Ingegnere per Volvo? No, meglio giocare a tennis. Ma è n.556 WTA...


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Ingegnere per Volvo? No, meglio giocare a tennis. Ma è n.556 WTA...

Il suo nome non dirà nulla. In fondo, perché l'appassionato mainstream dovrebbe conoscere la numero 556 del mondo? Eppure, la storia della 29enne Marina Yudanov nasconde qualcosa di straordinario. Non è una giovane promessa, non è una potenziale vincitrice Slam.

Però ha una laurea in ingegneria: in Svezia le garantiva un signor stipendio in una azienda come Volvo. Stava bene, aveva trovato lavoro e stabilità nella tranquilla vivacità di Goteborg. Eppure, nel 2017, ha sentito che le mancava qualcosa.

E allora ha deciso di provarci con il tennis professionistico. Scelta apparentemente folle, di sicuro irrazionale. Senza sponsor né aiuti, si finanzia tutto da sola. Viaggi, pernottamenti, tutto, Per risparmiare, le è capitato di condividere la stanza con la giocatrice che avrebbe affrontato il giorno dopo.

“Non ho intenzione di piagnucolare o lamentarmi, sono grata dell'opportunità di fare questo tentativo. Però è difficile”. La Yudanov ha concesso alla BBC alcune pagine del suo diario. Pagine che meritano di essere lette.

Ad esempio, lo scorso aprile scriveva: “Dopo aver perso all'ultimo turno delle qualificazioni di un torneo a Osaka, in Giappone, ho utilizzato la possibilità di cambiare prenotazione aerea (che mi era costata un extra) per anticipare il mio ritorno dalla domenica al giovedì.

Però martedì è intervenuto il destino: sono stata ripescata come lucky loser. Ho battuto una giocatrice che mi precedeva di 300 posizioni e poi avrei dovuto giocare giovedì, giorno della mia partenza.

Mi trovavo a oltre tre ore dall'aeroporto di Tokyo: se avessi giocato una partita lunga avrei perso il volo. E lo avrei perso anche se avessi vinto. Un nuovo biglietto mi sarebbe costato 550 dollari. Il match è stato lungo, ho perso in tre set e poi ho intrapreso il viaggio più frenetico della mia vita.

Ho lasciato il club senza farmi la doccia: taxi, treno, altro treno e due aerei per poi arrivare 24 ore dopo, ancora vestita da tennis, con le temperature sotto zero di Copenaghen. Da lì, un altro viaggio di quattro ore in treno per tornare a casa.

Se il match fosse durato tre minuti in più, avrei perso l'aereo e sarei rimasta in un limbo, presso l'aeroporto di Tokyo”. Come è stato possibile arrivare a uno scenario del genere? Quale percorso l'ha condotta a una vita così folle? Da ragazzina, la Yudanov aveva vinto parecchi campionati nazionali.

A 16 anni di età, è stata n.250 nel ranking ITF. “Ma era troppo per me. Sono piombata in una fase di ribellione adolescenziale. Uscivo con persone negative: fumavo, bevevo, uscivo con uomini più grandi di me.

Allora ho pensato di odiare tutto questo e ho smesso a 18 anni”. Per anni, non ha più toccato una racchetta. Si è dedicata all'università, poi piano piano ha ripreso a giocare. Inizialmente per fare da sparring a un'amica, poi in qualche torneo nazionale, fino alla “vocazione” giunta quando aveva 27 anni.

Ormai era una professionista di buon livello, con uno stipendio non trascurabile anche per gli standard svedesi, “ma ogni singolo giorno della mia vita volevo giocare a tennis”. Si svegliava alle 5 per fare preparazione atletica, poi dopo il lavoro piombava sul campo.

Dava un senso alla sua esistenza, ma voleva qualcosa di più: aveva bisogno di competere. “La gente mi diceva di inseguire il mio sogno, ma probabilmente pensavano che stessi facendo una stupidaggine: lasciare il lavoro per girare il mondo e perdere soldi giocando a tennis”.

Chiunque conosca il circuito, sa che sotto una certa soglia è un'attività in perdita. Il bottino iniziale erano 20.000 euro, risparmi di famiglia, che ha scelto di investire per finanziare il sogno. Il suo primo obiettivo, qualora avesse guadagnato qualcosa, era l'acquisto di un camper per girare il circuito a costi inferiori.

Non sarebbe stata la prima: è ben nota la storia di Dustin Brown. A parte uno che ce l'ha fatta, tuttavia, ce ne sono altri che ci hanno provato senza riuscire ad emergere. Per informazioni, chiedere a Marcos Giraldi e Goncalo Oliveira.

