Benoit Paire: “Sono un campione”. Ecco perché ha ragione


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Benoit Paire: “Sono un campione”. Ecco perché ha ragione

Qualcuno ha pensato che fossero frasi deliranti, magari dopo un drink di troppo. Oppure una provocazione, o forse un eccesso di presunzione. Invece – pensate un po' – potrebbe esserci una logica nel post scritto da Benoit Paire dopo la brutta sconfitta al primo turno del torneo di Basilea.

Il 30enne di Avignone si è arreso a Henri Laaksonen, buon giocatore, ma non certo un fenomeno. Nonostante sia svizzero, lo hanno spedito su un campo secondario per il secondo turno (poi perso) contro Jan Lennard Struff.

Dopo aver incassato la sconfitta, il francese ha scritto su Instagram: “Sono un campione, che vi piaccia o no. Rialzerò la testa e cercherò di arrivare in buone condizioni a Bercy. Avrò bisogno del vostro sostegno, quest'anno mi avete fatto vivere emozioni forti”.

Un post che merita un'analisi semantica. Partiamo da Bercy: il simpatico Benoit chiuderà la stagione regolare nel Masters 1000 francese, rifinitura prima delle Davis Cup Finals, per le quali è stato convocato da capitan Grosjean (insieme a Monfils, Tsonga, Herbert e Mahut).

E ha fissato due obiettivi: chiudere l'anno al numero 2 di Francia e giocare bene a Madrid. Tutto normale, anche perché chi lo precede (Lucas Pouille) ha chiuso in anticipo la stagione. Tuttavia, è curioso che chieda il sostegno del pubblico di Bercy.

Sei anni fa, durante il match contro Herbert, mise in atto una vivace rottura con il pubblico. Spaccò diverse racchette, intimò la gente a stare zitta e disse di tutto ai giornalisti. “Dall'ingresso in campo in poi ho sentito solo fischi, la gente non capisce, sono solo idioti”.

Nel 2015 aveva rincarato la dose, ribadendo che il pubblico di Bercy è “intollerante”. A suo dire, al primo attimo di nervosismo partono subito con i fischi. “Dovrebbero restare a casa loro”. L'anno dopo perse da Paolo Lorenzi sul Campo 1 (dopo aver chiesto di non giocare più sul Centrale) e provò, piano piano, a ricucire i rapporti.

Adesso prova ad attirare la gente dalla sua parte, soprattutto dopo l'ottimo Roland Garros, in cui ha raggiunto gli ottavi e per poco non batteva Kei Nishikori in una delle partite più emozionanti del torneo. In quel caso, il pubblico era stato tutto per lui.

Evidentemente, ha cambiato idea. Ma è ancora più divertente la frase: “Sono un campione, che vi piaccia o no”. Percezioni soggettive a parte, è difficile non considerare “campione” chi è stato numero 18 ATP, ha vinto 3 titoli e ben 213 partite nel circuito maggiore.

Semmai sorprende la disinvoltura con cui si è autodefinito. Non lo fanno neanche i migliori. Poteva fare di più? Difficile a dirsi. Tuttavia, volendo credere ai contenuti di un'intervista rilasciata qualche giorno fa a Le Figaro, lo si può definire persino “fenomeno”.

A suo dire, non si allena nelle settimane in cui non gioca tornei! Anche per questo, la sua attività è stata più che intensa nel 2019: Bercy sarà il suo 34esimo torneo. Concedersi lunghi periodi di riposo nel bel mezzo della stagione, per un totale di circa 15 settimane di nullafacenza, sembra intollerabile nel tennis di oggi.

Comportandosi così (ammesso che sia vero...) Benoit è numero 25 del mondo. “Il 2019 è stata di gran lunga la mia stagione migliore – ha detto – Ho vinto i tornei ATP di Marrakech e Lione, poi ha giocato due ottavi negli Slam.

Sono un po' mancato nei Masters 1000, ma non è ancora finita”. Noto per il suo atteggiamento un po' fuori dalle righe, ha detto di essersi comportato piuttosto bene, pur continuando a spaccare racchette qua e là.

Ma giura di non averlo fatto allo Us Open, laddove non ha stretto la mano ad Aljaz Bedene (che lo aveva battuto 7-6 al quinto). “Di certo non stringo la mano a chi manca di rispetto. Lui mi ha quasi insultato”. Dopo quel match, ha candidamente dichiarato che avrebbe trascorso un paio di settimane soprattutto in discoteca.

Non è stato l'unico momento di relax vissuto in stagione, magari mentre i colleghi giocavano tornei o effettuavano faticosi richiami fisici: a febbraio aveva perso la voglia di giocare, appena iniziava un match non vedeva l'ora che finisse.

Il punto più basso è arrivato a Indian Wells, quando si è arreso a Prajnesh Gunneswaran. “A quel punto non ne potevo più e mi sono concesso una vacanza. Sono andato in spiaggia, ho trascorso una settimana alle Bahamas.

In quel momento però ho capito che il tennis mi mancava, mi è tornata la voglia e sulla terra ho giocato bene”. Ed ecco, il segreto di Benoit Paire, l'elisir di lunga vita tennistica che gli permette di essere in buona forma a 30 anni.

“Per me è meglio giocare un torneo che allenarmi. I tornei mi danno fiducia, se mi alleno troppo brucio troppe energie – sentenzia – se mi fossi allenato più seriamente e dedicato più tempo alla preparazione atletica, avrei già smesso.

Io devo essere al 100% quando gioco una partita, non spendere energie prima. Quando sono stanco devo fermarmi, nelle settimane in cui non gioco tornei non mi alleno”. Non così sorprendente, ma un conto è immaginarlo, un conto leggerlo.

“Ho 30 anni, amo il tennis ma nella mia vita c'è anche altro – insiste – voglio concedermi una vacanza e uscire quando mi pare. Intendiamoci: durante un torneo sono serio, però nei periodi di risposo mi piace divertirmi”.

Il concetto di “divertimento” è onnipresente nella vita di Benoit Paire. Sentite come ha spiegato il mancato raggiungimento dei quarti in uno Slam. “A Parigi mi è mancata un po' d'esperienza, non ero rilassato.

A Wimbledon avevo speso molte energie giocando un doppio di quattro ore e mezza, quindi ero stanco prima di affrontare Roberto Bautista, avversario sempre ostico per me. Per andare a fondo dovrei smettere di giocare il doppio.

Il problema è che mi diverte..”. . In sintesi: meglio divertirsi che spendersi al 100% per un grande risultato... “Dopo il tennis vorrei mettere su famiglia, attualmente sono single e senza figli – ha concluso Paire – mi piacerebbe rimanere nel tennis, ma non nel ruolo di allenatore perchè bisogna viaggiare troppo.

Dovessi diventare commentatore, di sicuro sarò divertente nel valutare i giocatori francesi”. In effetti, sembra avere le stimmate del fuoriclasse anche in questo: la lingua malandrina non gli manca. A modo suo, un fenomeno.