Andrea Gaudenzi a capo dell'ATP: un sogno bello e possibile!


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Andrea Gaudenzi a capo dell'ATP: un sogno bello e possibile!

La notizia è troppo succosa per non essere accarezzata, quasi come se fosse una bella donna da corteggiare. Secondo un'indiscrezione lanciata da Simon Briggs, informat(issim)o cronista del Telegraph, il favorito per il ruolo di nuovo capo ATP (non è ancora chiaro se amministratore delegato o presidente, o entrambi) è...

Andrea Gaudenzi. Proprio lui, entrato nell'immaginario popolare per essersi fracassato una spalla in una finale di Coppa Davis. Quel servizio contro Magnus Norman, foriero del 6-5 al quinto nella partita inaugurale di Italia-Svezia (unica finale mai giocata in Italia), gli costò la partita ma è valso gloria eterna, almeno per chi sa guardare al di là dei risultati.

Gaudenzi ha vinto meno di quanto ci si aspettasse, soprattutto dopo che nel 1990 aveva intascato Roland Garros e Us Open Junior. Però è stato il miglior tennista azzurro degli ann 90, uno dei pochi ad alimentare sogni di gloria che poi si sono concretizzati una ventina d'anni dopo con Fognini e, si spera, migliorati da giovani rampanti come Berrettini e Sinner.

Ma chi è Andrea Gaudenzi, 46enne di Faenza che oggi vive e lavora a Londra? Il profilo Linkedim dice molto, ma c'è ancora di più. La sua vita si divide in due parti. Fino al 2003 c'è stato il Gaudenzi tennista, poi il Gaudenzi professionista.

La buona notizia è che la doppia veste potrebbe essere la carta vincente al momento di decidere l'uomo che guiderà il tennis nel nuovo decennio. Anni che promettono gioie infinite al tennis italiano, prima tecniche e poi organizzative, visto che il Pala Alpitour di Torino ospiterà le ATP Finals dal 2021 al 2025.

E Gaudenzi potrebbe essere un perfetto padrone di casa, lui che da giocatore non è mai andato oltre il numero 18 ATP. Ma non sempre l'importanza di un tennista si misura nei numeri. E Gaudenzi – credeteci – è stato molto più significativo di quanto dicano i tre titoli ATP (peraltro secondari: Casablanca, Bastad e St.

Poelten). Nato a Faenza, città importante del tennis italiano, aveva alimentato enormi speranze in quel 1990 che lo aveva portato al numero 1 junior. La FIT di Paolo Galgani lo faceva allenare da Bob Hewitt (lo stesso che, parecchi anni dopo, è stato condannato per molestie).

Ma lui aveva una viva personalità e rimase affascinato da Thomas Muster. Lo ha incontrato la prima volta al vecchio torneo ATP di Firenze: sentendo le urla belluine provenienti da un campo secondario, andò a curiosare e a fine allenamento chiese se poteva andare ad allenarsi con lui.

“Se avessi copiato pari pari quello che faceva, beh, qualcosa avrei dovuto ottenere per forza” racconta, ripensando a quei tempi. Si è trasferito a Vienna e coach Ronnie Leitgeb ha cercato di inscatolarlo in una “black box”, una scatola nera in cui avrebbe dovuto esserci soltanto il tennis, senza spazio per le distrazioni.

Ce l'ha fatta, anche se quella di Muster era ancora più rigorosa. Il treno buono è passato nel biennio 1994-1995: top-20 a poco più di vent'anni, è arrivato a giocarsi partite importanti: ottavi a Parigi contro Ivanisevic (miglior risultato in uno Slam), la semifinale a Monte Carlo (persa contro Muster, tra mille polemiche), finale a Dubai, una bella occasione non sfruttata allo Us Open (dopo un gran successo contro Courier).

“Avessi vinto quelle 3-4 partite in più sarei entrato tra i primi 10. Purtroppo non le ho vinte. Poi, qualche anno dopo, mi sono reso conto dei miei limiti”. È diventato un animale da Davis, con partite quasi eroiche, ma quella spalla destra non lo ha mai lasciato in pace.

Tutti ricordano il “clac” di Milano, ma Andrea si è sottoposto a tre interventi. “Forse quegli infortuni non sono stati ben gestiti”. Però, già intorno ai 25-26 anni, Gaudenzi sapeva bene che il tennis giocato era solo una tappa di passaggio.

