Mangold, l'azzurro dimenticato che sfidò Cochet, Von Cramm... e Lenglen


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Mangold, l'azzurro dimenticato che sfidò Cochet, Von Cramm... e Lenglen

“Oddio... lei mi mette in difficoltà”. Tra le doti di Nicola Pietrangeli (che qualche giorno fa ha compiuto 86 anni: auguri!) c'è una notevole prontezza di spirito. È acuto, brillante, difficile coglierlo in fallo.

Eppure un curioso signore lo fermò su Viale delle Olimpiadi, saranno stati una ventina d'anni fa. “Signor Pietrangeli, mi saprebbe dire chi è il più anziano giocatore di Coppa Davis italiano ancora vivente?”.

Il grande Nick, accompagnato dall'amica di sempre Lea Pericoli, non sapeva cosa rispondere. “Mi faccia pensare, non saprei... Io sono del 1933, potrei essere io?”. Non sarebbe stata la risposta esatta, perché c'erano comunque Beppe Merlo (scomparso qualche mese fa), Fausto Gardini e Rolando Del Bello.

Poi, a un certo punto, l'illuminazione: “Ah, sì, adesso mi ricordo!”. Qualche tempo prima, in occasione della finale contro la Svezia del 1998, fu istituito dalla FIT di allora il “Club degli Azzurri di Coppa Davis”.

Ovviamente la presidenza fu assegnata a Pietrangeli, l'uomo che ha giocato più partite di tutti – stranieri compresi – in nome della magica Insalatiera. “Il più anziano è Stefano Mangold”.

Come, chi, scusi? Fosse nato un secolo dopo, Stefano Mangold non sarebbe stato nemmeno italiano. La sua città d'origine, Fiume, è stata sradicata al Belpaese con la Seconda Guerra Mondiale. Oggi si chiama Rijeka ed è in Croazia, a 70 chilometri dall'Iitalia a causa del ridisegnamento post-bellico dei confini.

Come lui, provenivano da Fiume Orlando Sirola e Ivan Kucel, pardon, Gianni Cucelli. Negli anni del fascismo, infatti, l'italianizzazione di nomi e cognomi aveva prodotto particolari fantasie linguistiche. Curiosamente, Mangold proveniva da una famiglia di origine ebraica.

In qualche modo se l'è cavata, ma a rendere speciale la sua storia è il suo mistero. O meglio, il fatto che sia totalmente dimenticata dalla vetrina onnivora (e famelica) del web. Possibile che non ci sia uno straccio di notizia, articolo, anche soltanto per informare della sua morte? Niente.

Soltanto qualche risultato di un tennis in bianco e nero, a partire da quei due singolari di Davis giocati a Berlino, contro Henner Henkel e – udite udite – il Barone Gottfried Von Cramm. Basterebbe per scriverci un libro.

Credeteci, ci siamo ingegnati per scoprire qualcosa su Stefano Mangold, ma non c'è stato niente da fare. Una gentile segretaria del TC Milano (sua base per tantissimi anni) ha dato un'occhiata agli archivi, ha chiesto ai soci più anziani, ma nessuno ha saputo rispondere.

Non sappiamo se sia morto: oggi avrebbe 105 anni, essendo nato a Fiume il 13 aprile 1914. Mamma Matilde aveva due grandi qualità: era una fanatica di tennis (con un passato da seconda categoria nei primi anni del 20esimo secolo) e sapeva mettere il naso nei salotti giusti.

Nel 1929, quando Stefano aveva 15 anni, i Mangold misero piede a Milano ed è cambiato tutto. Si allenava presso lo “Sport Club Italia”, ma la svolta sarebbe arrivata qualche anno dopo, quando gli presentarono il Conte Alberto Bonacossa.

Quel ragazzo gli piacque e lo ammise nell'esclusivo Tennis Club Milano. In realtà, Bonacossa amava fare mecenatismi. Non reclutò il solo Mangold, ma tutti i tennisti dello Sport Club Italia. Il gran colpo, tuttavia, lo fece qualche anno dopo quando vide un ragazzino in lacrime perché non aveva i requisiti necessari per l'ammissione.

Il padre e un talent scout garantivano per lui. “Lo prenda” disse alla segretaria. Quel ragazzino si chiamava Fausto Gardini e avrebbe fatto del Centrale del CT Milano la sua personale fossa dei leoni. Bonacossa chiedeva soltanto una cosa: che i ragazzi andassero bene a scuola.

E Mangold andava bene, anche se c'era un professore di liceo, tale D'Arbela (il nome di battesimo ci sfugge: perdonateci, sono fatti di quasi un secolo fa), che l'aveva preso di mira. Ogni lunedì – lui che odiava lo sport – comprava la “Gazzetta”, leggeva i risultati di Mangold e poi lo interrogava.

