Favola Ymer: la Svezia ritrova i top-100... grazie a un ragazzo di colore


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Favola Ymer: la Svezia ritrova i top-100... grazie a un ragazzo di colore

Ci voleva un incastro di casualità per riportare la Svezia nella geografia del grande tennis. Negli ultimi anni, qualcuno si era domandato se la normalità fosse l'ondata di campioni dell'epoca post-Borg oppure il deserto del 21esimo secolo.

Dopo il titolo di Thomas Johansson all'Australian Open 2002 (un po' casuale), non hanno più vinto niente dopo aver vissuto almeno 25 anni di vacche grasse. Trionfi talmente numerosi e importanti che non basterebbe un articolo per elencarli tutti.

Hanno avuto Joachim Johansson, servizio impressionante e schiena di vetro (è già un ex, anche se fatica ad accettare l'idea di un ritiro: giocherà le pre-qualificazioni del torneo di Stoccolma), poi c'è stato Robin Soderling.

Un campione, numero 4 ATP, due volte finalista a Parigi. Ma la partita più importante, quella contro la mononucleosi, è andata ai “cattivi”. Ha giocato l'ultima partita nel 2011, è uscito dai top-100 l'anno successivo e da allora è rimasto nell'ambiente, prima come produttore di palline, poi come direttore del torneo di Stoccolma.

Sul campo, il tennis svedese era diventato un disastro. Ma da qualche parte, a poche ore d'auto da Stoccolma, stava germogliando il futuro. Due fratellini di colore, origine etiope, frutto di un amore da film, avevano preso una racchetta in mano.

Si chiamavano Elias e Mikael Ymer, e oggi sono i due migliori giocatori di Svezia. Il 30 settembre 2019 è stato un giorno storico per il tennis svedese: hanno ritrovato un top-100 ATP in Mikael, il più giovane, 21 anni compiuti qualche settimana fa.

Aggiudicandosi il terzo ATP Challenger in stagione a Orleans (battendo fior di giocatori come Tsonga e Bedene), è piombato al numero 83. “Devo ancora rendermi conto di quello che è successo – ha detto Mikael – è stata la settimana più bella della mia vita, il pubblico francese è straordinario, ovunque vada mi fanno sentire uno di loro”.

E pensare che non era lui, il predestinato. Il baby fenomeno era Elias, classe 1996. Papà Wondwosen, etiope, era un corridore professionista. Per sfuggire alla guerra scappò in Svezia, e lì si è costruito una nuova vita.

Mamma Kelem, pure lei etiope, aveva frequentato l'Università in Russia ma quello che succedeva in Etiopia le ha impedito di tornare. Allora si è spostata in Svezia, dove ha conosciuto il suo futuro marito.

Papà Ymer sognava un futuro da corridori per i suoi figli, spesso li portava a correre con lui, anche per 10 km. Ma un giorno, quando si trovavano a mezz'ora da casa, il trio si fermò per necessità fisiologiche ed Elias vide un tennis club.

Sin da subito, l'idea di inseguire una pallina con una racchetta in mano gli è sembrata più attraente che correre per la strada. Fu lui a iniziare, folgorato da una passione che qualche anno dopo lo avrebbe portato a tirare la giacca a Magnus Norman per chiedergli una mano.

Senza il suo spirito di iniziativa, probabilmente Mikael non avrebbe iniziato. In realtà, non aveva neanche iniziato. Un bel giorno, Elias si era comportato male sul campo, così il padre lo cacciò e mise in mano la racchetta al fratello minore.

Anche lui aveva talento, nonostante giocasse anche a calcio: in pochi anni, i due hanno fatto incetta di titoli nazionali, riaccendendo la passione degli svedesi. Una passione mai sopita, perché i praticanti non mancano.

“Le generazioni che sono cresciute guardando Borg, Wilander ed Edberg oggi hanno figli, e vogliono farli giocare – aveva raccontato Jonas Bjorkman, ex n.4 ATP – a Stoccolma non c'è il numero di campi sufficiente per soddisfare le richieste”.

Ma i successi del passato non erano stati accompagnati da una visione sul lungo termine, portando a una desertificazione del settore tecnico, con i migliori coach (Thomas Hogstedt, Peter Lundgren e Fredrik Rosengren su tutti) al servizio di giocatori stranieri.

I risultati, beh, li abbiamo visti. Poi è arrivato Magnus Norman e l'idea di costruire un'accademia nei sobborghi di Stoccolma, la "Good to Great", realizzata con Niklas Kulti e Mikael Tillstrom. Un progetto serio, senza fronzoli, con conoscenze importanti finalmente al servizio del tennis svedese (e non solo: il miracolo Wawrinka si è costruito proprio lì): normale che i fratelli Ymer vi transitassero, anche se oggi Mikael si fa allenare da Frederik Nielsen, uno che conosce bene il valore dei sogni: non ha ancora smesso di giocare (è n.190 ATP in doppio), ma qualche anno fa fece la folle scelta di privilegiare il singolare nonostante l'incredibile vittoria a Wimbledon in coppia con Jonathan Marray.

Con il danese, Ymer ha capito che il tennis non è solo tecnica: la parte atletica e quella mentale sono altrettanto importanti. Non a caso, oggi dedica due ore al giorno al fitness (contro le tre di tennis) ed è molto più attento alla gestione dei match.

Lo aveva dimostrato nel primo torneo dell'anno, a Noumea, laddove era arrivato con due giorni di ritardo (aveva perso l'aereo) e ha giocato il primo turno con problemi al gomito, ancora stordito dal jet-lag. Risultato: ha vinto il torneo.

Più in generale, il 2019 è stata una grande stagione per lui. Si è imposto anche a Tampere, si è qualificato per il Roland Garros e ha vinto moltissime partite (con la chicca del successo su Tsonga, rivincita della sconfitta di poche settimane prima a Cassis), mentre il fratello stenta e non riesce ad artigliare i top-100.

Adesso si prenderà una settimana di riposo, poi giocherà il torneo più importante della sua stagione: l'ATP di Stoccolma, con gli svedesi già pronti a riempire le tribune di legno dell'affascinante Kungliga Tennishalle, laddove hanno spesso gioito per i loro connazionali.

Dopo anni bui, adesso la Svezia torna a sognare. Ed è bello – e suggestivo – che la loro grande speranza sia un ragazzo di origine etiope che adora il cibo messicano e quello italiano. Una storia che ha ancora molte pagine bianche, tutte da scrivere. E da raccontare.