“Facciamoli crescere in pace”: un bluff da sfatare


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“Facciamoli crescere in pace”: un bluff da sfatare

“L'attenzione della gente è un fatto positivo. Porta con sé un po' di pressione, ma se si vuole arrivare in alto ci sono aspetti coi quali bisogna imparare a convivere”. Sono passati quasi 12 mesi da quando Jannik Sinner pronunciava queste parole, dentro un padiglione di Milano-Rho, quando era ancora un carneade.

Quest'anno si presenterà all'Allianz Cloud con migliaia di occhi addosso, stellina talmente luminosa da bruciare i regolamenti che prevedevano un torneo di qualificazione per assegnare una wild card per le Next Gen Finals.

No, Jannik è troppo forte e gliel'hanno data di default. Gli altri si scanneranno tra loro per un posto da alternate e tutto sommato va bene così, anche se la faccenda si poteva gestire in modo più elegante.

Ma torniamo alla sua frase: la pressione, dunque. 'Sta benedetta pressione che sembra essere la minaccia principale per ogni giovane promessa, soprattutto italiana. Per anni abbiamo vissuto con l'ansia di ritrovare uno o più campioni che ci riportassero ai fasti degli anni 70, con la nascita di un inevitabile malloppo giornalistico.

Molti campioni falliti, tuttavia, si sono convinti che la colpa dei loro mancati successi fosse la “pressione”, le luci dei riflettori accese troppo presto. Ancora oggi, con la potenza comunicativa del web, una delle frasi che si sentono più spesso è: “Lasciamolo crescere in santa pace” oppure “Non carichiamolo di aspettative.

È giunto il momento di sfatare il mito e chiamare questa faccenda della “pressione” con il suo vero nome: una stupidaggine. Volendo essere eleganti a tutti i costi, un facile e immenso alibi. È il momento giusto per farlo, perché l'Italia ha trovato due giocatori che sanno ben fronteggiare il rapporto con la stampa e le inevitabili aspettative di un tennista di alto livello: Jannik Sinner, appunto, e Matteo Berrettini.

Già l'anno scorso, quando nessuno lo riconosceva, Sinner era consapevole che i rapporti con la stampa e le distrazioni causate da gente che bazzica nell'ambiente fanno parte del suo lavoro, proprio come una seduta in campo o in palestra.

La pressione c'è, ci mancherebbe, ma chi non è in grado di gestirla (o imparare a farlo) ha una lacuna strutturale. Non saper gestire le attenzioni è una colpa, non può diventare un alibi. Per anni, l'ambiente tennistico italiano si è trincerato su questa scusa per giustificare fallimenti più o meno annunciati.

Per questo, c'è da essere ottimisti sul futuro di Sinner. Parlando con Marco Caldara, pronunciò un'altra frase significativa. “Sono un ragazzo molto tranquillo, che non si fa tanti problemi. È la mia miglior qualità”.

Oltre a una facilità di gioco impressionante, mostrata ad Anversa e che – si spera – rivedremo a Vienna, Sinner ha capito, o gli hanno fatto capire, che i guardoni di professione, le loro domande un po' impertinenti, le continue richieste di selfie e autografi, gli impegni con gli sponsor, i photoshooting e tutto il resto...

Sono parte integrante della sua vita. Non si possono schivare, o trattare con sufficienza. In sintesi, oggi non ci si può permettere una cattiva comunicazione. Prendiamo Matteo Berrettini: grande appassionato di basket NBA, ama ascoltare le conferenze stampa e le interviste dei giganti americani.

Va su Youtube e ascolta con attenzione. “Sono molto favorevole al giornalismo sportivo – diceva in tempi non sospetti – amo l'idea di mostrare una parte di me. Mi piace meno quando si crea un'atmosfera in cui l'intervistato deve ragionare o riflettere su quello che deve dire”.

Ad appena 21 anni, aveva già individuato quella categoria di giornalisti che amano mettere zizzania anche quando non è il caso, a sottolineare l'unico aspetto negativo “Quando magari ce ne sono mille positivi.

Ok parlare di quello, ma allora parliamo anche di tutti gli altri”. Berrettini ha una mente sviluppata ed era già andato oltre, ma anche Sinner sembra sulla buona strada. Niente scuse, niente storie e niente alibi.

Nella speranza che il ragazzo ritrovi la strada giusta e si possa togliere qualche soddisfazione, è ancora fresca la ferita di Gianluigi Quinzi. Sono trascorsi appena 6-7 anni da quando era considerato il Golden Boy, il Messia che stavamo aspettando da una vita.

Ma pensate che le difficoltà incontrate da professionista siano dovute a qualche copertina? O al fatto che un paio di troupe televisive andarono a Porto San Giorgio dopo la vittoria a Wimbledon junior? O magari a qualche firma siglata da ragazzino? Ovviamente non è così.

Nel caso specifico, c'erano limiti strutturali (tecnici e fisici) che troppi addetti ai lavori ignorarono, come pervasi da una sorta di allucinazione collettiva. Se GQ non è mai andato oltre il numero 142 ATP le ragioni sono altre.

Anzi, la popolarità gli ha fatto bene: due anni fa, quando si è trovato a rappresentare l'Italia alle Next Gen Finals, fece una discreta figura contro avversari ben più forti. Conoscere già i riflettori gli permise di non farsi travolgere e prendere slancio per la sua migliore stagione: il 2018.

