Gli Stati Uniti perdono (anche) i tornei: Goodbye America?


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Gli Stati Uniti perdono (anche) i tornei: Goodbye America?

Il Masters 1000 di Parigi Bercy ha chiuso la stagione “regolare” del circuito ATP, ma c'è ancora parecchio tennis: Next Gen Finals a Milano, ATP Finals a Londra, Davis Cup Finals a Madrid. Eventi diversi, ma con unico comune denominatore: si giocano in Europa.

Non c'è da stupirsi, visto che – per la prima volta nella storia – i primi otto della classifica di fine anno sono tutti europei. E non accade da 15 anni, con l'ultima edizione giocata a Houston, che il Masters non si giochi negli Stati Uniti.

Il pubblico a stelle e strisce era abituato a ben altro. Partiamo dalle donne: nel 1990, il calendario WTA proponeva 55 tornei: di questi, 24 si svolgevano negli USA. Nel 2019, i tornei sono sempre 55: soltanto 8, tuttavia, si sono giocati sul suolo americano.

L'ultimo a cadere è stato il Connecticut Open di New Haven, rimpiazzato in extremis dalla mini-tappa del Bronx. La situazione è drammatica, perché ben cinque sono tornei “combined”, ovvero con in campo anche gli uomini.

Per intenderci, gli unici tornei esclusivamente al femminile rimangono Charleston, Bronx e San José (che peraltro ha “tamponato” la scomparsa di Stanford). Va un po' meglio tra gli uomini, giacché la percentuale sul totale è rimasta sostanzialmente invariata.

Nel 1990, quando l'ATP ha preso in mano il circuito, 16 tornei su 77 si giocavano negli States (il 20,77%), mentre oggi sono 11 su 63 (17,46%: perdita accettabile, considerando l'imperiosa crescita della concorrenza asiatica).

Negli anni 80, entrambi i Masters si giocavano al Madison Square Garden di New York: gli uomini l'hanno abbandonato nel 1989, le donne hanno resistito qualche anno in più. Oggi gli USA sono fuori da questo mercato: le WTA Finals si giocano in Asia da parecchi anni e a ottobre sbarcheranno in Cina, a Shenzhen.

Come è noto, il Masters maschile si giocherà a Torino dal 2021 al 2025. E sorprende che nella short list che ha premiato l'Italia non ci fosse neanche una città americana. Allargando l'orizzonte, si scopre che i tornei più piccoli hanno patito un calo d'interesse che si è tramutato in meno biglietti venduti, nonché grande fatica nel trovare gli sponsor.

Persino un torneo importante come il Miami Open ha rischiato di traslocare: non fosse intervenuto Stephen Ross, proprietario dei Miami Dolphins, il rischio sarebbe stato concreto. Steve Simon, presidente della WTA, non lascia speranze al suo Paese d'origine.

“Non credo che il circuito sarà mai più incentrato sull'America – ha detto al New York Times – nasceranno un altro paio di eventi, ma la crescita si limiterà al fatto che i tornei esistenti saranno ancora più grandi.

Se prima eravamo concentrati soprattutto su un Paese, adesso abbiamo un'impronta globale”. Nell'immediato, la WTA punta a creare un nuovo torneo negli Stati Uniti, da affiancare al Bronx nella settimana precedente allo Us Open.

Il calo di tornei è fortemente legato al declino di giocatori americani ai piani alti della classifica mondiale, soprattutto sul versante maschile. In contemporanea, l'Europa ha prodotto quasi tutti i migliori giocatori e l'Asia ha vissuto un'impetuosa crescita sul piano economico.

Nella classifica ATP pubblicata dopo le ATP Finals del 1990 (vinte da Andre Agassi), c'erano sette americani tra i primi venti. Tra loro, personaggi-icona come Sampras, lo stesso Agassi, McEnroe e Chang. In questo momento, c'è soltanto John Isner (n.17), seguito dal n.31 Reilly Opelka.

