Giocatori vs. Slam: ormai è scontro. Ma senza il sostegno di Federer-Nadal


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Giocatori vs. Slam: ormai è scontro. Ma senza il sostegno di Federer-Nadal

È giunto il momento di passare dalle parole ai fatti? Da tempo, i tennisti si lamentano dei montepremi nei tornei del Grande Slam. Tuttavia, a parte una (velata) minaccia di boicottaggio a una vecchia edizione dell'Australian Open, non hanno fatto nulla di concreto.

Ma c'è una novità: uomini e donne sembrano uniti nella lotta per ottenere una percentuale maggiore dei ricavi. Il gruppo è guidato dal canadese Vasek Pospisil, che un paio di mesi fa aveva spiegato le sue idee in un appassionato articolo sul Globe and Mail, ma può contare su personaggi carismatici come Novak Djokovic e Sloane Stephens.

Mancano Roger Federer e Rafael Nadal, ma c'è un vivo spirito combattivo. I giocatori vogliono un posto fisso al tavolo delle trattative e hanno un obiettivo ben chiaro: i guadagni devono essere stabiliti come percentuale del fatturato complessivo, e non essere arbitrariamente stabiliti dagli organizzatori.

L'obiettivo non è l'arricchimento dei più forti, ma aumentare il numero di giocatori in grado di guadagnarsi da vivere con il tennis. La battaglia è solo all'inizio: Wimbledon e Us Open hanno respinto qualsiasi tipo di apertura.

Gli Slam ritengono ingiusto essere l'unico oggetto di discussione, quando i tennisti dovrebbero spingere anche sui tornei del circuito ATP-WTA. “Considerarsi come unico target non è giusto” ha detto Richard Lewis, amministratore delegato di Wimbledon.

Non c'è grande trasparenza sugli introiti dei Major, ma un buon esempio sono i dati dello Us Open 2018. Lo scorso anno, il fatturato ammontava intorno ai 380 milioni di dollari. “Soltanto” 53 sono finiti nelle tasche dei giocatori, percentuale inferiore al 14%.

“Non è corretto – dice il sindacalista Pospisil – devono capire come svolgere la loro attività in un altro modo, ma i compensi devono essere distribuiti equamente”. Dopo le minacce del 2012, i montepremi sono sensibilmente aumentati.

Volendo credere ai dati dello Us Open, la percentuale destinata ai giocatori è aumentata dall'11 al 14%. Una crescita che non accontenta i giocatori. Se gli sconfitti al primo turno sono passati dai 23.000 dollari del 2012 ai 58.000 di quest'anno (costringendo ad adattare i regolamenti per evitare che qualcuno scenda in campo solo per l'assegno), i tornei hanno comunque mantenuto per sé la percentuale più elevata dei quattrini.

Questo non va proprio giù ai tennisti: pur riconoscendo che il tennis è diverso rispetto a leghe professionistiche come NBA ed NFL (le cui percentuali per gli atleti sono ben più sostanziose), i giocatori non accettano l'immobilismo degli organi di governo.

Pospisil ha informato che la stragrande maggioranza dei top-100 ATP (tra i 70 e gli 80, compresi il 75% dei top-20) hanno firmato una lettera che demanda allo studio legale Norton Rose Fulbright di rappresentarli nelle trattative con i Major.

La novità è che – per la prima volta – anche le donne provano a far sentire la loro voce. Secondo Sloane Stephens, la maggioranza delle top-100 WTA ha sottoscritto la missiva. “A prescindere dal numero dei firmatari – ha scritto la Stephens al NY Times – vogliamo assicurarci che ci sia una corretta distribuzione delle entrate.

Si tratta di un dibattito infinito, ma con maggiori informazioni e comprensione da entrambe le parti, i giocatori e i tornei possono trovare reciproca soddisfazione”. Le novità rispetto al passato sono due: non solo uomini e donne lottano insieme, ma hanno anche aggirato i loro sindacati di rappresentanza.

Secondo Pospisil, l'attuale sistema dell'ATP (partnership tra tornei e giocatori) è fonte di un conflitto interno che impedisce ai tennisti di essere incisivi. Per questo, è nato un movimento extra-sistema.

