Laver Cup, un trionfo d'immagine e business in nome di King Roger Federer


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Laver Cup, un trionfo d'immagine e business in nome di King Roger Federer

Bastano un nome e un cognome: Roger Federer. La sua idea, la sua mano e il suo impegno sono la garanzia di successo della Laver Cup, la cui terza edizione scatterà nelle prossime ore. Lo svizzero giocherà in casa, presso il Palexpo di Ginevra, e ha già incassato un successo diplomatico: da quest'anno, la Laver Cup è evento ufficiale ATP.

Mica male per un'esibizione. Ricca, (molto) ben riuscita, ma pur sempre un'esibizione. Scimmiottando il principio della Ryder Cup di golf, si sono inventati il “Team Europe” e il “Team World”. Le prime due edizioni (Praga e Chicago) sono andate agli europei e c'è da credere che sarà così anche nel 2019, visto il pesante indebolimento del team guidato da John McEnroe, costretto a reclutare giocatori di secondo piano come Taylor Fritz e Jack Sock al posto dei rinunciatari (per varie ragioni) Del Potro, Nishikori, Anderson e persino Auger Aliassime.

La Laver Cup è piaciuta sin da subito, sia dal vivo che in TV. Forte del clamore mediatico suscitato da situazioni inedite e irripetibili (su tutte, il doppio Federer-Nadal), ha modificato l'idea iniziale che prevedeva una pausa negli anni olimpici.

Invece no, dopo il bagno di folla di questi giorni, nel 2020 si giocherà eccome. Il cuore pulsante dell'organizzazione è “Team8”, società di gestione creata da Federer insieme al suo storico agente Tony Godsick.

“Volevamo creare un evento che potesse abbracciare tutte le generazioni” dice Godsick, che però ha lasciato a Federer il merito di intitolarlo al mitico “Rocket” , l'unico uomo a ottenere per due volte il Grande Slam.

Non era facile creare un evento di successo, anche perché il tennis è diviso in mille fazioni, diversi organi di governo che si fanno sgambetti e dispettucci. “La prima sfida – racconta Godsick – è stata far comprendere il concetto e convincere gli sponsor, i fan e la TV.

Ce l'abbiamo fatta e ogni anno stiamo migliorando”. Ci sono innovazioni interessanti: per esempio, il campo nero. Si pensava che il colore non fosse adatto per il tennis, invece hanno trovato una soluzione efficace e “televisiva”, peraltro cambiando di anno in anno il tipo di vernice per migliorare continuamente (la stessa tonalità è stata poi utilizzata dal torneo ATP di New York).

“Ci è servito per la riconoscibilità, inoltre abbiamo prestato molta attenzione al comfort per giocatori e pubblico. La gente ama le competizioni a squadre, ma non volevamo creare qualcosa di simile alla Davis o alla Hopman Cup: il format Europa vs.

Resto del Mondo non esisteva nel tennis”. L'ambientazione, il sistema di punteggio, il mix tra singolari e doppi ha rapidamente creato un brand. La chiave del successo, tuttavia, è il gradimento dei giocatori: solitamente rivali, per un weekend si trovano ad essere compagni di squadra.

A volte sembrava che si divertissero un po' troppo, abbracciando lo spirito da esibizione più di quello agonistico, ma il trasporto per l'esito dei match è sempre parso sincero. Per il weekend di Ginevra, Godsick spera di vedere il doppio Nadal-Thiem, avversari nelle ultime due finali del Roland Garros.

“Vogliamo arrivare al limite senza trasformare il tutto in un circo. Vogliamo assicurarci che abbia una parvenza di gioco reale, ma con una grande spinta innovativa”. Gli sponsor sono di primissimo livello: Rolex e Mercedes hanno una lunga storia con il tennis, mentre è più recente l'accordo con Credit Suisse.

