Seyboth Wild, il nuovo Kuerten studia e batte (anche) il vomito


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Seyboth Wild, il nuovo Kuerten studia e batte (anche) il vomito

Noi lo abbiamo conosciuto – e forse un po' odiato (sportivamente, s'intende!) - quando ha azzeccato un lob che ha girato a suo favore la finale dello Us Open Junior 2018, contro il nostro Lorenzo Musetti. Perso il primo set, l'azzurro aveva cambiato tattica adottando con frequenza lo slice di rovescio.

Intascò diversi game consecutivi e salì 2-0 al terzo, quando Thiago Seyboth Wild lo ha infilato con un gran pallonetto che ha dato il là alla rimonta. Era già successo che un brasiliano vincesse uno Slam junior (Tiago Fernandes all'Australian Open 2010), ma Seyboth Wild sembra avere ben altre stimmate.

E nel suo Paese c'è l'eredità, pesantissima, di Gustavo Kuerten. “L'ho conosciuto quando avevo 6-7 anni – racconta – non posso dire di essere un suo amico, però lo conosco bene”.

Kuerten non aveva ancora 21 anni quando vinse il suo primo Roland Garros: difficilmente riuscirà ad imitarlo, ma intanto ha compiuto un passo importante. Battendo Hugo Dellien in finale, si è aggiudicato il suo primo ATP Challenger a Guayaquil.

Con questo successo, il ragazzo nato a Marechal Candido Rondon (a due passi dal fiume Paranà, linea di confine con il Paraguay) è diventato il quarto teenager a vincere un Challenger nel 2019 dopo il nostro Jannik Sinner (due titoli), Nicola Kuhn e Corentin Moutet.

Ricorderà a lungo il successo, se non altro per le modalità con cui è avvenuto. Al secondo turno ha battuto il connazionale Thiago Monteiro (n.83 ATP), dopo aver vomitato appena prima del matchpoint. Stravolto dal caldo ecuadoriano, si è accasciato su una ringhiera prima che l'avversario servisse sul 6-5 nel secondo tie-break.

Si è ripreso, ha chiuso la partita e ha finito col vincere il torneo. Con gli 80 punti intascati a Guayaquil è volato al numero 235 ATP, in buona posizione per giocare le qualificazioni dell'Australian Open.

Pensi al Brasile e – a parte chi ricorda Maria Esther Bueno – il pensiero vola al tennis “bailado” di Guga Kuerten, la sua esuberanza, il suo sorriso. Leviamoci di testa l'immagine: Thiago è un ragazzo maturo, serio, forse troppo, già messo sotto contratto dal colosso Octagon.

Le sue dichiarazioni sono misurate e persino sorprendenti. Prima della finale contro Musetti non aveva quasi dormito per l'agitazione, prendendo sonno soltanto alle 2 di notte. Non potendo fare un adeguato riscaldamento, si è rifugiato nella meditazione (che pratica dal 2017) e nella massima concentrazione, mantenendo la stessa intensità di respiro tra un punto e l'altro.

Gli è servito a New York, gli sta servendo in un avvio di carriera discreto ma non ancora travolgente. Però ha le idee chiare: pur essendo un sostenitore di Rafa Nadal e cresciuto sulla terra battuta, punta a diventare completo e vincente su tutte le superfici.

“Il tennis è uno sport mentale, puoi giocare in qualsiasi condizione – racconta – se hai la giusta mentalità si può giocare su ogni superficie e contro qualsiasi avversario”. Non sappiamo se sia superstizioso, ma il numero 4 ricorre spesso: è il quarto brasiliano a vincere un Challenger nel 2019, nonché il quarto teenager del suo Paese a intascare un torneo di categoria.

Prima di lui c'erano riusciti Jaime Oncins e Roberto Jabali nel 1989, nonché Guilherme Clezar nel 2012. Nessuno di loro è diventato un campione, ma Seyboth Wild ha ben altri obiettivi. “Questo successo è l'inizio di qualcosa che ho pianificato da molto tempo.

Se continuo a lavorare duro, sono sicuro che continuerò a vincere. Devo riconoscere che tennis junior e pro sono due mondi diversi. L'intensità del match è differente, devi esprimere un livello più alto”.

Non ride molto, ma lavora parecchio. La scelta che ha rivoluzionato la sua vita risale al 2014: insieme alla famiglia (papà Claudio, maestro di tennis, mamma Gisela e la sorella minore Luana, aspirante professionista) si sono trasferiti dalle rive del Paranà nell'immensa Rio de Janeiro.

Un viaggio della speranza di 1.400 km che gli permesso di sistemarsi presso la Tennis Route Academy, una delle poche accademie di livello di tutto il Brasile. Attualmente è allenato da Arthur Rabelo, 35 anni, che si sta formando come coach lavorando con un diamante grezzo.

C'è da credere che in tanti busseranno alla sua porta, specie se dovesse continuare a crescere. Come ogni brasiliano, tuttavia, sembra molto legato alle sue origini e difficilmente lo vedremo trasferirsi all'estero.

Ancora oggi, per ricaricarsi, torna nella città natale. A Rio de Janeiro si trova bene anche se non sopporta l'impressionante traffico, al punto da aver apprezzato la tranquillità di Guayaquil: “Ci volevano 10 minuti dall'hotel al circolo, noi giocatori apprezziamo queste cose”.

Più in generale, impressiona la sua maturità dialettica. Certi valori gli sono stati trasmessi dalla madre: sin da quando era piccolo, gli ha detto che avrebbe voluto vederlo all'università. Lui ha eseguito: nonostante attraversi la delicata transizione verso il professionismo, è iscritto a biomedicina e assiste alle lezioni via internet.

Come se non bastasse, sta prendendo anche lezioni in amministrazione. “Lo studio mi aiuta a restare concentrato quando sono in giro per il mondo, inoltre evito di spendere energie in attività dannose”. Sarebbe fiero di lui il neopresidente ATP Andrea Gaudenzi, che ha combinato una carriera da top-20 con gli studi di Giurisprudenza, peraltro nel difficile (per gli atleti) sistema universitario italiano.

Studio e cultura sono strumenti importanti per avere una corretta visione del mondo e non bruciarsi il cervello con il solo tennis. Con Seyboth Wild il rischio non c'è: “La cosa migliore è pensare agli obiettivi sul breve termine – dice – devo focalizzarmi su quello che devo fare ora e non tra cinque anni”: Impeccabile.

Lo è ancora di più quando parla del suo titolo allo Us Open, foriero di contratti e improvvisa popolarità. “Piaccia o no, è un titolo che non farà differenza tra 10 anni – diceva a suo tempo - Successo storico? Ok, ma tra 10 anni ne avrò 28 e dovrò giocare bene e guadagnarmi da vivere con il tennis, altrimenti dovrò fare qualcos'altro”.

Lo dicono in molti, non tutti riescono a passare ai fatti. Ancora oggi è pieno di tennisti che frequentano ostinatamente il circuito ITF a 30 anni passati, senza chance di guadagni importanti. Ma le premesse di questo ragazzo, nato a pochi chilometri da uno dei confini più suggestivi del mondo (un incrocio del Paranà, laddove si intrecciano Brasile, Argentina e Paraguay) sembrano diverse. Sia dentro che fuori dal campo.