Da una fabbrica di ghiaccio ai top-100 ATP: la folle storia di Hugo Dellien


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Da una fabbrica di ghiaccio ai top-100 ATP: la folle storia di Hugo Dellien

Un posto al numero 82 ATP può significare tutto, specie se vieni da un Paese povero, senza tradizione, senza sbocco sul mare, e con le città più importanti situate a oltre 2.000 metri d'altezza, se non 3.000.

Nel 1984, la Bolivia aveva portato Mario Martinez al numero 35 del mondo, unico giocatore di rilievo nella storia della nazione, almeno secondo l'ATP. In realtà c'è un certo Ramiro Benavides, che giura e spergiura di essere stato tra i primi 50 negli anni 70.

Poco importa. Decenni dopo, la Bolivia ha trovato un nuovo mito sportivo a cui aggrapparsi. La sorte ha voluto che provenisse dal tennis. La storia di Hugo Dellien è particolare, quasi speciale. Se adesso frequenta i tornei importanti e scippa set ai top-10 negli Slam (Tsitsipas a Parigi, Medvedev a New York), qualche anno fa aveva abbandonato il tennis.

Problemi economici nati da un investimento a rischio che lo hanno costretto a tornare alle radici. Ma andiamo con ordine: i suoi genitori gli hanno messo una racchetta in mano quando aveva 4 anni, con l'obiettivo di dargli qualcosa da fare al pomeriggio.

Scelta azzeccata, perché da junior è stato fortissimo, addirittura numero 2 del mondo. Qualche avventore del Tennis Club Milano lo ricorderà in semifinale al Trofeo Bonfiglio nel 2011. In quegli anni pensava e sperava di diventare un campione, specie quando si ritrovò a giocare la Copa del Cafè in Costa Rica, con tanto di diretta TV.

Per poco, nel vederlo in televisione, a mamma Silvana non veniva un mancamento. Già, perché lei aveva l'abitudine di ritagliare e conservare gli articoli di giornale che parlavano del figlio. Oggi Dellien si allena a Buenos Aires, sotto la guida di coach Alejandro Fabbri, e ha trovato stabilità personale sposandosi con Camila Giangreco, ex giocatrice paraguaiana di Fed Cup.

“Quest'anno ho vissuto una stagione molto positiva sul piano personale e tennistico. Posso dire che è valsa la pena fare tanti sacrifici”. Ma la vita non è stata sempre semplice per Hugo, capce di issarsi al n.74 ATP lo scorso 18 marzo.

A fine 2015 aveva smesso di giocare per mancanza di sostegno economico. Non potendo viaggiare, la sua vita è cambiata da un giorno all'altro e decise di fare altro. Nei primi due mesi è stato un disastro: viveva più di notte che di giorno, usciva con gli amici, beveva alcol, dormiva male ed era ingrassato parecchio.

“Ho investito tutto in un'azienda di cubetti di ghiaccio e non avevo più soldi. Come per ogni impresa, ci vuole tempo per iniziare a raccogliere il frutto degli investimenti. Sono stato costretto a tornare a vivere dai miei genitori, e per me è stato come toccare il fondo.

Ho sofferto moltissimo, ma ho capito che avevo rinunciato a fare quello che mi piaceva”. Ovvero, scivolare sulla terra battuta e tirare parecchi dritti vincenti. Quando ne parla, non c'è rimpianto nelle sue parole.

Magari non rifarebbe tutto, ma è convinto che sia stato il processo dovuto per arrivare a oggi. Quando accompagnò il fratello minore a un torneo, molti gli hanno chiesto come mai non giocava più. È stato il click decisivo.

“Ogni cosa succede per un motivo, ma non bisogna perdere le occasioni che si presentano – dice il boliviano, vincitore di cinque ATP Challenger, l'ultimo tre mesi fa a Milano – il 2019 mi ha aiutato capire tante cose, non tanto sul piano sportivo, ma soprattutto in quello personale.

Mi ha aiutato a maturare”. L'azienda di famiglia su cui aveva investito ha iniziato a dare i suoi frutti e ha segnato l'inizio della rinascita. Nel 2017 ha ripreso a giocare, poi è arrivata la seconda boccata d'ossigeno grazie alla promessa di giocare in Coppa Davis: “La federtennis boliviana mi ha dato un piccolo anticipo di denaro per effettuare la preparazione.

Non erano molti soldi, ma sono serviti. L'ho svolta in Messico con Eduardo Medica, un coach argentino che praticamente ha fatto tutto gratis e mi ha tenuto a casa sua per due mesi”. Da lì in poi è stata una scalata rapida ed efficace.

In pochi mesi è entrato tra i top-300 ATP e gli sponsor hanno iniziato a credere in lui. “Mi hanno permesso di intensificare l'attività: senza il loro aiuto, sarebbe stato impossibile”. In questo momento, la fabbrica di ghiaccio è ancora attiva ed è gestita dai genitori.

Piano piano, l'investimento inizia a pagare e Dellien – pur concentrato sul tennis – non ha abbandonato del tutto il progetto. “Ogni volta che c'è bisogno di investire per qualcosa, mi faccio trovare pronto.

È un'azienda piccola però le cose vanno bene, il Bolivia è un affare. Adesso che guadagno qualcosa è un piacere investire il più possibile”. Le difficoltà economiche sono un problema comune per tanti giocatori di seconda fascia.

A suo dire, il problema sta nella distribuzione di denaro, soprattutto nei tornei del Grande Slam, in cui ai giocatori rimante in tasca appena il 14% del fatturato complessivo. Storia vecchia, oggetto di eterni dibattiti. “Vorrei che si capisse un concetto: raggiungere la top-100 è difficile, ma non è che se ci arrivi diventi milionario.

Devi restarci almeno 3-4 anni. Il tennis potrebbe offrire molto più di quello che sta dando”. Nel 2014, prima di infilarsi nel mondo degli affari, Dellien era scoraggiato sulla popolarità del tennis in Bolivia.

Diceva che i suoi successi non sarebbero interessati a nessuno. Adesso ha la divisa da gioco piena di sponsor e – ovunque vada – ci sono decine di boliviani a fare il tifo per lui. A Milano, per il weekend finale del Challenger, tantissimi connazionali hanno colorato di rosso, giallo e verde le tribune dell'ASPRIA Harbour Club.

Tuttavia, i problemi restano: “Vorrei essere parte di un risveglio, di un cambio di mentalità. Vorrei che il paese credesse nei tennisti e negli sportivi in generale. In Bolivia non credono in noi”. A suon di risultati, potrebbe anche ottenere il risultato.

Di certo, gli obiettivi sbandierati in questi giorni durante il Challenger di Buenos Aires sembrano un tantino eccessivi: “Voglio raggiungere i primi dieci. Con tutto quello che ho visto nel 2019 mi sono reso conto che ce la posso fare e mi sono preposto obiettivi ancora più ambiziosi”.

Va bene la fiducia, ma se poi perdi al primo turno di un Challenger contro il peruviano Juan Pablo Varillas... Comunque vada, Hugo Dellien ha vinto la sua battaglia: due anni fa giocava i Futures, oggi vive a Las Canitas (zona residenziale di Buenoas Aires) con la moglie e condivide gli spogliatoi con Federer e Nadal.

“Mi domandavo che facessi lì dentro... Però adesso sono uno dei tanti. E mi piace”.