Aveva in mente quello che gli sarebbe piaciuto fare: mentre i tennisti si perdevano nelle distrazioni dell'epoca (mancavano ancora internet e cellulari), lui studiava e alternava Agassi e diritto romano, Sampras e diritto privato.

“Non mi hanno mai trattato troppo bene. I professori sostenevano che non avrei mai fatto l'avvocato e questo mi dava fastidio – racconta – dalle nostre parti non si valorizza lo sportivo di alto livello, mentre negli Stati Uniti c'è una mentalità molto diversa.

Loro sanno apprezzare l'atleta e lo mettono nelle condizioni di studiare, mentre da noi un ragazzo viene messo davanti a un bivio intorno ai 14-15 anni di età. E vorrei sottolineare che, anche durante una carriera da professionista, il tempo per studiare non manca”.

Lui lo ha dimostrato. Già da ragazzino, però, ha dimostrato spiccate doti caratteriali e persino sindacali. Se ne ricordano almeno tre: la prima, più famosa, la condusse in prima persona nel 1995, quando chiese una più corretta distribuzione dei premi per la Coppa Davis.

Era preparatissimo: parlava dei compensi dati alle federazioni, dei “premi NEC” (allora title sponsor della competizione) e diceva che ai giocatori restavano le briciole. La battaglia dialettica con Paolo Galgani fu divertente, ruspante.

"Fa queste richieste dopo aver battuto le riserve della Repubblica Ceca..." ironizzava l'ex presidente FIT. Tre anni dopo, polemiche simili quando faceva parte della squadra che giunse in finale. Infine, nel 2001, c'era anche lui tra i “ribelli” che si erano opposti alle prime scelte della FIT di Binaghi, che “impose” Corrado Barazzutti in panchina al posto dell'amatissimo (soprattutto da Andrea) Paolo Bertolucci.

Più in generale, i tennisti chiedevano di poter scegliere i loro rappresentanti nel Consiglio Federale e di essere coinvolti nella nomina dei capitani di Davis e Fed Cup. Ne scaturirono squalifiche, polemiche, divisioni.

La carriera di Gaudenzi è terminata qualche giorno dopo il compimento dei 30 anni, al Challenger di San Marino. I tre game raccolti contro Federico Browne lo convinsero a lasciar perdere, anche perché veniva da una striscia di sconfitte quasi irrispettosa della sua qualità.

Ben presto, però, è iniziata una nuova vita. Non voleva riciclarsi come allenatore, voleva scappare via da un mondo che gli piaceva, ok, ma lo aveva logorato. E così, subito dopo l'ultimo torneo, anziché intraprendere una vita da pantofolaio, si è iscritto a un Master in Business Administration.

Ovviamente, con ottimi risultati. Per qualche tempo ha fatto il telecronista su Eurosport: era apprezzatissimo, ma sentiva che non era quello il suo futuro. E così via a un'agenzia che gestiva atleti (calciatori, ma anche tennisti: nel portfolio c'erano Andreas Seppi e Fabio Fognini), poi cinque anni d'esperienza in un colosso del betting come Bwin.

Niente scommesse: seguiva i contratti di sponsorizzazione per squadroni come Milan e Real Madrid. A quel punto, via alla carriera da imprenditore: prima il social gaming, poi servizi finanziari, infine l'occupazione attuale, denominata “Musixmatch”.

Di cosa si tratta? Meglio lasciare la parola direttamente al faentino. “Musixmatch è una data company in ambito musicale che si interfaccia da una parte con publisher come Warner e Sony che detengono i diritti delle canzoni e dall’altra con le piattaforme che la diffondono come – ad esempio – Spotify ed Apple Music.

Abbiamo creato un database con i testi ma non solo: ci sono traduzioni, dati di sincronizzazione e moltissimi altri metadati. Infine, abbiamo sviluppato una parte di AI per analizzare mood e sentiment delle liriche”. In sintesi, riescono a selezionare le canzoni non solo in base al ritmo, ma anche alle tematiche trattate nei testi.

