ha scritto un lungo post su Instagram per comunicare il suo ritiro ai quasi 500.000 followers. Era tra le più piccole del tour, ma ha compensato con una grinta fuori dal comune.

Ha diverse cose in comune con la nostra Sara Errani: una finale Slam (Australian Open 2014, persa contro Na Li), una semifinale (Parigi 2009) e diversi piazzamenti nei quarti. La romagnola ha una semifinale in più e diversi Slam in doppio, ma la Cibulkova – tra i suoi titoli – vanta un successo alle WTA Finals.

È anche piuttosto recente: il trionfo a Singapore risale ad appena tre anni fa. Traguardo persino eccessivo per una giocatrice che non aveva chissà quali armi nel suo bagaglio tecnico. Per questo non ci sono rimpianti per un ritiro tutto sommato precoce, anticipato da un fastidioso infortunio al tendine d'achille.

Ha giocato il suo ultimo match al Roland Garros, contro Aryna Sabalenka. Non era sicura sul da farsi, poi ha capito che era meglio non trascinarsi se il motore non è all'altezza della carrozzeria. E allora è tempo di immergersi nei ricordi di una “topolina” capace di salire sul tetto del mondo.

Negli anni 30 aveva fatto qualcosa del genere la cilena Anita Lizana, ma erano altri tempi, senza una vera concorrenza. E allora i risultati della Cibulkova si possono tranquillamente definire come “incredibili”.

“Quando ho iniziato a giocare a tennis continuavano a dirmi che ero troppo piccola. Questo ha reso ancora più esaltante quello che sono riuscita a fare nel circuito”. Cresciuta insieme a future numero 1 come Victoria Azarenka e Caroline Wozniacki, è stata la più precoce delle tre, inoltre le ha battute entrambe, quando erano in vetta.

Si è mantenuta su altissimi livello per tutta la carriera: dal 2008 ha sempre chiuso una stagione tra le top-40. La statistica sarebbe stata ancora più impressionante senza l'appannamento del 2015 (dovuto all'intervento al tendine d'achille), brillantemente bilanciato l'anno dopo, chiuso al numero 5 WTA.

Per una giocatrice così costante, eterna piazzata (ma con diversi picchi: ha giocato 21 finali, vincendone 8), non aveva senso continuare a livelli più bassi. O meglio, qualsiasi scelta è accettabile e meritevole di rispetto.

Per lei, evidentemente, non ne valeva la pena. “Quella del ritiro non è stata una scelta improvvisa – ha raccontato alla WTA – si è trattato di un lungo processo. Quando ho perso contro la Azarenka a Miami, ero già convinta che sarebbe stato il mio ultimo match.

Poi ho parlato con il mio coach e mi ha ricordato la promessa di giocare in Fed Cup, in modo da salutare il pubblico slovacco e fare un'ulteriore valutazione sulle mie condizioni”. È andata avanti fino al Roland Garros, poi si è presa tutto il tempo necessario, compreso un po' di tempo libero, per rendersi conto se c'era la voglia – e se era il caso – di andare avanti.

La risposta è arrivata tra gli scaffali di una libreria di Bratislava, laddove è stata ufficialmente presentata la sua autobiografia, intitolata Tenis je môj život (Il tennis è la mia vita). La Cibulkova (che nella sua lingua significa “cipolletta”: non poteva avere un nome più adatto) aveva già annusato il sapore del ritiro a Parigi, perché il suo ultimo match – nei fatti – è stato quello in cui ha detto addio Lucie Safarova, sua compagna di doppio in quel giorno di fine maggio.

“In effetti è stata una strana sensazione: sapevo che era la fine anche per me ma nessuno, a parte il mio team, ne era al corrente. In quel momento ho avuto la certezza che non avrei ripreso a giocare. Sono tornata a casa serena, felice e convinta della mia scelta.

È difficile prendere una decisione del genere, ma poi ti senti più libera. Avevo da tempo la sensazione che la vita nel tennis fosse molto dura, tra viaggi e allenamenti, con la necessità di dare il 100% in ogni singolo giorno.

Ho iniziato a essere stanca, inoltre ero ormai convinta di avere dato abbastanza, e di aver ottenuto cose innimaginabili nella mia carriera”. Il suo mese da sogni risale a tre anni fa: vincendo a Linz aveva acciuffato uno degli ultimi posti per le WTA Finals di Singapore.

Avrebbe dovuto essere una comparsa, umile comprimaria, specie dopo aver perso i primi due match. Invece si è riscattata alla grande, battendo Halep e Kerber fino a fregiarsi del titolo di “Maestra”. “È stata esaltante la rincorsa per qualificarsi.

Se non avessi vinto a Linz non ce l'avrei fatta. Quindi a Singapore ho vissuto il momento più bello della mia carriera, ma è stato fantastico arrivarci, conquistare il diritto di competere contro le più forti del mondo”.

