Nishioka, il Rios dagli occhi a mandorla che abbraccia l'occidente


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Nishioka, il Rios dagli occhi a mandorla che abbraccia l'occidente

“Mi chiamo Nishioka, non Nishikori!”. Lo dice con il sorriso sulle labbra, perfettamente abituato a fraintendimenti e scambi di persona. Per una settimana, tuttavia, Yoshihito Nishioka sarà il giocatore più seguito del Sol Levante.

Al torneo ATP di Tokyo, il buon Kei è assente per un problema fisico al braccio. Proprio lui, che ha vinto due volte e da quelle parti è garanzia di sold out. E allora l'attenzione si sposta su un ragazzo che da bambino era affascinato dai dritti intrisi di muscoli di Rafael Nadal e Fernando Verdasco.

Sperava di imitarli, ma Madre Natura è stata severa: è alto appena 170 centimetri per 64 chili. E allora il consiglio risolutivo è arrivato da Nick Bollettieri, lo stesso che aveva accolto Nishikori nella sua accademia quando aveva appena 14 anni.

Anziché pensare agli spagnoli, avrebbe dovuto prendere spunto da un cileno. “Devi utilizzare la tua velocità e la tua tecnica per giocare come un piccolo giocatore del passato: Marcelo Rios: era alto come te, aveva la stessa corporatura ed era mancino”.

Paragone sensato ma ardito, visto l'inimitabile talento di Rios. Ma Yoshihito è un ragazzo operoso e ubbidiente: ha acceso il computer e ha iniziato a guardare alcuni video di Rios su Youtube. “Ed è stato molto utile: ho imparato molte cose su come costruirmi il punto.

Scendere a rete, giocare la palla corta... Rios poteva fare quel che voleva. Dopo averlo conosciuto, ho desiderato giocare come lui”. Nonostante un'altezza media sempre più alta, nel tennis di alto livello c'è ancora spazio per qualche “piccolino”: Schwartzman, Goffin, De Minaur, lo stesso Nishikori...

“Non siamo potenti e non possiamo tirare 20 ace a partita. Quindi dobbiamo usare la rapidità e la tecnica, combattere ed essere forti mentalmente. Inoltre, è importante comprendere al volo le debolezze degli avversari”.

È un buon momento per Nishioka: non è troppo distante dal suo best ranking (n. 58, ottenuto nel 2017). È un gran risultato, poiché aveva perso quasi tutto il 2017 per un grave infortunio al ginocchio durante il torneo di Miami.

Ad appena quattro giorni dall'ottenimento della sua miglior classifica e ci fu il grave infortunio che l'ha costretto all'intervento chirurgico e a una lunga riabilitazione. È tornato nel 2018 e si è tolto la soddisfazione di vincere il suo primo titolo ATP, sul cemento cinese di Shenzhen.

Partito dalle qualificazioni, lungo il percorso ha battuto il suo vecchio idolo Verdasco (nel match ricordato per il brutto gesto dello spagnolo nei confronti di un raccattapalle). “È uno splendido ricordo, in quel momento non credevo di vincere il torneo perché sono partito dalle qualificazioni e non avevo ottenuto buoni risultati nel circuito ATP.

La convalescenza era stata molto dura, dunque la vttoria è stata molto emozionante”. Cresciuto in Giappone, al pari di Nishikori è stato uno dei giovani tennisti a sfruttare il mecenatismo di Masaaki Morita, ex presidente di Sony con un'infinita passione per il tennis.

I suoi investimenti hanno permesso a tanti ragazzi di recarsi negli Stati Uniti a costi accettabili. “Il signor Morita voleva supportare il tennis giovanile in Giappone, ma in quel momento pochissimi giocatori uscivano dal Paese.

Al contrario, lui pensava che dovessimo fare esperienze all'estero. Ogni anno inviava un ragazzo presso la IMG Academy e lì ci veniva dato un obiettivo stagionale, che fosse vincere un Futures o un grande torneo giovanile.

Chi riusciva a ottenerlo, poteva restare un altro anno. Se falliva, tornava a casa”. Nishioka è rimasto in Florida quattro anni, migliorando come tennista ma anche come persona. Si è tolto di dosso i limiti della cultura giapponese e ha allargato i suoi orizzonti, nonché le capacità.

“Quando sono arrivato a Bradenton non sapevo una parola d'inglese – racconta, ricordando una storia simile a quella di Nishikori – molti giapponesi sono timidi quando non possono parlare. Pensavano che io fossi pazzo perché volevo comunicare, avere conversazioni con la gente.

Anche se non ero in grado di parlare, volevo provarci, soprattutto con i miei coetanei. Volevo fare amicizie. Volevo conoscere la loro cultura e raccontare di quella giapponese. Inoltre sapevo che l'inglese è un po' la lingua del tennis, sia tra i giocatori che nelle conversazioni con i giornalisti.

Sapevo che avrei dovuto impararlo”. I risultati sono apprezzabili, ma Nishioka si è fatto notare anche sul campo da tennis. Il suo gioco è perfetto per il cemento all'aperto: anche quest'anno, i suoi migliori risultati sono arrivati sul duro: quarti a Sydney (partendo dalle qualificazioni) e vittorie di prestigio a Indian Wells contro Roberto Bautista Agut e Felix Auger Aliassime.

Il picco è arrivato a Cincinnati, con il primo quarto in un Masters 1000. Lungo il percorso ha battuto nientemeno che Nishikori. “Sono curioso di vedere cosa diranno i notiziari di domani – disse dopo la vittoria – spero che qualche riflettore si accenda su di me.

In questo momento, gli unici tennisti giapponesi famosi sono Kei Nishikori e Naomi Osaka, ma vorrei cambiare le cose”. A Tokyo ha una grande occasione per riuscirci, o almeno inserirsi nel radar di un pubblico che è diventato, all'improvviso, molto esigente.

Dopo il successo contro Joao Sousa, nella mattinata italiana se la vedrà con Lucas Pouille. La gente sarà tutta per lui.