Anastasia Yakimova, il tennis si può amare in tanti modi


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Anastasia Yakimova, il tennis si può amare in tanti modi

Smettere a 26 anni. Per la maggior parte dei giocatori può essere un dramma, il fallimento di un progetto. Ma non per tutti. Pochi ricorderanno Anastasia Yakimova, ottima giocatrice bielorussa con un best ranking al numero 49 WTA.

Un titolo WTA in doppio, tredici vittorie ITF in singolare e una ventina di partecipazioni Slam, con la chicca di un terzo turno all'Australian Open (era il 2007). Il suo picco di popolarità risale al febbraio 2012, quando sostituì Vika Azarenka in extremis in un match di Fed Cup contro gli Stati Uniti, a Worcester.

Perse contro la McHale, ma strappò un set a Serena Williams. Partite che si possono ricordare per una vita, anche se perdute. Il fisico l'ha abbandonata qualche mese dopo, giovanissima, ed è stata costretta a cercare un'alternativa.

Ma ben presto ha capito che il tennis poteva ancora far parte della sua vita. “Non è possibile giocare nel tour senza essere al 100% - racconta la bielorussa, che compirà 33 anni tra un mese – ho giocato per undici anni e il mio corpo li ha sentiti tutti.

Volevo prendermi una piccola pausa e capire se avevo le qualità per allenare. Mi è piaciuto sin da subito, ho ritrovato motivazione e non ho mai pensato di riprendere a giocare”. Per qualche anno ha stazionato in Spagna: facile intuirlo dando un'occhiata alla sua carriera: dopo aver smesso a fine 2012, la sua attività racconta di qualche apparizione qua e là, quasi tutte in Spagna.

Nel 2015 si è anche tolta lo sfizio di vincere un ITF a Las Palmas de Gran Canaria. Neanche quel successo, tuttavia, ha alimentato propositi di rientro. In quegli anni era diventata coproprietaria di una scuola di tennis, sede di un torneo internazionale giovanile.

Ogni anno vi si recava Frank Petersen, tecnico danese al seguito delle migliori promesse del paese scandinavo. Tra i due si è creato un rapporto di cordialità, sfociato in un invito alla Yakimova per un campus estivo dedicato all'elite dei giovani danesi.

“La mia prima visita in Danimarca risale a cinque anni fa, da allora ci vado ogni estate. Appena si è creata l'opportunità di lavorare con Frank, l'ho colta. È capitata nel momento giusto, quando ero alla ricerca di nuove sfide”.

Oggi la Yakimova è danese d'adozione: non solo gioca per il Fruens Boge Tennis Club di Odense in diverse competizioni a squadre e individuali, ma allena i migliori giocatori del club. Da una parte, ha trasmesso la sua esperienza ai giovani di un Paese che rischia di tornare nel dimenticatoio tennistico dopo il ritiro di Caroline Wozniacki (anche se Clara Tauson promette bene), dall'altro ha appreso cose nuove.

“Quando ho iniziato a giocare a tennis in Bielorussia, non era contemplato farlo soltanto per divertimento – racconta – l'unica via percorribile era quella del professionismo e il tentativo di fare soldi.

Lo sport era visto come uno strumento per fuggire dalla povertà”. C'è da crederle, anche ricordando i racconti d'infanzia di Victoria Azarenka, i cui primi ricordi tennistici sono legati a un freddo palestrone di Minsk.

In Danimarca è tutto diverso: i bambini hanno tante opportunità, quindi possono dare al tennis la priorità desiderata. “In Danimarca si può giocare a tennis per divertimento, e per me è una bella esperienza vedere un ragazzo che si gode il gioco senza l'ossessione del risultato.

Tuttavia lavoro quotidianamente con gli aspiranti professionisti, quelli con ambizioni di un certo tipo. Sono quelli più vicini alla mia mentalità”. Anche se sembrano due Paesi agli antipodi, la Yakimova ha individuato qualche somiglianza tra Bielorussia e Danimarca.

A suo dire, il tennis è lo strumento giusto per apprendere qualità e conoscenze che saranno importanti nel resto della vita. “Praticare uno sport fa crescere, rende attivi – racconta – affrontare e risolvere i problemi in solitudine offre ai giovani strumenti importanti, che poi saranno utili in futuro.

Sul campo devi essere tu a trovare le soluzioni, nessuno può darti una mano. Per me è stato un grande insegnamento”. Ogni tanto la Yakimova prova un pizzico di nostalgia per il circuito WTA, anche perché il suo Paese ha prodotto due giocatrici di primissimo piano come la Azarenka e la giovane Aryna Sabalenka.

Le manca girare il mondo con i privilegi di uno sportivo di livello, ma allo stesso tempo è fiera della sua scelta. È convinta che il tennis rappresenti una fonte d'educazione. Il desiderio di crescere l'ha convinta ad andare in Danimarca.

Chissà che tra le sue mani non spunti un campioncino. Sarebbe la rivincita per una ex giocatrice che non ha potuto esprimersi al 100%, e la riscossa per un Paese che adesso sogna di ospitare di nuovo un torneo WTA dopo la fallimentare esperienza di Farum (tre edizioni tra il 2010 e il 2012).

Oggi la Danimarca è in trattativa per acquistare una licenza, magari per un torneo su erba, da giocarsi ad Amager. Dovesse andare in porto, sarebbe suggestivo se vi prendesse parte un'allieva della Yakimova, la bielorussa trascinata in Danimarca dai sentieri della vita.