Racchette rubate, viaggi senza soldi. Ma alla fine, Juan Pablo Varillas...


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Racchette rubate, viaggi senza soldi. Ma alla fine, Juan Pablo Varillas...

Gli hanno dedicato persino uno spazio nei TG. D'altra parte, la vita di Juan Pablo Varillas è cambiata un paio di mesi fa. È passato dalle stalle alle stelle in pochi giorni, nel catino del Lawn Tennis Club di Lima.

Il suo Perù ha ospitato i Giochi Panamericani e lui sognava di intascare una medaglia, la più pregiata possibile. Invece il sogno si è bloccato in un folle quarto di finale contro il cileno Marcelo Tomàs Barrios.

Avanti 6-3 nel tie-break decisivo, ha perso gli ultimi cinque punti e lasciato strada al suo avversario, facendo cadere nella più cupa disperazione un migliaio (o forse più) di peruviani scatenati. Gente che di solito non va a vedere il tennis, neanche in Coppa Davis, ma per le Mini Olimpiadi americane, giocate in casa per la prima volta, erano pronti a tutto pur di mettersi la mano sul cuore durante l'esecuzione dell'inno nazionale.

Qualche giorno dopo, è arrivato il contentino. Youtube mostra un breve filmato amatoriale del matchpoint con cui Varillas e Sergio Galdos si sono aggiudicati la medaglia di bronzo in doppio. 12-10 al super tie-break contro i boliviani Zeballos-Arias, esplosione di gioia del pubblico dopo l'ultimo punto, giocatori per terra dalla gioia, esultanza manco avessero vinto uno Slam, o magari la Davis.

Quel successo ha cambiato la vita dei due migliori tennisti peruviani, chiamati a rilanciare una tradizione che conta buonissimi giocatori come Pablo Arraya, Jaime Yzaga (il più forte di tutti) e Luis “Lucho” Horna.

Nei giorni successivi, ovunque andassero, erano riconosciuti. “Un paio di volte sono andato a prendere un caffè e mi hanno chiesto una foto – ha raccontato Galdos – mi hanno riconosciuto anche al supermercato”.

La delusione più cupa si è trasformata in libidine con quel bronzo al collo, e l'onda lunga si è estesa anche nella carriera individuale. Smaltita la sbornia post-giochi, Varillas si è recato in Europa e si è aggiudicato il suo quinto Futures a Trieste.

Poi è tornato in Sudamerica e ha colto il primo successo in carriera contro un top-100 ATP, battendo Hugo Dellien al Challenger di Buenos Aires. Nulla a confronto del primo titolo, sulla terra brasiliana di Campinas.

Battendo in finale l'argentino Juan Pablo Ficovich si è garantito una scalata di 94 posizioni, portandosi al numero 238 ATP, in piena corsa per un posto nelle qualificazioni dell'Australian Open. Adesso giocherà a Santo Domingo, ma c'è già grande attesa per il Challenger di Lima, al via il prossimo 21 ottobre.

Lo attenderanno come un piccolo Messia. Da quelle parti, non succedeva da una vita. L'ultimo peruviano a vincere un ATP Challenger era stato Horna, a Lugano, nel 2008. Gli altri tre ad aver vinto tornei di categoria sono stati Pablo Arraya, Ivan Miranda e José Luis Noriega.

In questa speciale lista non c'è Jaime Yzaga: nornale, perché ebbe una carriera junior da fenomeno e a 18 anni già raggiungeva gli ottavi allo Us Open. In altre parole, non ha quasi mai frequentato il tour minore.

A fine carriera si è tolto la soddisfazione di vincere il doppio proprio a Lima, in coppia con Americo “Tupi” Venero, attuale capitano del team di Coppa Davis. Ma se Yzaga è stato il più forte peruviano di sempre, non è mai riuscito a trascinare la squadra nel World Group di Coppa Davis.

Al contrario, una decina d'anni fa il miracolo è riuscito a Horna e Miranda. In panchina, ovviamente, c'era proprio Yzaga. Oggi le cose sono cambiate e una federazione poverissima, quasi disperata, si è affidata a Venero e ha trovato in Varillas (24 anni compiuti proprio nel giorno della finale) una piccola luce di speranza dopo anni tremendi, culminati nell'umiliazione di due anni fa: in occasione del match perso in Ecuador, i componenti della squadra rimasero senza copertura economica e furono costretti a pagarsi le spese di tasca propria.