Tempo dopo, i due si incrociarono di nuovo nei corridoi dell'Università Statale di Milano. Stavolta era D'Arbela in minoranza. Mangold e i suoi amici lo guardarono male. Forse malissimo. Da allora – si narra – avrebbe sempre girato accompagnato, almeno all'università.

Prima di promulgare le leggi razziali, nel 1938, il fascismo dava una grande mano ai giovani atleti. D'altra parte erano gli anni dei Balilla...Il ministero fascista faceva pervenire alla scuola un prorompente messaggio: “Si ordina all'allievo di...

eccetera”. E così Mangold e i suoi compagni di allora (Ferruccio Quintavalle, Valentino Taroni, Giovannino Palmieri) giravano per tornei un po' dappertutto. In quegli anni era allenato da Fritz Weisz, austriaco, un tipo tranquillo che nel 1932 fu incaricato dalla FIT di seguire i nostri migliori giovani.

Grazie a lui, Mangold ebbe l'onore di condividere il campo con la Divina Suzanne Lenglen. Correva il giugno 1933, pochi mesi dopo la salita al potere del Partito Nazista. La Divina fu invitata a Milano per un evento di beneficenza a favore dell'Istituto del Nastro Azzurro.

Gli archivi ricordano che la Lenglen fece coppia con Weisz contro Mangold e il suo compagno Guido Cesura. Ma non ricordano che le coppie girarono. A un certo punto, Mangold condivise il campo proprio con la Lenglen. Era emozionatissimo, lei se ne accorse.

“Allez y: n'y pensex pas, mon jeune homme”. Lui capì perché parlava inglese, francese, tedesco e aveva una buona comprensione di croato e ungherese. Gli passò ogni ansia e giocò benissimo.

Come quella volta agli Internazionali d'Italia, seconda edizione, quando pescò nientemeno che Henri Cochet. Lo descrisse come un fenomeno dai colpi veloci ma non troppo pesanti. Con il suo senso dell'anticipo, il francese si presentava a rete come un gatto e faceva il punto senza fare spettacolo.

E vinse 6-3 6-4 6-4. Il talento dell'istriano non passò inosservato ad Aldo Tolusso, capitano di Coppa Davis, che lo convocò per lo storico match contro la Germania. 8-10 giugno 1935, quarti di finale della Zona Europea. Gli riservò un posto da singolarista accanto a Giorgio De Stefani.

Mangold scese in campo sull'1-0 per l'Italia, dopo la netta vittoria di De Stefani contro Henkel. Fu una partita tattica, palle piazzate nel tentativo di creare una strategia. Sembrava una partita a scacchi. Nonostante un frequente utilizzo della smorzata, l'italiano si arrese 6-0 6-4 6-4.

Al momento della stretta di mano, Von Cramm gli disse: “Spero di non incontrarti tra due anni”. Il destino aveva in mente altro. Due anni dopo, il tedesco avrebbe giocato il match forse più famoso nella storia della Coppa Davis, quello della “telefonata di Hitler”, mentre con Mangold si ritrovò giusto un paio di mesi dopo, a Capri.

Incredibile ma vero, il fiumano arrivò a matchpoint nel quarto set. Come i veri campioni, Von Cramm non corse rischi. Sul punto importante, fece una scelta “percentuale”: servizio in kick a uscire, sul rovescio di Mangold.

In preda all'esaltazione, il nostro tentò un improbabile risposta vincente, esterna al paletto. Il Barone rimase sorpreso, ma la palla volò via. Così come le speranze e – forse – la carriera di Mangold.

Qualche tempo dopo sarebbe arrivata la Guerra. E la Guerra, si sa, cambia tutto. Forte delle sue lauree, entrò nel mondo del lavoro e raccolse parecchi incarichi di prestigio. Già nel 1946 lo incaricarono di rimettere in moto il CONI Alta Italia, poi di ripristinare la piena funzionalità della Gazzetta dello Sport.

Tempo dopo, divenne responsabile della Sezione Speciale sui Tributi Locali della provincia di Milano. E il tennis? Ormai gli interessava poco. Ha continuato a giocare, qualche anno in prima categoria, ma poca roba. E poi, per anni, è stato consigliere di quel Tennis Club Milano (oggi intitolato ad Alberto Bonacossa) che lo aveva accolto tanti anni prima.

Una bella storia, resa speciale dall'oblio in cui era terminata. Era come se internet si fosse dimenticato di lui, confinandolo in una sorta di Area 51 informativa. Noi abbiamo provato a tirarlo fuori. Se poi qualcuno fosse in grado di farci sapere se è ancora tra noi, beh, sarebbe fantastico. Una sorta di carrambata.