Il grande bluff (cognitivo) della Laver Cup


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Il grande bluff (cognitivo) della Laver Cup

Gli allenamenti dei campioni sono un grande spettacolo. Giocano a braccio sciolto, non hanno tensione e fanno numeri straordinari. Partendo da questo principio, vengono organizzate decine di esibizioni ogni anno. Fanno bene a tutti: ai tennisti (perché hanno un guadagno sicuro), agli spettatori (perché lo spettacolo è notevole) e agli organizzatori (perché attirano molto pubblico).

La premessa è importante perché smorza – almeno in parte – un titolo provocatorio. Ma reale. Si è appena conclusa la terza edizione della Laver Cup, maxi-evento voluto e organizzato (bene) da Roger Federer e dal suo team, con alcune caratteristiche che l'hanno reso un successo globale.

È innegabile che abbia oscurato i tornei ATP-WTA della settimana, relegandoli all'oblio tennistico. Ed è innegabile che ci siano state partite emozionanti, capaci di attirare l'attenzione dello spettatore neutrale.

Smanettando con l'app dell'ATP (aggiornata proprio per inserire la Laver Cup), sono convinto che tanti appassionati fossero più incuriositi dall'evento di Ginevra che dall'esito dei tornei di Metz e San Pietroburgo.

Perché? Elementare, Watson: è stato fatto un capolavoro di marketing che ha propinato un'immagine gonfiata dell'evento, almeno nella sua essenza agonistica. Perché – e bisogna avere il coraggio di sottolinearlo – la Laver Cup è un'esibizione.

Nient'altro che un'esibizione. Bella, ricca, divertente, coinvolgente, ma pur sempre un'esibizione. Non la si vuole sminuire e nemmeno denigrare, ma cercare di osservarla da una prospettiva diversa. Chi scrive è ben contento che la Laver Cup esista, augurandogli successi e lunga vita (anche se la data andrebbe rivista perché “massacra” mediaticamente i tornei del circuito: amen, fatti loro), ma desidera inquadrarla correttamente.

Per farlo, è importante ascoltare il parere di uno dei suoi protagonisti: John McEnroe, iconico capitano del Team World. In una puntata del suo “The Commissioner of Tennis” (insieme a Becker, Wilander, Corretja e Leconte), dedicata alla Coppa Davis, ha pacificamente definito la Laver Cup come “esibizione”.

Non lo dice uno scettico, un critico o un “detrattore” (stizzita definizione di chi segue il Pensiero Unico Tennistico), bensì chi ne trae un guadagno economico e d'immagine. Ma com'è possibile che in appena tre edizioni sia diventata un appuntamento così seguito, atteso e discusso? La figura di Federer – più che centrale – è cruciale.

Si tratta del tennista più amato di tutti i tempi, dotato di carisma e forza politica impressionante. Legittimamente – magari pensando al post-carriera – l'ha sfruttata ideando una competizione in onore di uno dei più grandi di sempre, l'unico a conquistare per due volte il Grand Slam.

Ma ciò che ha abbagliato il pubblico è l'impressionante patina televisiva: con l'aiuto di Tennis Australia, la Laver Cup è avanti anni luce a quasi ogni torneo del circuito, giocandosela persino con gli Slam.

La produzione è di altissimo livello, aiutata da un'ambientazione fantastica (il nero della superficie, le luci basse sugli spalti interrotte dai fasci blu e rossi, i colori dei due team), con chicche impossibili da trovare altrove, come i bordocampisti autorizzati a fare interviste ai membri del team anche durante i match.

Per non dimenticare i clip sparati sui maxi-schermi e in TV: dettagli fantastici, sapiente combinazione di suoni e immagini, persino l'utilizzo del bianco e nero, la vecchia strategia del ralenti per dare una sorta di “sacralità” ai gesti dei protagonisti.

L'effetto è straordinario, il risultato è l'esaltazione globale che abbiamo vissuto nei giorni scorsi. Insomma, una patina capace di nascondere - e persino oscurare - una formula che snatura l'essenza del tennis.

Parliamone. Tra gli aspetti più affascinanti del tennis c'è un sistema di punteggio difficile da incastonare nei palinsesti delle TV generaliste: sai quando inizia (a volte neanche quello), non sai quando finisce.

Al contrario, la Laver Cup – da perfetta esibizione – ha scelto un format che strizza l'occhio alle TV: due set su tre, con super tie-break al posto del terzo set. Soltanto per questo, perplime che i match abbiano valenza negli H2H dei giocatori (almeno da quando è entrata nel calendario ufficiale ATP).

