Olimpiadi: ecco perché Federer non avrà bisogno di wild card


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Olimpiadi: ecco perché Federer non avrà bisogno di wild card

Si dice che la “malattia del bacio”, nel tennis, sia la mononucleosi. Per Roger Federer, invece, si tratta di un virus benefico che riguarda le Olimpiadi. A margine di un'esibizione a Tokyo con John Isner, ha annunciato che parteciperà al torneo olimpico in programma dal 25 luglio al 2 agosto.

Dopo essersi riunito con team e famiglia, ha scelto proprio la sede dei Giochi 2020 per comunicare la decisione. Non era scontato, perché il torneo a cinque cerchi si colloca un paio di settimane dopo la fine di Wimbledon e ad appena tre settimane dallo Us Open, ma per lui è stata una “scelta di cuore”.

Non solo vanta un paio di medaglie (l'oro in doppio a Pechino e l'argento in singolare a Londra), ma è stato portabandiera della Svizzera in due occasioni (Atene a Pechino) e – soprattutto – lega alle Olimpiadi uno dei momenti più importanti della sua vita: il primo bacio alla moglie Mirka Vavrinec.

Ormai è letteratura: Sydney 2000 (quando si arrese in semifinale, perdendo anche la finale per il bronzo contro Arnaud Di Pasquale). Dopo un corteggiamento durato un paio di settimane, quasi a tempo scaduto, scoccò la scintilla con l'allora giocatrice, un anno più grande di lui.

“La discriminante principale è stata la famiglia – ha detto Federer alla corrispondente CNN – ho chiesto loro se mi avrebbero seguito o se sarei rimasto da solo per due settimane. Non mi piace andare in giro senza la mia famiglia, voglio essere felice perché siamo spesso in viaggio.

L'anno scorso abbiamo viaggiato molto, quest'anno abbiamo un po' ridotto, ma Mirka era felicissima di tornare in Giappone, sa quanto significhino per me le Olimpiadi. Ci siamo incontrati a Sydney 2000, lì ci siamo baciati per la prima volta e ogni edizione è stata speciale.

Mi è spiaciuto molto saltare Rio per i problemi al ginocchio”. È presto per parlare di obiettivi o sogni di medaglia, ma per lui sarebbe una ciliegina sulla torta. E Roger lo sa bene: “La gente dirà che ho bisogno di vincere l'oro in singolare per completare il mio bagaglio di trofei, ma per me non è così – ha detto – non voglio mettermi troppa pressione.

La so gestire, non è un problema, voglio solo fare del mio meglio e vedere se posso ottenerne un'altra. Se fosse d'oro sarebbe fin troppo. Sarebbe fantastico”. Il torneo olimpico si giocherà in condizioni tecniche perfette per lo svizzero: tabellone a 64 giocatori, partite al meglio dei tre set (con tie-break in tutti i set), compresa la finale.

Quest'ultima norma è stata aggiunta in aprile, non senza polemiche. Il torneo durerà nove giorni e quindi – in teoria – lo svizzero avrà a disposizione ben tre day-off se dovesse arrivare in finale.

Insomma, l'ideale. La finale si giocherà a meno di una settimana dal suo 39esimo compleanno: sarebbe il più bel regalo possibile, secondo solo all'ennesimo titolo a Wimbledon. La presenza di Federer accenderà ancora di più l'attenzione sul torneo olimpico: anche per questo, l'ITF ha fatto tutto il possibile per facilitargli il compito in chiave regolamentare.

Dando un'occhiata superficiale alle norme, infatti, Federer non avrebbe i requisiti necessari per mettere piede nel rinnovato Ariake Coliseum. Nell'ultimo anno, tuttavia, sono state effettuate alcune acrobazie regolamentari che gli consentiranno di essere a Tokyo.

Ma andiamo con ordine. Da quando il torneo olimpico ha ripreso ad essere atteso ed importante, la Federazione Internazionale ha inserito una clausola per invogliare i tennisti a giocare in Davis e Fed Cup. In sintesi, per ottenere l'eleggibilità olimpica bisognava rispondere ad almeno tre convocazioni nel quadriennio, di cui almeno una negli ultimi due anni.

Per questo, abbiamo visto Serena Williams e Maria Sharapova in partite a cui non erano minimanente interessate, ma tant'è. Dopo aver vinto il trofeo nel 2014, Federer ha perso ogni interesse per la Davis. Ha contribuito a tenere la Svizzera nel World Group nel 2015, poi non ha più giocato.

