Stesso posto, stessa storia: Michael Mmoh, che follia!


by   |  LETTURE 3162
Stesso posto, stessa storia: Michael Mmoh, che follia!

Il destino, a volte, sa essere beffardo. Cinque anni fa, Darian King fu squalificato durante un match al Challenger di Charlottesville per aver scaraventato una racchetta e colpito una giudice di linea. Sullo stesso campo (!) è successo un fatto analogo a Michael Mmoh, 21enne ex promessa della Next Gen americana, ma che adesso boccheggia nelle retrovie (anche) a causa di un infortunio alla spalla che gli ha fatto perdere mezza stagione.

A rendere ancora più incredibile la faccenda, il fatto che l'incidente sia avvenuto proprio contro... Darian King! Andiamo con ordine: sotto 6-3 4-1, lo statunitense ha perso un punto in difesa, subendo uno smash vincente del barbadiano.

A quel punto ha scaraventato, a tutta forza, la sua Yonex contro i teloni di fondocampo e ha colpito un giudice di linea. A differenza di cinque anni fa, la telecamera piazzata in basso non ha ripreso l'esatto momento dell'impatto.

Nel 2014, la giudice di linea mise in atto una scena pietosa, una sorta di “simulazione”. La racchetta di King aveva colpito il telone e, soltanto dopo il rimbalzo, si era appoggiata sulla schiena della donna. Squalifica giusta, per carità, ma sembrava fosse stata colpita da una pallottola...

Più difficile ricostruire quanto accaduto a Mmoh. Si vede il lancio, ma non si vede l'impatto. Sicuramente è stato violento, al punto che si sente l'urlo immediato del giudice di linea, che si è accasciato a terra.

Ci è rimasto per qualche minuto, poi si è alzato sulle sue gambe ed è andato via senza degnare di uno sguardo il giocatore. Non si capisce in quale parte del corpo sia stata colpito: tuttavia, nella parte finale del filmato si vede la racchetta di Mmoh spezzata in due.

Impossibile che si sia rotta in quel modo colpendo una persona. Più probabile che abbia colpito il muro e poi sia rimbalzata sul giudice. Poco importa: la gravità del gesto non cambia, ma rimane un po' di perplessità per l'atteggiamento del giudice di linea.

Per onestà, va detto che – a differenza di cinque anni fa – è più complicato stabilire la dinamica perché non ci sono immagini. Il resto è immaginabile: la giudice di sedia ha chiamato il supervisor USTA, Keith Crossland, il quale non ha potuto fare altro che formalizzare la squalifica.

Mmoh lo sapeva benissimo e non ha fatto una piega. Il 2019 è una stagione maledetta per l'americano, le cui ambizioni erano enormi. Lo scorso anno aveva fatto irruzione tra i top-100 ATP grazie alle vittorie ai Challenger di Columbus e Tiburon, ma la sua crescita si è bloccata dopo l'Australian Open.

Il problema alla spalla lo ha tenuto fermo fino al Roland Garros. “Non c'è un buon momento per infortunarsi – raccontava il mese scorso, dopo i primi risultati – però mi sono fatto male quando stavo giocando il mio miglior tennis.

Mi stavo avvicinando agli Slam, ai tornei ATP, ai tabelloni principali. Ero iscritto ad alcuni eventi di livello ma non li ho potuti giocare. Ritrovare la giusta mentalità non è stato facile. Durante lo stop vedevo gli altri gareggiare mentre io ero a casa, bloccato senza fare nulla.

E se non ti alleni, non migliori”. Per un lungo periodo si è limitato a fare riabilitazione e fitness senza prendere in mano una racchetta. E così si forma un po' di ruggine. “Al rientro perdi qualche partita proprio perché sei arrugginito, e questo è il modo migliore per perdere fiducia”.

A settembre aveva dato i primi segni di risveglio, con i quarti a New Haven e la finale a Cary, persa contro il nostro Andreas Seppi. Adesso dovrà ripartire da zero, anche se potrebbe evitare la squalifica: cinque anni fa, King proseguì regolarmente la sua attività.

È affascinante, la storia di Mmoh. Figlio di Tony (ex ottimo giocatore nigeriano, numero 105 ATP nel 1987 e atleta olimpico a Seul l'anno dopo), è nato in Arabia Saudita, laddove il padre si era trasferito e viveva con la matrigna.

Lo chiamò Michael in onore a Jordan, mitico cestista dei Chicago Bulls. Si narra che da bambino si svegliasse in piena notte, rubacchiasse le chiavi di casa e uscisse nel cortile del complesso in cui viveva con la famiglia.

Giocava a basket e a tennis: per essere sicuro che il figlio volesse davvero giocare, papà Tony lo spedì ad allenarsi con un suo ex allievo (Tawfiq Moafa). Esito: a nove anni, già giocava con i diciottenni sauditi.

La svolta è arrivata qualche anno dopo: gli ottimi risultati all'Eddie Herr e all'Orange Bowl Under 12 convinsero Nick Bollettieri a offrirgli una borsa di studio per trasferirsi nella sua accademia di Bradenton.

Occasione troppo ghiotta, anche se significava abbandonare la famiglia. La scelta si è rivelata corretta: grande tifoso di Andy Roddick (“Mi piaceva il suo modo di comportarsi, era intelligente e sapeva cosa fare.

L'ho sempre rispettato perché ha rappresentato quello che avrei voluto essere io”), tra i giocatori attuali si è paragonato a Gael Monfils per l'esuberanza atletica ed Andy Murray per la capacità di difendere e contrattaccare.

Niente male. Il processo di crescita era stato più o meno regolare fino all'anno scorso, soprattutto quando i suoi allenatori (Glenn Weiner, poi Alexander Waske, oggi è seguito da Patrick Frandji) gli avevano fatto capire il valore della disciplina.

Da ragazzo aveva atteggiamenti un po' naif, gli capitava di fare una maxi-colazione con tre uova strapazzate e pane tostato, salvo poi scendere in campo 10 minuti dopo. Sistemati questi aspetti, aveva valicato il muro dei top-100.

Si sentiva pronto, col fiato sul collo dei vari Tiafoe, Fritz e Opelka. Per adesso i suoi progetti sono rimandati. Come detto, dovrà ripartire da zero e da un ranking intorno al numero 300 ATP. Oggi è n.279, ma ha una trentina di punti in scadenza.

Non è un cattivo ragazzo, è anche divertente da seguire. La speranza è che questo episodio gli dia la scossa giusta, definitiva, un po' come era accaduto qualche anno fa a Denis Shapovalov, che colpì inavvertitamente l'arbitro Arnaud Gabas con una pallata durante un match di Coppa Davis.

Non c'era cattiveria, soltanto ingenuità e sfortuna. Gli errori si pagano, ma la differenza sta nel “come” lo si fa. Adesso sta a Michael.