Sovversivo? Forse sì. Lo stesso Novak Djokovic aveva parlato di un possibile sindacato esclusivamente di giocatori. L'obiettivo primario, tuttavia, è mettere pressione agli Slam. Qualcosa si è mosso per davvero. Il presidente di Norton Rose Fulbright (Walied Soliman) ha scritto lo scorso 20 agosto agli Slam, manifestando un vivo disappunto per il montepremi riservati ai giocatori, menzionando i “soliti” paragoni con altre leghe professionistiche.

Gli organizzatori, tuttavia, non sono particolarmente ricettivi. A parte il caso di Wimbledon, si tratta di espressioni di singole federazioni il cuo scopo e sostenere lo sviluppo nei singoli Paesi e aumentare il capitale.

Per quale motivo - sostengono - dovrebbero fare "beneficenza" ai tennisti? Inoltre, sostengono che i giocatori delle principali leghe professionistiche rinunciano ai diritti commerciali e d'immagine in cambio della contrattazione collettiva.

Cosa che i tennisti, ovviamente, non fanno. Secondo gli Slam, i tennisti vorrebbero più soldi senza rinunciare ai privilegi dei diritti commerciali. A qualche giorno fa, soltanto Wimbledon e Us Open hanno risposto alla lettera di Norton Rose Fulbright.

Entrambi hanno rifiutato di entrare in trattativa. La storia recente insegna che l'Australian Open è il torneo più vicino ai giocatori: a margine della presentazione della nuova edizione, il direttore Craig Tiley ha detto che avrebbe risposto, ma non sembra entusiasta di trattare con i tennisti.

L'obiettivo a lungo termine dell'Australian Open è portare il montepremi complessivo a 100 milioni di dollari australiani (poco più di 60 milioni di euro), però non ha detto quanto tempo ci vorrà.

L'ultima edizione ha distribuito 62,5 milioni ed è prevedibile un aumento nel 2020, anche se Tennis Australia ha diversificato i suoi investimenti: la nuovissima ATP Cup, infatti, costerà 60 milioni. Forse consapevole della maggiore malleabilità dell'Australian Open, Pospisil ha fatto sapere che il gruppo dei giocatori spingerà duro in direzione Melbourne: “Se non ci saranno discussioni soddisfacenti, potrebbero trovare un gruppo di tennisti molto seccato”.

E allora si torna a parlare di un possibile boicottaggio. “Non abbiamo intenzione di sparare con le armi, ma non avremo molta scelta se avranno una mancanza di rispetto tale da non iniziare nemmeno le trattative”.

La storia, tuttavia, insegna che è molto difficile tenere viva l'unità dei tennisti. L'unico boicottaggio davvero importante risale al 1973, quando ben 81 giocatori rinunciarono a Wimbledon in sostegno a Niki Pilic, a cui era stata impedita la partecipazione perché aveva rifiutato di giocare in Coppa Davis.

La prospettiva di un boicottaggio sembra improbabile. Motivo: manca il sostegno di Federer e Nadal, i quali non hanno firmato la lettera e sono recentemente rientrati nel Player Council ATP. Qualcuno sussurra di un possibile conflitto di interesse di Federer: nel 2012, da presidente del consiglio, era stato importante nelle negoziazioni che avevano portato agli aumenti, ma oggi ha legami più stretti con Tennis Australia e USTA, importanti investitori della sua amata Laver Cup.

Sull'argomento, lo svizzero si è detto favorevole a un maggiore compenso per i giocatori piazzati peggio e a un montepremi superiore per i piccoli tornei. Ma c'è un problema: dove trovare questi soldi se i piccoli tornei fanno addirittura fatica a sopravvivere? Secondo Pospisil, la lettera prevede un impegno di stanziare una percentuale degli eventuali guadagni futuri per i piccoli tornei.

“La nostra idea è permettere ai giocatori di ottenere quello che meritano, far crescere lo sport e portare da 100 a 300 il numero di tennisti in grado di guadagnarsi da vivere”. Messa così, come dargli torto?