Newport entra nella Us Open Series: ma che senso ha?


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Newport entra nella Us Open Series: ma che senso ha?

È difficile resistere al fascino della federazione più ricca al mondo. E così, senza nessuna valida ragione tecnica, il torneo ATP di Newport si è accordato con la USTA e dal 2020 farà parte della US Open Series, il mini-circuito di tornei nordamericani che “accompagna” verso lo Us Open.

A rendere bizzarra la partnership, il fatto che Newport si gioca sull'erba, mentre la Us Open Series era nata nel 2004 con l'idea di un gemellaggio tecnico tra i vari tornei sul cemento e l'ultimo Slam stagionale.

Ci si domanda che tipo di legame possano avere Newport e Us Open, ma tant'è. L'operazione è stata annunciata lunedì e ha una valore soprattutto simbolico, visto che Newport è la sede originaria degli Us Championships (poi diventati “Open” nel 1968).

Nato nel 1881, il torneo si è giocato nella sede della Hall of Fame fino al 1914 prima di spostarsi a New York. Ancora oggi, c'è un forte legame: il Museo di Newport conserva i trofei dello Us Open, che ogni anno vengono trasportati a New York in occasione del torneo.

Sul piano logistico, non cambierà niente: il torneo (la prossima edizione è in programma dal 12 al 19 luglio) continuerà a giocarsi sull'erba, ma avrà il supporto USTA per la trasmissione TV e i contenuti digitali, senza dimenticare un sostanzioso contributo economico.

Fino a qualche anno fa, la USTA elargiva 250.000 dollari ai tornei che aderivano al progetto “Us Open Series”. Con l'innesto di Newport diventano sette, tutti gli eventi ATP-WTA che si giocano in Nord America dopo Wimbledon, ad eccezione del neonato WTA del Bronx (tra l'altro, in quella settimana, nel 2020 dovrebbe essere aggiunto un nuovo torneo).

“L'inserimento di Newport rafforza ulteriormente la nostra stagione estiva – ha detto Stacey Allaster, CEO USTA – un torneo di così grande tradizione sarà potenziato dal marchio Us Open e lavoreremo insieme per creare una nuova generazione di giocatori e spettatori”.

A dirigere la Hall of Fame c'è l'ex top-5 Todd Martin: “Il nostro torneo è già in grado di offrire un'esperienza speciale ai giocatori e al pubblico, ma non vediamo l'ora di migliorare”.

L'allusione è al museo della Hall of Fame, un vero e proprio “must” per ogni appassionato, oltre al fatto che si tratta dell'unico torneo ATP erbivoro a giocarsi fuori dall'Europa. La notizia in sé non è clamorosa, ma è utile per raccontare l'evoluzione della Us Open Series, la cui natura è totalmente cambiata rispetto al 2004.

Per anni, la sua forza è stato un forte incentivo economico. Si creava una classifica legata ai soli tornei aderenti: i giocatori meglio piazzati intascavano un bonus aggiuntivo in base al piazzamento a New York. Si arrivava fino a 1 milione di euro, cifra destinata a chi vinceva la Us Open Series e poi si ripeteva a Flushing Meadows.

Per inciso, qualcuno ce l'ha fatta (nel 2016, Serena Williams intascò un assegno di 4 milioni di dollari). Dal 2017, tuttavia, l'incentivo economico è scomparso. Motivo: la perdita del title sponsor. Per anni, la Us Open è stata griffata Olympus, poi nel 2012 è stato siglato un accordo di 7 anni con Emirates, del valore di ben 90 milioni.

Tuttavia la nota compagnia aerea ha rescisso con due anni d'anticipo e ha preferito concentrarsi sul solo Us Open. La USTA ha scelto di mantenere la Us Open Series, cambiandole un po' aspetto: in particolare, si sono focalizzati sul tennis di base: ogni torneo organizza eventi locali, clinic di vario genere e attività legate alla “NET Generation”, il programma dedicato allo sviluppo del tennis giovanile.

“Mission” ben più nobile rispetto ai soldi extra per tennisti già ricchi, ma l'impressione è che sia stata una necessità, più che una scelta. Il 2019 è comunque stato un anno felice per la Us Open Series: dopo due anni di auto-embargo, hanno reinserito il Citi Open di Washington.

Nel 2017, gli ex organizzatori erano usciti dal mini-tour perché non erano soddisfatti della copertura televisiva. All'epoca, buona parte del torneo era trasmessa esclusivamente su ESPN 3, canale non così semplice da reperire e di scarsa diffusione (più percepita che reale, ma tant'è), mentre l'esposizione sui canali principali si limitava a 4-6 ore.

Per questo, Washington scelse di accordarsi con Tennis Channel. Sarebbero anche rimasti, ma la USTA disse no perché gli altri tornei – comprensibilmente – non avrebbero gradito dopo aver firmato un accordo collettivo con ESPN.

Nel 2019, Washington è tornato nella Us Open dopo essere stato salvato dal magnate Mark Ein: il torneo era in crisi, ha rischiato di spostarsi dagli Stati Uniti, ma l'ex vicepresidente USTA ha rilevato in extremis i diritti dalla “Washington Tennis & Education Foundation”: il suo obiettivo è rilanciare l'evento, a partire da una ristrutturazione di un campo centrale vecchio di 50 anni.

Con 160 ore di trasmissione, il torneo è rimasto su Tennis Channel, il quale si è inserito negli accordi tra USTA e ESPN (che qalche anno fa hanno siglato un contratto di 11 anni), garantendosi la trasmissione di tutti i tornei della Us Open Series, mantenendo l'eclusiva di Atlanta, Washington, San José e Winston Salem (mentre Canadian Open e Cincinnati vengono trasmessi anche su ESPN).

L'operazione ha facilitato il rientro di Washington. Chissà, magari la nuova Us Open Series contribuirà a creare qualche buon giocatore. Di certo, è radicalmente cambiata rispetto a qualche anno fa. Diciamolo chiaramente: forse in meglio, ma si è snaturata.