È andata talmente bene che i partner si chiamano Apple, Facebook, Google e Amazon. Insomma, il profilo di un imprenditore di successo. Ma il tennis ha tornato a bussare alla sua porta qualche anno fa, quando c'è stato un riavvicinamento con la FIT di Binaghi (con cui i legami non erano esattamente idilliaci).

Avevano visto in lui la figura ideale, con competenze professionali e linguistiche per rappresentare l'Italia (e il torneo di Roma) al tavolo dei grandi tornei. E si ipotizzò che potesse essere lui la figura adatta per ereditare dall'ultrasettantenne Sergio Palmieri il ruolo di direttore del torneo.

Ma era difficile pensare che una figura come Gaudenzi potesse limitarsi a un ruolo del genere, peraltro in una federazione sportiva con dinamiche come quella della FIT. Intanto è entrato nel board di ATP Media, la società che produce e commercializza i diritti di tutti i tornei ATP.

C'è il suo zampino nello sviluppo di “Tennis TV”, l'app che è diventata un must per tutti gli appassionati e che – con poco più di 100 euro all'anno – permette di vedere tutto (Slam e WTA esclusi) su qualsiasi device.

Da qualche tempo, è visibile anche sulle Smart TV Samsung, molto utilizzate in Italia. Il suo ruolo con ATP Media non è esecutivo e, soprattutto, non troppo impegnativo. Tuttavia, gli ultimi due ruoli gli hanno permesso di farsi apprezzare come persona, come professionista, come tutto.

D'altra parte, è difficile non restare affascinati da Andrea Gaudenzi. E per un ruolo come quello del capo ATP, la doppia conoscenze delle esigenze dei giocatori e dell'azienda (perché l'ATP, alla fine, è un'azienda) è un valore aggiunto che deve aver sedotto qualcuno molto, molto in alto.

Che Gaudenzi sia tra i candidati non sorprende, semmai fa rumore: sarebbe il primo CEO (o presidente) non anglosassone dopo due americani (Mark Miles e Adam Helfant), due sudafricani (Etienne De Villiers e il compianto Brad Drewett) e l'inglese Chris Kermode.

Un uomo che ha avuto l'umiltà di rimettersi in gioco: agli inizi della carriera da imprenditore, volò per un appuntamento di lavoro da Milano a Roma: una volta atterrato a Fiumicino, la persona con cui aveva appuntamento gli disse che non lo poteva ricevere.

“E che avrei dovuto richiamare la sua segretaria. Io ero abituato a trovare una Mercedes ad aspettarmi e andare a giocare al Foro Italico, mi sono ritrovato a prendermi un camogli all'aeroporto. Ci vuole umiltà”.

Certo, ma anche pazienza e tante, tante qualità. Andrea Gaudenzi ha dimostrato di averle, poi ama tecnologia e innovazioni. Parlando delle regole delle Next Gen Finals, ha detto che gli piace il principio dei set a 4 game: “Perchè quando guardo una partita registrata vado sempre al 4-4, al 5-5, per vedere i punti importanti.

I set più brevi permettono di avere più momenti emozionanti e maggiore spettacolo. Altre novità non mi entusiasmano”. Vedremo. Tutto fa pensare che sarebbe davvero un ottimo capo, uno in grado di fare il bene del tennis senza sradicarne le tradizioni.

Per ora è un'indiscrezione e come tale va trattata. Due indizi, piccoli piccoli, ci sono. Il primo è la sua foto nel profilo ATP: un'immagine recente, fresca, attuale. Molti giocatori della sua generazione o non ce l'hanno, oppure hanno foto d'archivio tratte dal mondo analogico.

Se a Gaudenzi hanno rinfrescato l'immagine, beh, è possibile che ci sia qualcosa “sotto”. Poi ha un suo canale Youtube, con appena due filmati. Uno è una vecchia apparizione a Sky, l'altro è stato caricato appena tre mesi fa ed è un breve riassunto della sua carriera, con le immagini di alcuni dei suoi match salienti.

D'altra parte, ATP Media (grazie alla collaborazione con Liquid Hub Media) ha digitalizzato i contenuti di molti match dal 1990 in poi ed è normale che ci finissero anche i suoi. Quei nove minuti e mezzo, in cui lo si vede contro Sampras, Courier, Muster, Costa, Agassi e Kafelnikov, beh, sembrano la base perfetta per un video di presentazione del nuovo capo ATP. Speriamo.