Il segreto di Dominika, probabilmente, è stato un carattere esuberante ma portato alla serenità. Non ha mai giocato per smentire ciò che dicevano di lei. Non nella sua testa non c'era il senso di rivalsa.

“Sapevo di essere brava, quindi non ho mai giocato per compiacere gli estranei. A Singapore ho vissuto il momento per il quale mi ero allenata una vita intera”. Poco dopo quel successo, ha iniziato a lavorare al suo libro (per il quale è prevista anche la traduzione in inglese).

“In quel momento ho pensato che la mia storia fosse pronta per essere raccontata. Per scriverlo ho scelto un romanziere e non un giornalista, quindi non è pensato soltanto per chi segue il tennis, ma anche per tutti coloro – uomini e donne – che hanno dovuto lottare.

Sono stata aperta e onesta, rivelando cose che non avevo mai detto a nessuno”. Un potenziale best seller: vedremo se le vendite le daranno ragione. Il suo lento disimpegno dal tenis giocato è iniziato con un paio di investimenti.

Intanto è coinvolta in un'accademia con sede a Bratislava, denominata “Love4Tennis”, poi in un ristorante-locale notturno, il “The Velvet”. Una volta gettate le basi, è pronta per vivere al 100% la carriera post tennis.

“Faccio ogni cosa al massimo – racconta “Domi” - quando giocavo, non ho mai pensato a cosa avrei fatto dopo. Lo scorso anno ho investito in un'accademia, mettendoci il mio nome. Ci sono andata spesso, aiutando i più giovani.

Sarà il mio modo di restare nel tennis: è qualcosa che credo di poter fare molto bene. Mi piace perché i bambini mi osservano e mi rispettano. Ho iniziato a giocare molto presto, quindi capisco cosa si prova a 10, 12, 16 anni”.

In quegli anni, provava sincero entusiasmo per il gioco e nulla più. Da ragazzina, i genitori (il padre era istruttore di sci d'acqua) tennero vivo il sogno, pagando le 40.000 corone (circa 1.700 euro) che il club della piccola Piestany, laddove viveva, aveva chiesto per permetterle di trasferirsi a Bratislava.

Non gliel'hanno fatto pesare, commossi da una passione sincera e disinteressata. Quando raccolse i primi prize money non si capacitava del fatto di essere pagata per giocare a tennis. Una volta, intascati un migliaio di dollari in Marocco, sparse il denaro per il letto e scattò una foto.

Oggi può raccontare di aver guadagnato oltre 13 milioni di dollari di soli montepremi. Per la gioia del barbuto marito Michal, sempre al suo fianco, smetterà di prendere aerei ogni settimana e potrà seguire il circuito dal divano di casa.

In effetti, ha scelto di ritirarsi in un momento di viva transizione, di storico ricambio generazionale. I recenti successi di Naomi Osaka e Bianca Andreescu hanno un certo valore simbolico. “Tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019 ho iniziato a pensare di essere un po' vecchia!

Ci sono molte nuove ragazze, giocano bene, non hanno paura e lottano su ogni punto. Ho pensato che fosse giunto il momento di lasciar perdere”. A Indian Wells si è arresa alla Andreescu e ha rivisto in lei un po' di quell'atteggiamento che l'ha resa famosa.

Grintoso, positivo, di personalità. Alla Cibulkova si deve anche la notorietà globale del termine “Pome!”, parola slovacca diventata molto popolare tra gli appassionati. A un certo punto, fu un tormentone.

Durante il suo percorso all'Australian Open 2014 (terminato in finale contro Na Li: tra l'altro, la Cibulkova ha partecipato alle riprese del film sulla vita e la carriera della cinese), le capitò di incrociare alcuni sconosciuti in ascensore.

Non appena la riconobbero, esclamarono “Pome!”. “Fu molto divertente. È diventato un marchio di fabbrica e ne sono orgogliosa”. Non la vedremo più nel circuito WTA, ma non uscirà di scena.

La Cibulkova fa un diffuso utilizzo dei social network e ha tutta intenzione di continuare così. “Mi è sempre piaciuta la moda, amo i vestiti e mi piace ricompensarmi in questo modo dopo aver giocato un buon torneo.

Nell'edificio in cui vivo con mio marito c'è uno specchio nell'ascensore, così è nata l'abitudine di scattarmi un selfie con quello che indossavo in quel momento, inviando l'immagine ai miei amici.

Una volta che è nato Instagram, ho deciso di pubblicare tutto. Non avrei mai pensato che quello specchio diventasse così famoso”. Uno specchio che ha rilfesso quasi sempre sorrisi, senza lamentele né rimpianti.

Una persona positiva che si è costruita uno spazio importante in un momento decisamente competitivo. Bravissima, un esempio da seguire per tante ragazze che arrivano a stento al metro e sessanta. Ma statene certi: Dominika continuerà a gridare “Pome!”. Semplicemente, lo farà da qualche altra parte.