Quest'anno ha vissuto qualcosa di simile Lorenzo Musetti: la sua vittoria all'Australian Open Junior è stata seguita da un boom di popolarità eccessivo rispetto alla portata tecnica del successo: onestamente, l'ospitata a “Che Tempo che Fa”, il noto talk-show condotto da Fabio Fazio, è parsa eccessiva.

Ma va benissimo così: ha capito cosa succederà se dovesse ripetersi tra i professionisti, e saprà già come comportarsi. Infatti ha giocato una stragione accettabile, con discreti risultati nel circuito Challenger e ha appena conquistato il suo primo titolo “pro”, al torneo ITF di Ankara.

'Sta storia della pressione è un fenomeno tipicamente italiano. Se andiamo all'estero, nessuno (o quasi) l'ha utilizzata come alibi. È parzialmente accaduto in Gran Bretagna prima che arrivassero Henman e Murray, succede ancora ogni tanto a qualche baby americano che deve fronteggiare il peso di una nazione affamata di risultati dopo decenni di vacche grasse.

Ma pensate che Roger Federer non avesse pressioni quando era un ragazzino? Quando ha vinto Wimbledon junior nel 1998, ricevette la visita della TV svizzera francese (che non è la sua lingua madre). Test passato. Ancora oggi, la sua capacità di gestire le pressioni è quasi paranormale.

Il suo ruolo di personaggio mainstream lo ha caricato di impegni: li affronta alla grande, sempre con il sorriso, e non ha mai manifestato disappunto o fastidio per le domande sul ritiro. Eppure gliele fanno da dieci anni. Per non parlare di Rafael Nadal, che a 16 anni già riceveva visite di vario genere a Manacor.

Nel 2003, persino Trans World Sport andò a trovarlo. E cosa dire di Novak Djokovic? Faceva già apparizioni in TV all'età di 7 anni, quando aveva la simpatica sfacciataggine di dichiarare il suo obiettivo: diventare numero 1 del mondo.

Pressioni immense, in alcuni casi auto-indotte. Eppure non hanno certo impedito a baby tennisti di diventare immensi campioni. Il principio vale al contrario, per chi non ce l'ha fatta (o non è arrivato dove sperava).

Prendiamo Richard Gasquet: davvero qualcuno pensa che la storica copertina su Tennis Magazine, quando aveva nove anni, gli abbia impedito di diventare numero 1? O forse non ce l'ha fatta perché ha un dritto un po' macchinoso e la tendenza a stare troppo lontano dalla riga? Pensate che queste caratteristiche dipendano dalla “pressione”? Per anni, in Spagna, si è parlato di Carlos Boluda come un potenziale “Nuovo Nadal”.

Ad appena 14 anni, dopo i suoi successi a Le Petits As di Tarbes, firmò un contratto decennale con Nike. Non ha mai dato la colpa a quello, o alle interviste che doveva rilasciare a decine di sconosciuti nella sua Alicante.

Anzi, ha ringraziato il baffo americano per aver rispettato il contratto fino all'ultimo giorno. Semplicemente, non era forte come pensava (oltre a essere un po' sfortunato: si è procurato una frattura da stress al polso in un momento cruciale della sua crescita).

Ma torniamo in Italia, al caso di un ragazzo molto intelligente come Filippo Baldi. Da ragazzino era il nostro n.2 alle spalle di Quinzi, ma gli era molto vicino. Le aspettative c'erano, così come le interviste (Sky Sport andò a conoscerlo meglio quando aveva 15 anni).

L'approdo tra i professionisti è stato complicatissimo, ma Filippo non ha mai rinnegato quel passato, anzi, si è addossato ogni responsabilità. “A quell'età è facile farsi prendere da ambizioni eccessive, specie quando tutto sembra facile.

Le aspettative mancate mi hanno segnato”. Ma erano aspettative che si era creato da solo, grazie agli ottimi risultati da junior. Lasciare la parola a Baldi è utile. E rivelatore: “Mi hanno danneggiato le aspettative.

Quando giochi bene a livello junior, le ambizioni arrivano ed è normale. Accelerarle ed essere sempre al centro dell'attenzione può essere utile, ma se non la prendi nel modo giusto può danneggiarti.

Da un lato l'ho vissuta bene, ma dall'altro mi sono creato troppe aspettative. E questo mi ha danneggiato”. In sintesi: all'epoca gli mancava la giusta maturità. Normale, non è mica un disonore. Ma tutto questo non è colpa delle interviste.

Basta alibi, basta storie. Baldi sa benissimo che, se dovesse raggiungere ottimi livelli, le luci si riaccenderanno. Stavolta le gestirà meglio, perché la capacità di convivere con la popolarità è esattamente come il dritto o il servizio: si può migliorare.

Qualcuno ce l'ha nel DNA, qualcuno ce l'ha fatta, qualcun altro no, ma è giunto il momento di dire basta agli alibi. Alle scuse. Alle lamentele fini a se stesse. D'altra parte, ce lo insegna il guru Nick Bollettieri.

Quando gli dissero che Anna Kournikova non aveva mai vinto un titolo WTA per via delle troppe distrazioni, rise davanti agl interlocutori. “Pensare che farsi scattare qualche foto possa danneggiare una carriera?”.

La verità è che la bella Anna sapeva gestire benissimo la pressione. Semplicemente, aveva scelto altro: più soldi e meno fatica. Difficile darle torto, ma questa è un'altra storia.