Per Varillas, tutto sommato, non era una novità. La sua non è una vita facile: il Perù offre poco e ha sempre dovuto arrangiarsi da solo, senza sponsor né aiuti. Soltanto i suoi genitori e il buon cuore dei suoi coach gli hanno permesso di continuare il sogno ed evitare la bancarotta tennistica.

L'unico aiuto è arrivato da Wilson, che gli ha fornito un po' di attrezzatura. Il sogno sembrava definitivamente spezzato nel 2017, quando è stato vittima di un furto durante un Futures a Cordoba, in Argentina.

“Stavo prendendo un caffè e il megafono del club ha chiamato l'attenzione del proprietario di una Renault verde – raccontò a suo tempo – dentro c'erano tutte le mie cose: cinque racchette, scarpe, giubbotto e persino il mio computer”.

Gli prestarono una borsa, dovette comprarsi una giacca pesante perché in quel periodo faceva freddo, mentre le racchette gli furono prestate dal suo miglior amico nel tour, l'argentino Agustin Velotti. Avevano peso e bilanciamento diverso, ma almeno erano dello stesso modello.

Meglio di niente. Varillas è uno dei tanti mestieranti che affollano il circuito minore in attesa della settimana buona. È consapevole che il Perù non è in grado di offrire il giusto supporto ai suoi atleti, specie se con una racchetta in mano.

“Il calcio è più diffuso e certamente più economico – racconta – inoltre la federazione non fa la giusta propaganda, non vanno nelle scuole e non si crea interesse. Per questo è difficile che si conoscano i giocatori”.

Ed è difficile trovare buone condizioni per allenarsi. E allora Juan Pablo (pur mantenendo la residenza a Lima) ha scelto di allenarsi in Argentina. “Lì ho molte più chance, si respira tennis. In Perù siamo 5-6 tennisti di valore, mentre a Buenos Aires c'è sempre gente per allenarsi, un ricambio incredibile.

Un giorno ti alleni con uno sconosciuto, ma poi il giorno dopo ci sono Carlos Berlocq e Leonardo Mayer”. I 7.200 dollari intascati a Campinas aiutano, ma il problema economico rimane: per una stagione di livello ce ne vogliono almeno 60-70.000, cifra per nulla paragonabile all'aiuto governativo che arriva agli atleti che fanno parte del programma “Apoyo al Deportista” Lui ne beneficia, ma il tennis è più complicato rispetto alle altre discipline.

Quando gli chiedono dei grandi giocatori che hanno difeso la “blanquirroja”, ha la risposta pronta: “Horna si è allenato in Argentina, mentre Yzaga e Arraya erano andati negli Stati Uniti. Si è trattato di casi isolati”.

Lui è consapevole dell'importanza sociale – quasi culturale – dei suoi risultati e prova ad essere il leader di un sistema. Insieme a Galdos, hanno riportato il Perù nel Gruppo I di Coppa Davis grazie a un avventuroso successo contro El Salvador, e la riforma delle serie inferiori ha garantito loro un match dal fascino immenso: i prossimi 6-7 marzo, a Lima arriverà nientemeno che la Svizzera.

“Non credo proprio che Federer e Wawrinka verranno, non giocano in Davis da oltre tre anni” ha sibilato Americo Venero, ma sarebbe un'esperienza irripetibile per un Paese che non è riuscito ad accaparrarsi una delle date del tour di esibizioni di Roger Federer (che sarà in Cile, Argentina, Colombia, Messico ed Ecuador nella settimana delle Davis Cup Finals).

I sogni rimarranno tali, ma forse è meglio così: contro Laaksonen e company potrebbero avere qualche chance di vittoria e arrivare a giocarsi i play-off per il World Group. Varillas è un tifoso di Federer, ma nella sua stanza troneggia una gigantografia del 2013, quando a Lima sbarcò nientemeno che Rafa Nadal e condivise il campo con lui.

Chissà che non possa esaudire il sogno di trovarsi nello stesso tabellone di Rafa, magari in uno Slam. La vittoria a Campinas può cambiare ogni prospettiva: “Prima della finale, ho ricordato col mio allenatore la prima volta che ero venuto in Brasile, per le qualificazioni di un Challenger – racconta – furono match molto duri e non immaginavo di arrivare a questo livello.

Vincere un torneo quattro anni dopo è il premio per il duro lavoro e per aver continuato a lavorare quando le cose non andavano bene”. Non raggiungerà il numero 18 di Yzaga, il numero 29 di Arraya o il 33 di Horna.

Però il Perù è tornato nella geografia del tennis, e la sua gente ha ripreso ad emozionarsi per racchette e palline. Di questo, Juan Pablo Varillas può essere fiero.