Furia Margaret Court: “L'Australian Open non mi vuole celebrare!”


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Furia Margaret Court: “L'Australian Open non mi vuole celebrare!”

Nel 2020 si parlerà spesso di Margaret Court. Non solo perché Serena Williams ha preso di mira il suo record di 24 Slam, ma anche perché si celebreranno i 50 anni dal suo storico Grand Slam. In questi giorni sta facendo parlare di sé per le recenti dichiarazioni nei confronti dell'Australian Open.

In sintesi, non è stata contattata per una degna (e doverosa, a suo dire) celebrazione del suo Slam. In attesa di una chiamata di Tennis Australia, ha fatto sapere che non metterà piede a Melbourne Park nonostante le abbiano intitolato uno stadio, il secondo per importanza.

La sua principale argomentazione è la differenza di trattamento rispetto a Rod Laver. Nel 2019, “Rocket” ha festeggiato mezzo secolo dal suo secondo Slam (è stato l'unico a riuscirci per due volte) e l'Australian Open lo ha festeggiato in pompa magna.

La Court ha ragione sul merito, ma l'opinione pubblica australiana non dimentica la polemica del 2017, quando è entrata nell'occhio del ciclone per le sue posizioni non esattamente progressiste sui matrimoni gay.

Prima si era arrabbiata con la compagnia di bandiera Qantas, il cui direttore generale si era detto favorevole ai matrimoni omosessuali: “Credo che dovrò rivolgermi a un'altra compagnia aerea” aveva detto, salvo poi rincarare la dose affermando che lo spogliatoio WTA è pieno di lesbiche che utilizzano la loro influenza per coinvolgere le più giovani.

“Penso che Tennis Australia dovrebbe sedersi a parlare con me – ha detto la Court, oggi 77enne – non mi hanno nemmeno telefonato. Nessuno mi ha detto cosa hanno intenzione di fare nel 2020. Credo che preferiscano non affrontare l'argomento, ma hanno fatto venire Rod direttamente dall'America (attualmente Laver risiede negli Stati Uniti, ndr).

Se pensano che sarò io a presentarmi, beh, si sbagliano. Credo che dovrei essere invitata, spero che mi paghino come hanno fatto con lui, e che ci sia una giusta celebrazione. Non dovessero farlo, non ho nessuna intenzione di andare a Melbourne”.

La Court è una delle tre tenniste capaci di vincere i quattro Major nella stessa stagione. Prima di lei c'era riuscita Maureen Connolly (1953), mentre nel 1988 è stato il turno di Steffi Graf (che arricchì l'annata con l'oro olimpico, intascando quello che è ricordato come “Golden Slam”).

Nel 2003, l'ex “Show Court 1” dell'Australian Open è stato intitolato alla Court, ma hanno fatto di più: nel 2015 lo hanno ristrutturato, aggiungendo un tetto retrattile e rendendolo il secondo campo per importanza (nonostante possa accogliere 7.500 spettatori, qualcuno in meno rispetto alla Melbourne Arena).

Riconoscimento importante, ma la sua popolarità è crollata dopo aver reso note le sue idee anti-gay. La sua opposizione non è servita a nulla nel dicembre 2017, quando il 61,6% degli australiani ha deciso di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La Court risiede a Perth ed è a capo di Victory Life, movimento pentecostale da lei fondato circa 25 anni fa. Le sue posizioni hanno fatto arrabbiare molte giocatrici omosessuali: alcune di loro sostengono che non giocarebbero sulla Margaret Court Arena, altre ne hanno addirittura auspicato un cambio denominazione.

Tra loro, una delle sue principali rivali sul campo, Billie Jean King. “Fossi ancora una giocatrice, di sicuro boicotterei quel campo” ha detto l'americana, a cui è intitolato l'impianto di Flushing Meadows, sede dello Us Open.

Le recenti affermazioni della Court hanno acceso l'opinione pubblica australiana: i TG hanno dato ampio risalto alla faccenda, con servizi e collegamenti. Tennis Australia non poteva restare in silenzio: tramite un portavoce, hanno fatto sapere che erano sul punto di individuare un modo per celebrare la ricorrenza.

“Come abbiamo detto in passato, Tennis Australia riconosce i risultati sul campo di Margaret Court, anche se le sue idee non siano in linea con i nostri valori di uguaglianza, diversità e inclusione”. Nel 2019, la federtennis australiana è stata premiata durante i “Pride in Sport Awards” per la sua opera di inclusione per il mondo LGBT.

Il portavoce non ha detto se stanno valutando di cambiare il nome della Margaret Court Arena. Da parte sua, la Court è convinta che soltanto un uomo e una donna abbiano diritto a sposarsi. Tuttavia, a suo dire, questo non dovrebbe influire sul suo passato o sulla decisione di intitolarle un campo così importante.

“Credo che nulla di tutto questo debba essere trasferito nel tennis – ha detto – è una fase completamente diversa della mia vita. Se l'Australia non è una nazione abbastanza grande da affrontare una vicenda del genere, significa che qualcosa non va.

Molti omosessuali pensano che il mio nome non debba essere tolto. E altrettanti non credono nelle nozze gay: sanno che il matrimonio è tra un uomo e una donna”. Infuriata per lo scenario che si sta delineando (e che potrebbe mettere in imbarazzo anche gli altri tre Slam, sia pure in misura minore), ha ribadito di non avere nulla contro i gay e le lesbiche.

A suo dire, il suo approccio sarebbe diverso rispetto al giocatore di rugby Israel Folau, che aveva augurato loro l'inferno e per questo è stato licenziato dalla sua federazione. “Ci sono alcuni gay in chiesa: non ho nulla contro le persone, ho semplicemente riportato gli insegnamenti della Bibbia.

Se non posso ricordare cosa dice la Bibbia, c'è qualcosa che non va”. In realtà non ricorda bene: sempre nel 2017 aveva detto che i bambini transgender sono “influenzati dal diavolo”. Da quando fa l'attivista religiosa, la Court promuove il concetto di famiglia tradizionale e ritiene che l'omosessualità sia una scelta e non qualcosa di naturale.

Il suocero dell'ex campionessa, Sir Charles Court, è stato la più grande figura conservatrice nella storia del West Australia. Per questo c'è da credere che qualsiasi mossa “Anti-Court” aprirebbe una battaglia culturale e, senza dubbio, sarebbe osteggiata dal governo presieduto da Scott Morrison.

In Australia c'è un'associazione LGBT denominata “Equality Australia”, la cui presidentessa Anna Brown sostiene che nessun impianto dovrebbe essere intitolato a chi la pensa come la Court. “Mantenere il suo nome invia un messaggio completamente sbagliato sui valori della società – ha detto – quando la Court utilizza la sua popolarità per insultare la comunità omosessuale, non possiamo più separare la tennista dalle sue pessime opinioni”.

Già che c'era, ha anche proposto un nuovo nome per il campo: dovrebbe chiamarsi Equality Arena. Sul piano formale, la Margaret Court Arena è di proprietà dello Stato del Victoria, ma gestita dall'associazione “Melbourne and Olympic Parks Trust”. Tennis Australia si limita ad affittarla ogni estate per lo svolgimento dell'Australian Open.

Sebbene i diritti di denominazione appartengano alla federazione tennistica, qualsiasi iniziativa dovrebbe passare dal Governo e dai gestori. Insomma, il ribaltone sembra difficile. Ma è altrettanto improbabile che la Court ottenga gli onori e l'ospitalità riservate a Rod Laver. Anzi, c'è da scommetterci.