C'è poi la formula complessiva, divertente ma ingiusta: il singolo match vale un punto al venerdì, due punti al sabato, un punto alla domenica. La ragione della scelta è comprensibile: vogliono evitare che si arrivi al terzo giorno col risultato già acquisito, prolungando l'incertezza tutelando la diretta TV e il pubblico pagante, anche perché la biglietteria privilegia gli abbonamenti per l'intero weekend ai tagliandi per la singola giornata.

Ad ammettere che si veleggia tra la “serietà” agonistica e qualcos altro è stato lo stesso Tony Godsick, in un'intervista rilasciata un paio di mesi fa a Forbes. “Vogliamo arrivare al limite della spettacolarizzazione senza però cadere nella baracconata”.

Fin qui, dati oggettivi. Adesso si scivola sull'opinabile, col rischio di indispettire quelli che ritengono la Laver Cup un evento straordinario, la panacea di ogni presunto male, seconda ai soli Slam. L'opinabile risiede nella valutazione dell'atteggiamento dei giocatori.

Non c'è dubbio che si impegnino, e non c'è dubbio che tengano a vincere. Così come è innegabile che lo spirito di squadra, sia pure creato artificiosamente, alimenti un cameratismo piacevole (per i protagonisti) e divertente (per il pubblico).

Ma il tennis rappresenta qualcosa di diverso, mentre la Laver Cup ha fatto sconfinare nel nostro sport elementi simili all'esibizione per eccellenza: il wrestling. Prendiamo la possibilità dei giocatori di parlare ai loro compagni ai cambi di campo.

Al netto dell'eterna diatriba sul coaching, non esiste! O meglio, esiste (e va benissimo) nel contesto di un'esibizione. Chi tesse la tela della Laver Cup ha capito che il prodotto funziona e attrae, spettacolarizzandolo al massimo.

Ripensando al weekend del Palexpo, pochissimi ricorderanno il dettaglio degli incontri, mentre alcuni “coaching” sono già dei classici. Come quando Federer e Nadal hanno spronato Fognini durante il match contro Sock, oppure quando Nadal ha consigliato Federer mentre sfidava Kyrgios.

Attimi diventati virali nel mondo social, con centinaia di commenti entusiastici. Ma, onestamente, cos'hanno detto di straordinario? “Non voglio più vedere negatività” ha sibillato Federer a Fognini.

Quante volte il ligure si sarà sentito dire queste cose da coach e mental trainer? “Tieni gli scambi sotto i cinque colpi” ha suggerito Nadal all'eterno rivale. “Come ai vecchi tempi”. Per carità: dette da loro, certe cose assumono un valore diverso.

Ma non erano messaggi epocali, pur sembrandoli grazie a una scientifica spettacolarizzazione. Non arriviamo a dire che facessero parte del copione, mentre credo che sia così per la sguaiate esultanze delle panchine. Sembrava che la loro vita dipendesse da quello che succedeva sul campo quando – molto semplicemente – non era così.

La Laver Cup non aggiunge nulla alla carriera di chi l'ha vinta né toglie a chi l'ha persa, salvo distribuire sostanziosi assegni. Questo, i giocatori, lo sanno. Per questo c'è il sospetto che la componente ludica abbia avuto almeno la stessa valenza di quella agonistica, e che il copione – in qualche modo – prevedesse un certo tipo di atteggiamento.

Era giusto sottolinearlo, perché – leggendo qua e là – sembra che in troppi se ne siano dimenticati, abboccando a una strategia di comunicazione ottimamente studiata e realizzata. Una strategia che sta riuscendo nell'intento di oscurare la Coppa Davis, o almeno quel che ne rimane.

E forse non è un caso che lo stesso Roger Federer abbia piazzato un paio di esibizioni proprio nei giorni delle Davis Cup Finals: il 18 novembre contro Del Potro a Buenos Aires, il 20 a Bogotà contro Zverev.

Un altro ottimo sistema per distogliere l'attenzione da Madrid e, in un certo senso, delegittimare l'evento voluto da Gerard Piquè. Come potrà giustificare, il difensore del Barcellona, che tre dei migliori al mondo ignorano la Davis al punto da giocare lucrose esibizioni proprio in quei giorni? Magari qualcuno glielo chiederà, ma questa è un'altra storia.