Luiz Carvalho, il brasiliano che ama la Cina: "Fa bene al tennis"


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Luiz Carvalho, il brasiliano che ama la Cina: "Fa bene al tennis"

Il maltempo è tra i rischi maggiori per un torneo all'aperto, ma Luiz Carvalho non se la prese più di tanto quando il Rio Open 2016 fu falcidiato dalla pioggia. Grazie alla pioggia, infatti, ha intrapreso una carriera eccezionale.

A neanche 38 anni (li compirà il prossimo 18 ottobre) è uno degli organizzatori più in vista del momento. Non solo dirige l'ATP 500 di Rio de Janeiro, ma ha assunto lo stesso ruolo in un paio di tornei asiatici: il WTA di Shenzhen e la prova ATP di Chengdu, terminata domenica scorsa.

Una carriera che può ancora crescere, eppure è nata per caso. Dopo un timido tentativo di diventare professionista (è stato numero 868 ATP nel 2000) ha scelto la via universitaria negli Stati Uniti, giocando il campionato NCAA.

Nel giorno del suo ultimo torneo, all'improvviso, cadde un'acquazzone. I giocatori si rifugiarono sotto un gazebo, in Texas. “Durante la pausa, l'allenatore della squadra avversaria mi chiese cosa volessi fare dopo la laurea – racconta Carvalho – mi ha detto che aveva un amico nell'ATP in cerca di un tirocinante nel dipartimento dei nuovi media”.

Detto, fatto. Carvalho ha messo piede nel sindacato nel 2006 ed è stato assunto l'anno seguente. Tre anni in cui ha accumulato la competenza necessaria per “spadroneggiare” nel suo Brasile. È tornato in patria nel 2010, prima dirigendo il Brasil Open e poi facendo da manager al numero 1 del Paese, Thomaz Bellucci.

Un'altra svolta risale al 2012, quando è entrato nella società IMX (oggi IMM) ed è stato naturale metterlo al timone del neonato (e ambizioso) ATP 500 di Rio de Janeiro. Una rapida scalata che gli ha aperto nuove strade, impensabili soltanto qualche anno fa.

Come detto, adesso dirige un paio di tornei in Cina. “È stato possibile grazie all'intercessione di IMG, che peraltro è proprietaria al 50% del Rio Open (il restante 50% è di Mubadala) – racconta Carvalho – chi dirigeva questo torneo, che prima si giocava a Kuala Lumpur e poi a Shenzhen, si è ritirato, e si è creata l'opportunità.

Inizialmente avei dovuto aiutare il team locale perché IMG possiede un ufficio a Hong Kong che si occupa di tutta la pre-produzione”. Ma la sua bravura gli ha permesso di assumuere un ruolo sempre più importante.

La testimonianza di Carvalho è preziosa, perché ha una visione molto lucida di quanto sta accadendo in Asia. In Europa non c'è una corretta percezione di quello che accade da quelle parti. Il torneo di Chengdu, per esempio, non è certo tra i più importanti del tour.

“Eppure si gioca in uno stadio permanente che può ospitare 7000 spettatori – racconta – inoltre il Campo 1 e il Campo 2 sono identici, con una capienza di 1000 posti ciascuno. La Cina sta effettuando un investimento impressionante, adesso vogliono produrre un top-100 ATP per continuare con i loro progetti”.

I recenti risultati di Zhizhen Zhang inducono all'ottimismo. Secondo Carvalho, il tennis è diventato importante quando è stato varato il Masters 1000 di Shanghai. Attorno all'evento più importante (che per anni ha vinto l'Award come miglior torneo della sua categoria) sono stati creati diversi tornei, più o meno importanti.

Basti pensare che il China Open di Pechino è il più ricco tra gli ATP 500 (oltre 3 milioni e mezzo di montepremi), e offre oltre 8 milioni nel WTA Mandatory. “Il mercato europeo è saturo, ci sono tanti eventi tradizionali – continua – mentre negli Stati Uniti non ci sono più idoli e c'è meno voglia di investire.