Per la Yudanov sarebbe stato ancora più complicato perché si tratta di una ragazza. “Prima di decidere la programmazione devo valutare molti aspetti: la distanza, il montepremi, il campo di partecipazione...

ma se non ci sono molti tornei, probabilmente devi fare un viaggio più lungo – racconta la Yudanov – se prendi in considerazione la cosa, devi pensare al jet lag e ai costi del viaggio, magari sperando di trovare qualche giocatrice con cui condividere la trasferta”.

Capita che alcuni tornei siano misti, con uomini e donne in contemporanea. “In certi casi si crea un'atmosfera da liceo, con alcune tensioni sessuali perché non c'è alcun tipo di controllo. In generale funziona così: se sei da sola, il torneo ti mette a disposizione una stanza da condividere con una qualsiasi altra giocatrice.

Anche se si tratta della tua futura avversaria non è male, perché vorrà essere ben preparata e riposata come te. Le cose si complicano se la giocatrice è già stata eliminata: potrebbe avere il volo qualche giorno dopo, così si trova in un resort pieno di ragazzi stranieri che probabilmente non vedrà mai più.

Come biasimarla se li vuole incontrare? Quindi capita di essere svegliata nel cuore della notte, quando la compagna di stanza rientra dopo aver trascorso la serata fuori”. Sul campo, si vivono drammi quotidiani. Ogni partita è un test di sopravvivenza, peraltro con risvolti un po' comici, un po' drammatici.

“Una volta ho giocato l'ultimo match di giornata in Tunisia – racconta – ho visto parecchia gente in tribuna, pensavo fossero interessati al match, invece stavano aspettando che finissimo in modo da sistemare il campo e andare via”.

Senza dimenticare i campi in pessime condizioni di certi Paesi, pericolosi per la stessa incolumità delle tenniste. “Nelle qualificazioni non ci sono arbitri, quindi tutto si rimette all'onestà delle giocatrici.

Ma è ovvio che qualcuno ne approfitterà. Se c'è una palla dubbia su un punto importante, l'80% dei giocatori agirà in base al proprio interesse”. Per ovvie ragioni, la Yudanov non ha un allenatore e dunque si affida a sistemi “casarecci” per preparare gli incontri.

Verifica il loro stato di forma osservando i risultati sul sito ITF, chiede a chi le può conoscere, fa un salto su Instagram per controllare la loro tecnica. “Anche le altre fanno così, ed è capitato che due ragazze mi chiedessero l'una dell'altra prima di affrontarsi tra loro!” Nel suo diario del 2017, Marina ha raccontato come ha scoperto che doveva abbassare la tensione delle corde: nel corso di alcuni tornei in Tunisia stava giocando male.

Così, in preda alla rabbia, ha scaraventato la racchetta fuori dal campo. L'ha danneggiata e si era allentata la tensione. “Le corde in poliestere diventano più rigide se giochi al freddo. Mi ci sono volute due settimane per capirlo, e solo perché avevo lanciato la racchetta.

I campioni sanno benissimo queste cose, io le ho dovute provare sulla mia pelle”. Attualmente la Yudanov è numero 6 di Svezia: tra tornei e gare a squadre ha raggiunto un accettabile grado di autosufficienza, ma per mettere da parte qualcosa dovrebbe fare un ulteriore salto di qualità.

Tanti giocatori del suo livello “velocizzano” i guadagni cadendo nella rete delle partite truccate. I dati della Tennis Integrity Unit dicono che gli uomini sono più soggetti alla tentazione, ma capita anche alle donne.

L'ultima squalificata a vita è stata l'ucraina Helen Ploskina, mai oltre il numero 698 WTA. “A volte vengono offerte cifre superiori rispetto a quelle che si otterrebbero vincendo il torneo. A questi livelli non si guadagna, a meno di vendere le partite”.

Lei giura di non essere mai caduta in tentazione: tra qualche mese compirà 30 anni e gioca per altre ragioni, consapevole che le sue vincite non si misureranno mai in milioni. Il suo punto di riferimento sono i 20.000 dollari di investimenti familiari che si è giocata un paio d'anni fa.

Per ora gliene sono rimasti 5.000. “Non giocherò per altri 10 anni, anzi, per quanto tempo posso permettermi di andare avanti così? Il mio obiettivo è guadagnarmi da vivere grazie al tennis: se ci arrivo, voglio giocare per sempre.

Perché il campo da tennis è l'unico luogo dove emerge tutto quello che sono”. Una bella storia di tenacia e passione, ma difficilmente ce la farà.