Tra i top-50 troviamo anche Taylor Fritz, Frances Tiafoe (principale speranza) e Sam Querrey, mentre l'ultimo titolo Slam risale a 16 anni fa (Us Open 2003, vinto da Roddick). Da allora, si sono giocati 64 Major: 62 sono finiti nelle mani di un tennista europeo.

Le uniche eccezioni riguardano l'Argentina: Gaston Gaudio (Roland Garros 2004) e Juan Martin Del Potro (Us Open 2009). In campo femminile, la progressiva sparizione dei tornei è stata compensata da Serena e Venus Williams.

Grazie a loro, tante giovani americane hanno scelto di giocare a tennis. Prima di Steve Simon, la WTA è stata guidata dalla canadese Stacey Allaster. Sotto la sua presidenza, la WTA ha spostato il baricentro in Asia, vuoi per l'arrivo di tante ottime giocatrici (Na Li su tutte), ma soprattutto per l'impressionante disponibilità economica.

Nel 1990, l'Asia ospitava quattro tornei WTA: oggi sono undici. Oggi, curiosamente, la Allaster lavora per la USTA. Sembra una specie di indennizzo. “Non credo che il problema sia la quantità degli eventi, il fatto è che abbiamo bisogno di tornei di successo” ha detto.

Mentalità manageriale, che però finisce per stritolare i tornei più piccoli. Anne Worcester ha dedicato anima e corpo al torneo di New Haven. Perso il title sponsor, ne ha cercato un altro. Niente da fare. E allora bye bye New Haven.

Alcune città americane erano interessate alla licenza, ma ha optato per il miglior offerente, guarda caso una società (APG) fortemente improntata in Asia. E il torneo si è trasferito a Zhengzhou, in Asia, cambiando anche collocazione.

“Non è stato facile lasciare qualcosa che ho curato in prima persona per 21 anni – ha detto la Worcester, che ha diretto la WTA tra il 1994 e il 1998 – ho due figli di 21 e 23 anni, quindi il torneo è stato una sorta di terzo figlio.

Ma quando è stato il momento di guardare in faccia la realtà, non ho avuto altra scelta”. A suo dire, vendere i biglietti e attirare sponsor è difficile perché ci sono meno giocatrici americane da promuovere.

Nonostante la presenza di campionesse come Halep, Kvitova e Wozniacki, il pubblico non ha risposto a dovere. “In uno sport globale come il tennis, non è facile promuovere giocatrici di altri continenti. Gli americani vogliono vedere gli americani”.

Ai tempi del circuito Virginia Slims, organizzato negli anni 70 da Billie Jean King e sponsorizzato da Philip Morris, c'erano 17 tornei negli Stati Uniti e il pubblico riempiva gli spalti. In campo maschile, è scomparso un torneo di enorme tradizione come il Memphis Open.

Nel 2009, quando c'è stata la riforma dei tornei, l'ATP gli aveva conferito lo status di “500” nonostante non fosse all'altezza, né come strutture, né come campo di partecipazione.

La crisi è arrivata in fretta: il direttore Josh Ripple temeva che il torneo sarebbe traslocato fuori dagli Stati Uniti, ma nel 2015 una società privata ha acquistato dalla USTA sia Memphis che Atlanta, accettando una clausola: avrebbero dovuto restare negli Stati Uniti.

Con Memphis ormai boccheggiante, hanno svolto colloqui con Nashville, Columbus, Dallas e Phoenix, salvo poi portarlo a New York, per l'esattezza a Long Island. Ed è triste apprendere che il Racquet Club di Memphis, che ha ospitato il torneo per 40 anni, a breve chiuderà e sarà trasformato in un complesso alberghiero e residenziale.

Insomma, l'impressione è che la forbice tra i grandi e i piccoli eventi si sia allargata un po' troppo. Se i super-tornei godono (e godranno) di ottima salute, i più piccoli sono destinati a navigare a vista.

A meno che non arrivi un grande nome americano. Ma deve essere forte forte, un nuovo Sampras, un nuovo Agassi, magari un nuovo McEnroe. Tanti auguri, Frances Tiafoe. O chi per te.