La WTA ha visto per prima questa finestra, e credo che sia una buona notizia per il tennis. Si gioca in impianti moderni e permanenti, il tutto a vantaggio del tour. Da parte sua, l'ATP è un po' meno flessibile con le date”.

A suo dire, tuttavia, si sono create le basi per fare sempre meglio e creare la giusta tradizione, modificando la pigrizia mentale di diversi giocatori. In questa fase della stagione, i tennisti sono riluttanti a fare 10 ore di viaggio per poi tornare in Europa per l'ultimo slot stagionale.

“Però alla fine sono contenti perché è tutto all'avanguardia: hotel, trasporti, cibo e strutture sono ottimi. Inoltre i montepremi sono notevoli, senza parlare delle garanzie. Ci sono tutti gli ingredienti”.

In pochi anni, Carvalho si è costruito la stima di tanti giocatori e ha creato una rete di conoscenze che gli torna utile al momento delle trattative per i suoi tornei. “Anche se gli affari si fanno con i manager, non direttamente con i giocatori.

Una delle cose più difficili, per il torneo di Rio de Janeiro, è convincerli a giocare sulla terra battuta in febbraio”. Nel suo ruolo al torneo WTA di Shenzhen, quest'anno ha raccolto la presenza di Maria Sharapova.

“Mi aspettavo una persona più fredda, invece è molto socievole e professionale. Vuole essere al corrente di tutto: ovviamente si tratta di una star globale e le diamo un occhio di riguardo, ma mi ha colpito la sua semplicità.

Dopo la sconfitta con la Sabalenka è venuta a ringraziarci e si è scusata per non essere arrivata in fondo. Anche Nadal è così, e mi dicono che Federer sia altrettanto. Questi dettagli differenziano i campioni da tutti gli altri”.

Carvalho ha un debole per la Cina, ma rimane legato al suo Paese e non riesce pensare al futuro senza menzionare il Rio Open. “Vorrei diventare una figura sempre più importante all'interno di IMG, che ha nel tennis il suo fiore all'occhiello, ma mi piacerebbe trainare il tennis brasiliano grazie al Rio Open.

Sarebbe fantastico poter ospitare un giocatore brasiliano del livello di Guga Kuerten. Magari non si vede, ma i nove giorni del torneo sono tutta la mia vita. Mi capita spesso di mettere il lavoro davanti alla mia vita personale.

L'ATP di Rio de Janeiro è la mia creatura”. Curiosamente, il Brasile non farà parte del tour sudamericano di Roger Federer del prossimo novembre. Sul punto, Carvalho racconta un dettaglio curioso: IMG era all'oscuro delle trattative.

“Pare che lavorassero a queste esibizioni da un anno e mezzo, sono stati bravissimi perché nessuno ne sapeva niente. Peccato, perché se lo avessimo saputo avremmo provato a portarlo anche in Brasile. Va detto che Federer costa moltissimo e non sarebbe stato facile.

Alla fine, chi vorrà ammirarlo dovranno andare a Buenos Aires”. Una motivazione in più per migliorare il campo di partecipazione di Rio de Janeiro. “Ci piacerebbe avere Tsitsipas – confida – il problema è che quest'anno è andato in finale a Dubai ed è difficile cambiare programmazione, soprattutto quando giochi bene in un torneo come quello.

Il problema di Rio è che se perdi al primo turno ti trovi un po' perso sul piano logistico. Stiamo comunque valutando diverse opzioni. Stiamo guardando ai terraioli, ma non solo. Dominic Thiem ci piace e speriamo che torni, ma vogliamo trovare nuovi personaggi per accendere ancora di più l'interesse.

Tsitsipas è nella lista, ma in questo momento non ci scommetterei”. A breve, scopriremo se è soltanto pretattica. Di sicuro, volendo credere alle sue parole, dovremo abituarci a un'influenza sempre maggiore della Cina nella geopolitica del tennis. Che sia una buona notizia, beh, lo capiremo con il tempo.