Quei tennisti neri che non riescono ad emergere...


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Quei tennisti neri che non riescono ad emergere...

Gli Stati Uniti hanno vissuto la fantastica epopea di Serena e Venus Williams, ma in campo maschile l'ultima finale Slam di un nero americano risale al 1996. Tra l'altro, l'exploit di MaliVai Washington a Wimbledon fu piuttosto casuale, perchè sfruttò il suicidio agonistico di Todd Martin in semifinale, capace di farsi rimontare da 5-1 al quinto.

Ogni anno, i giornalisti specializzati si pongono la stessa domanda: perché manca un campione nero laddove la maggior parte degli eroi sportivi sono di colore? Le risposte sono sempre le stesse: i giovani “colored” si dedicano soprattutto a basket e football, con qualche sortita nel calcio e nel baseball.

Discipline che hanno trovato sistemi molto efficaci per individuare e sostenere i talenti principali. Nonostante gli sforzi della ricchissima USTA, la cultura tennistica degli Stati Uniti continua a barricarsi nella realtà ovattata dei circoli tennis, incapaci di produrre un degno erede di Arthur Ashe, ultimo americano di colore a vincere uno Slam, ormai 44 anni fa.

La crisi del tennis maschile americano, in realtà, è estesa a tutte le razze. L'ultimo Slam risale al 2003 (lo Us Open di Andy Roddick), e oggi il miglior tennista americano è il 34enne John Isner, non certo una leggenda.

Nonostante sia ancora giovane, per ora Frances Tiafoe (da molti considerato il futuro leader yankee) ha un po' deluso le attese. Dopo uno splendido Australian Open, in cui è giunto nei quarti, a New York si è arreso al secondo turno.

La federazione americana è consapevole del problema. Il portavoce Chris Widmaier è onesto: “Mi piacerebbe dire che è una questione di cicli, ma in effetti questo è un ciclo molto lungo” ha ammesso.

La certezza è che non si può restare con le mani in mano. Il neopresidente USTA Patrick Galbraith (ex ottimo doppista), che ha preso il posto di Katrina Adams, sostiene che il tennis potrebbe essere più attraente del football perché non si corre il rischio di una commozione cerebrale.

Vero, ma il football offre una vetrina di nome NFL, con il miraggio di un evento globale come il Super Bowl. Al contrario, il tennis può essere “isolante”. Lo sport è popolato soprattutto da bianchi, non esattamente il top per un atleta nero, specie se paragonato ad altri sport popolati dagli afro-americani.

Per fortuna, la piaga del razzismo sembra essere in calo, anche se negli ultimi anni la cronaca ha riportato fatti più o meno gravi con protagonisti Jamek Blake, Raven Klaasen e Donald Young. Fu proprio quest'ultimo a parlare di “cultura isolante”.

“È molto difficile, perché pratichi uno sport e vedi poche persone come te. Se pratichi un altro sport è più facile relazionarsi, anche su cose banali come la musica. Nel basket gli atleti provengono da un ambiente simile, dunque ci si può confrontare con più facilità”.

Il problema è meno sentito tra le donne, in cui l'influenza degli sport di squadra è molto inferiore. L'onda di Venus e Serena è stata raccolta da Sloane Stephens (vincitrice di uno Us Open), Madison Keys (finalista nella stessa edizione) e le giovanissime Coco Gauff e Caty McNally, ottime protagoniste (soprattutto la prima) al recente Us Open.

Il fenomeno è abbastanza comprensibile: una donna ha meno chance di mantenersi come atleta professionista, dunque il tennis è tra le opzioni migliori. Di sicuro è lo sbocco più invitante. A parte il golf, è l'unica disciplina che offre ingenti somme di denaro.

Come è noto, le calciatrici hanno intrapreso una battaglia legale con la loro federazione per avere parità di retribuzione. La WNBA è tragicamente lontana dalla NBA, mentre non esiste un vero e proprio professionismo femminile nel football americano.

“In effetti, gli uomini hanno più opzioni – ammette Galbraith – possono fare diverse cose, mentre per le donne il tennis può essere una priorità”. Sulla base di questa convinzione, ripete un concetto ben noto a ogni federazione: allargare la base.

“Se avessimo un numero di praticanti cinque volte superiore. il problema sarebbe risolto. Si tratta di una questione numerica, perché per ogni 10.000 bambini che giocano, alcuni resteranno dilettanti, mentre altri diventeranno professionisti.

Se riusciremo ad avvicinare al tennis più bambini, il processo diventerà più veloce”. Tutto giusto, ma come si fa? Come è possibile strappare i bambini ad altre discipline? La prima soluzione sarebbe una riduzione dei costi, inserendo centri di addestramento di buon livello in tutto il Paese, evitando di radunare tutti i giocatori d'elite nel centro tecnico di Orlando, laddove ci sono ben 100 campi.

In sintesi, il decentramento di cui si parla da anni in Italia e che si è faticosamente realizzato. D'altra parte, il football e il basket sono dappertutto: il tennis dovrebbe garantire le stesse possibilità.

C'è poi il problema economico di base: molti neri faticano a mettere insieme pranzo e cena, dunque non possono certo permettersi un hobby costoso come il tennis. Se in passato l'accesso al college poteva essere una soluzione, oggi la selezione è molto più accurata.

Un giovane di colore ha bisogno di un'adeguata preparazione culturale, ma così facendo si torna al problema originario: i soldi. “Dobbiamo trovare il modo per attirare sempre più talenti atletici – dice Widmaier – per ora non ho le risposte, ma di sicuro dobbiamo portare più giovani americani nella seconda settimana degli Slam, proprio come accade alle donne”.

In sintesi, il tennis deve diventare uno sport inclusivo e abbandonare la sua natura di “esclusività”. Capita raramente che un campione possa emergere dai campi pubblici, che pure sono molto numerosi. Se hanno fatto tombola con le sorelle Williams, negli ultimi 25 anni questa particolare realtà ha fatto emergere i soli Danielle Collins ed Ernesto Escobedo.

“Abbiamo bisogno che il tennis rappresenti l'America – conclude Widmaier – quando il tennis tornerà a rappresentare la popolazione, torneremo ad essere la potenza che dobbiamo essere”. Per ora, sono soprattutto parole. ESPN, CNN e New York Times attendono i fatti.