Ergo, ha zero presenze nel quadriennio. Tuttavia, le norme di eleggibilità per la specifica edizione di Tokyo 2020 hanno aggiunto alcune postille. Per esempio c'è la norma V.b.I, definita “Length of Service”.

In sintesi, le presenze obbligatorie scendono a due se in carriera si è risposto ad almeno 20 convocazioni. Tra il 1999 e il 2015, ha partecipato a 27 incontri per un totale di 70 partite (52 vittorie e 18 sconfitte).

Non basta ancora, ma nel paragrafo successivo si prevede un'ulteriore postilla, secondo cui il “Panel” può concedere l'eleggibilità a proprio piacimento. Il paragrado 2.d parla del “Commitment” alle Olimpiadi o alla Davis.

In altre parole, per dare l'ok a un giocatore si tiene conto dello “storico” nella partecipazione a uno o entrambi gli eventi. Con la sua spettacolare carriera, è ovvio che Federer rientri in questa categoria, che però presenta il pericoloso vincolo della soggettività.

In questo modo, l'ITF potrà concedere (o meno) la partecipazione a chi vuole. È un passaggio importante perché gli consentirà di essere ammesso direttamente nell'entry list senza andare a “occupare” la wild card che apre scenari ancora più permissivi.

Non dovrebbe averne bisogno Novak Djokovic, che tra il 2004 e il 2017 ha raccolto 25 presenze in Davis (per un totale di 44 partite) e quindi la presenza a Madrid sarà sufficiente per ottenere l'eleggibilità.

Andiamo avanti: dei 64 posti per il tabellone di singolare, 56 saranno stabiliti per diritto di classifica (farà fede il ranking ATP-WTA dell'8 giugno 2020, subito dopo il Roland Garros), mentre i restanti otto sono così suddivisi: sei in base a criteri geografici, una wild card e un posto per il paese ospitante.

In merito ai primi sei, Europa e Oceania daranno una wild card al giocatore meglio piazzato di un Paese non ancora rappresentato in singolare. In questo momento (ma ovviamente le cose cambieranno in otto mesi), per l'Europa si giocherebbero il posto Casper Ruud (Norvegia), Joao Sousa (Portogallo) e Ricardas Berankis (Lituania), mentre per l'Oceania sarebbe qualificato il neozelandese Rubin Statham, addirittura numero 601 ATP.

Al contrario, gli altri quattro posti sono già ufficialmente assegnati: per le Americhe, ci saranno i due finalisti dei Giochi Panamericani (il brasiliano Joao Menezes e il cileno Tomas Barrios), per l'Africa il vincitore dei Giochi Panafricani (l'egiziano Mohamed Safwat) e per l'Asia il vincitore dei Giochi Asiatici, svoltisi addirittura l'anno scorso.

Si è imposto l'uzbeko Denis Istomin. La wild card andrà a un giocatore che abbia vinto un oro olimpico o almeno uno Slam, tra quelli che non hanno l'eleggibilità (a patto che sia tra i top-300 ATP).

In questo momento, l'unico indiziato potrebbe essere Juan Martin Del Potro. L'argentino ha giocato “appena” 13 serie con l'albiceleste e non partecipa alla Davis dal 2016. Tuttavia, il suo trionfo allo Us Open 2009 lo rimette in lizza (senza dimenticare che ha raccolto due medaglie in singolare, il che lo renderebbe eleggibile anche secondo il paragrafo 2.d.

menzionato qualche riga fa). Non ci sono altri giocatori nella sua condizione, poiché gli altri (pochissimi) vincitori Slam della storia recente hanno giocato almeno 20 serie in Davis: Cilic 25, Wawrinka 24, Murray 20.

Sono loro gli unici “Slammers” ancora in attività. A Rio de Janeiro era stata data una wild card a Francesca Schiavone proprio in qualità di campionessa Slam, ma poi la milanese non andò in Brasile.

Questo viaggio nei regolamenti sarà forse stato noioso, ma ci ha dato notizie importanti: i super-big non avranno bisogno di wild card, ma li vedremo regolarmente nell'entry list a cinque cerchi. Era importante fare un'informazione corretta, perché persino la CNN si era confusa e aveva parlato di wild card per Federer...