Vista la presenza di Roger Federer, non deve essere stato difficile raggiungere l'accordo. “Vogliamo soltanto brand di grande livello, rilevanti a livello globale”. Sul piano mediatico, funziona molto bene la partnership con Tennis Australia: forti dell'esperienza con l'Australian Open, i “canguri” curano la produzione televisiva che – in effetti – è degna di uno Slam.

I partner aumentano a dismisura. Da quest'anno, oltre a SuperTennis, in tutta Europa (e dunque anche in Italia) ci saranno le dirette su Eurosport. Quanto allo streaming, è stato chiuso un importante accordo con Amazon Prime.

La Laver Cup ha un grande pregio: è in buoni rapporti più o meno con tutti. Federer ha voluto coinvolgere l'ATP fin dall'inizio, così come ci sono state varie discussioni con i tornei del Grande Slam.

Solo l'ITF rimane esclusa. Non crediamo che la federazione internazionale sia entusiasta, perché la Laver Cup si gioca nella settimana successiva a quella che il gruppo Kosmos avrebbe individuato per le Davis Cup Finals.

La crescita della Laver Cup è un disincentivo a piazzare la Davis a metà settembre, incastonata tra la fine dello Us Open e il nuovo evento. “Avere partner di livello è un marchio di approvazione – dice Godsick – siamo riusciti a coinvolgere diversi attori.

In definitiva, vogliamo promuovere il tennis”. Ok, ma tutto questo non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato Roger Federer. Il rischio-flop era alto, anche perché i giocatori si lamentano da tempo della durezza del calendario.

Ma l'impegno di King Roger, appassionato e costante, ha messo d'accordo tutti. Rafa Nadal è stanchissimo dopo la vittoria a New York, eppure sarà regolarmente a Ginevra. E lo scorso anno persino Novak Djokovic ha partecipato.

“Roger è uno dei più grandi nomi della storia – continua Godsick – ovunque vada attira gente, sponsor, TV. Ogni evento ha un catalizzatore e noi abbiamo avuto la fortuna di poter contare su Federer.

Non solo gioca, ma ci crede e ci mette passione per migliorare anno dopo anno. Sì, il suo coinvolgimento è fondamentale”. In tutto questo, non si può dimenticare il Dio Denaro. I dodici giocatori ricevono un compenso fisso più un bonus sui risultati, e si tratta di cifre importanti.

I primi tre membri di ogni team sono selezionati in base alla classifica ATP post-Roland Garros, mentre gli altri sono scelti dai capitani. Piace anche la natura itinerante, con l'alternanza tra una sede europea e una nel resto del mondo.

L'obiettivo è di non “calpestare i piedi” a eventi già esistenti, portando il tennis laddove non ci sono grandi tornei. La scelta della sede è fondamentale: si cercano mercati importanti, città di rilievo che però non vedono il tennis da molto tempo, o non l'hanno mai visto.

“Girare il mondo rende l'evento speciale, ma è anche faticoso – continua Godsick – vogliamo andare laddove sono davvero interessati ad averci. Spostarci sempre è impegnativo, ma è esaltante entrare a far parte del tessuto di una città per otto mesi”.

Ogni anno si parte con dieci candidate, che poi diventano cinque e infine tre. Il criterio è trovare un città importante con un'arena coperta in grado di ospitare almeno 15.000 spettatori, e che sia disponibile due settimane dopo lo Us Open.

Non si conosce ancora la sede della Laver Cup 2020, ma la presenza del torneo Olimpico a Tokyo ha consigliato di lasciar perdere il mercato asiatico. Si tornerà in Nord America e tra le candidate forti ci sarebbero Boston e Montreal: la prima potrebbe essere favorita perché la località canadese già ospita un torneo ATP di gran livello, sia pure su cadenza biennale.

Da qualsiasi parte la si veda, dunque, la Laver Cup è un grande successo sul piano del business e dell'immagine. Se il tennis nella sua essenza più pura avesse bisogno di un altro evento, beh, è un'altra storia. Che richiederebbe altre riflessioni.