No-advantage, una regola di cui non c'è nessun bisogno


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No-advantage, una regola di cui non c'è nessun bisogno

Pensando a cosa potrà succedere dopo il ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, l'ATP è terrorizzata. È innegabile che i tre abbiano segnato un'epoca senza precedenti, anche perché supportata dalla tecnologia, ma certe paure non sono giustificate.

Il tennis ha sempre sopravvissuto a se stesso, sarà così anche stavolta. Questo timore, unito al desiderio di venire incontro a un pubblico sempre meno attento (soprattutto tra i giovani), ha portato alla creazione delle Next Gen ATP Finals.

Come è noto, Milano si è aggiudicata la possibilità di ospitarle e quella appena terminata è stata la terza di cinque edizioni. Non è dato sapere cosa succederà dopo il 2021, ma tant'è.

A parte la presenza dei migliori Under 21, è interessante dare una prima valutazione sulle regole sperimentali. Lo shot clock, ovvero l'orologio che tiene traccia del tempo tra un punto e l'altro (25 secondi) è stato sdoganato in molti tornei e diventerà obbligatorio: si tratta di una novità positiva perché toglie eventuali disparità di trattamento (che ci sono state, è innegabile) tra i più famosi e il resto del gruppo.

Detto che i set a quattro game, ma al meglio dei cinque set, non cambiano il numero necessario di giochi per vincere una partita (tale novità piace ad Andrea Gaudenzi, che dal 1 gennaio diventerà presidente ATP), è più ampio il dibattito sul no-advantage scoring.

Sul 40-40 non si va ai vantaggi e si gioca un punto secco, con il giocatore al servizio che ha la possibilità di scegliere il lato da cui servire (a differenza di quanto accade in doppio). All'Allianz Cloud di Milano, la superficie è piuttosto rapida e gli scambi si sono chiusi in pochi colpi.

Non ci sono stati particolari problemi nel rispetto dei tempi, al punto che la durata media dei set (almeno nelle prime giornate) si è attestata sui 24 minuti. Se i giocatori mettono in scena uno scambio lungo ed estenuante, sta alla sensibilità dell'arbitro capire quando attivare l'orologio.

Di certo, lo shot clock ha portato una notevole trasparenza. Ben più complessa la questione del no-advantage, adottato in doppio a partire dal 2006. L'obiettivo diretto era accorciare le partite, quello indiretto era attirare i top-players verso una specialità ormai morente.

Il primo risultato è stato raggiunto: la durata media dei doppi si è abbassata di circa un quarto d'ora (da 87 a 71 minuti), mentre il secondo no. Salvo rarissime eccezioni, i migliori si limitano al singolare.

Diciamo che si è interrotta la crisi della specialità, ma non c'è stata nessuna rinascita. Basti vedere i top-10 della classifica ATP di doppio e i nomi che giocheranno il Masters a Londra... Al contrario, il no-advantage in singolare è stata una novità assoluta.

Serve ad accorciare le partite, ma riduce moltissimo il fattore atletico e modifica quello mentale di una partita. In altre parole, snatura il tennis. I numeri: con questo sistema, tra un cambio di campo e l'altro, si possono giocare un massimo di 14 punti.

Come è noto, il format storico offre diversi game da 8-10-12-14 punti. A volte si va anche oltre. Il nuovo sistema fa crescere le palle break (è da considerarsi tale anche il punto sul 40-40) e sicuramente aumenta il numero di punti importanti.

Per esempio, la situazione di 30-30 è molto invitante per il giocatore in risposta. Vincendolo, si procura due palle break. Qualcuno sostiene che il no-advantage potrebbe dare una mano ai giocatori sfavoriti. Non è così, anche se in effetti – in certe condizioni – può dare una mano ai bombardieri dotati di un gran servizio.

La verità è che i margini sono molto stretti anche con il format attuale. Per intenderci, nel 2018 Rafael Nadal (Nadal!) ha vinto “appena” il 55,4% dei punti giocati (4281 su 7728). E stiamo parlando di una stagione in cui ha raccolto lo strepitoso bilancio di 45 vittorie e 4 sconfitte, vincendo ben cinque tornei.

E che tornei: Monte Carlo, Barcellona, Roma, Roland Garros e Toronto. Significa che ha saputo capitalizzare i punti importanti. State certi che i giocatori più forti saprebbero farlo anche con il no-ad. Pensate che, nel 2018, ben dieci top-50 hanno perso più punti di quanti ne abbiano vinti.

In un certo senso, le prime due edizioni delle Next Gen Finals hanno confermato la tesi: sono state vinte da Hyeon Chung e Stefanos Tsitsipas, giocatori che in quel momento erano superiori sulla concorrenza. Non a caso, giusto due mesi dopo hanno raggiunto la semifinale all'Australian Open.

Anche per questo c'è da essere ottimisti per l'immediato futuro di Jannik Sinner. In altre parole, i più forti trovano sempre il modo di vincere. Sono i migliori anche per questo. Va bene cercare di rendere il tennis più appetibile e commerciale, ma non è il caso di snaturare qualcosa che funziona.

Per questo, è opportuno lasciare il no-advantage ai doppi, a qualche esibizione o ad alcuni tornei nazionali in giro per il mondo. Nei grandi tornei lasciamo i game ai vantaggi e togliamo il rischio (per quanto remoto) che la casualità possa decidere l'esito di una partita di tennis.

Ha fatto piacere sentire le parole di Jannik Sinner, immensa speranza (pardon, realtà) del tennis italiano. Durante la trionfale settimana milanese, ha bocciato senza appello le nuove norme. “Non mi piacciono, non credo che abbiano futuro nel circuito, anche se non dipende dai giocatori”.

Più diplomatica, ma ugualmente critica, la visione di Alex De Minaur, anche se la sua opinione si è limitata al coaching, ovvero la possibilità di parlare tramite cuffia con il proprio allenatore. Per l'australiano è stata la seconda partecipazione e anche stavolta è stato protagonista, perdendo ancora in finale.

“Quello delle regole è un argomento delicato – ha detto – so che nel tennis c'è una linea sottile: è uno sport per gli atleti o per il pubblico? So che certe cose piacciono agli spettatori, ma a me no.

Naturalmente è la mia opinione e trovo comunque giusto che ci siano delle sperimentazioni. Soltanto il tempo ci dirà se qualcosa sarà inserito nel circuito mondiale”. Contenitore per asciugamani, tecnologia per le chiamate, shot clock e – sia pure turandosi il naso – i set ai quattro game possono andare bene. Ma, per favore, lasciate stare i game ai vantaggi. Quanto al coaching, beh, quella è un'altra storia.