Il miracolo di Medvedev: i fischi diventano un'ovazione


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Il miracolo di Medvedev: i fischi diventano un'ovazione

L'articolo conterrà qualche esagerazione, oltre a paragoni un po' arditi, dettati dall'onda emotiva di una finale fantastica. Ci scusiamo in anticipo. Nessuno pensava che il mitico Djokovic-Federer di Wimbledon potesse essere avvicinato per intensità ed emozioni.

Almeno, non così presto. Le esagerazioni e le metafore che verranno, tuttavia, hanno un obiettivo: elogiare un ragazzo che si è trovato a giocare in un clima talmente ostile da sembrare surreale. Fosse stato un match di pugilato, con giudici onesti, la finale dello Us Open tra Rafael Nadal e Daniil Medvedev sarebbe finita in parità.

Ma il tennis, tanto bello quanto crudele, non contempla il pareggio. Alla vigilia della finale, attaccandoci a una tipica iperbole giornalistica, abbiamo scritto che Daniil Medvedev si sarebbe trovato in una condizione simile a quella di Rocky Balboa, il pugile interpretato da Sylvester Stallone nella saga cinematografica che ha sbancato i botteghini tra il 1975 e il 1990.

Non è il caso parlare di Guerra Fredda, o del contesto in cui Rocky IV fu pensato e realizzato. Ma la battaglia dell'Arthur Ashe Stadium, lavorando di fantasia, ha vagamente ricordato (a nazioni invertite) l'incontro fittizio del Natale 1985, quando l'americano Balboa andò a Mosca a vendicare il suo amico Apollo Creed, mettendo al tappeto il sovietico Ivan Drago.

Se in URSS Rocky rappresentava il capitalismo americano, il pubblico yankee aveva trovato in Medvedev il nemico per eccellenza. Pur risalendo ad appena 10 giorni fa, i fatti che avevano scatenato l'antipatia del pubblico erano ormai sfumati: Medvedev andava osteggiato, a prescindere.

Il centrale di New York avrebbe dovuto essere un catino a favore di Rafael Nadal. E così è stato. Un articolo di qualche giorno fa, uscito su un giornale americano, aveva raccontato un episodio avvenuto su un pullman diretto a Flushing Meadows.

Una coppia di mezza età, marito e moglie dall'aria innocua, aveva appreso che quel giorno avrebbe giocato Daniil Medvedev. “Bene, dobbiamo fischiarlo!” avevano detto. E via una perfida risata. Il russo non si era fatto amare: contro Feliciano Lopez aveva reagito male con un raccattapalle che gli porgeva l'asciugamano.

Gesto villano, ma vagamente comprensibile in piena trance agonistica. I fischi erano inevitabili, ma la lotta tra Medvedev e i newyorkesi si è acuita con il dito medio verso le tribune e le affermazioni provocatorie dopo il match, poi replicate al termine dell'ottavo contro Dominik Koepfer.

Abbastanza per creare un nemico da osteggiare. Ma Medvedev è un tipo particolare, perfetta trasposizione tennistica del concetto di Dottor Jekyll e Mister Hyde. A parte l'aspetto vagamente inquietante, fuori dal campo è un tipo tranquillo.

Lui giura e spergiura di essere fin troppo paziente. Con una racchetta in mano, cambia tutto. Chiunque abbia praticato sport lo può capire. Non giustificarlo, per carità, ma almeno comprenderlo. A bocce ferme, si è reso conto di aver sbagliato.

Si è scusato in conferenza stampa, sui social network, e ha avuto il coraggio di assumersi ogni colpa durante l'intervista sul campo dopo il successo contro Dimitrov. Non è bastato a farlo preferire a Nadal, che aveva quasi tutto lo stadio a favore.

In un contesto difficile, inedito, Medvedev ha mostrato qualità tennistica e risorse mentali impressionanti. Quando era sotto di due set e di un break nel terzo, stava già pensando al discorso da fare durante la premiazione.

Ma ha continuato a lottare, punto dopo punto, trasformando una finale di routine in un match che anche Nadal ricorderà a lungo. Alcune soluzioni tecniche, alcuni scambi al fulmicotone avrebbero meritato la colonna sonora di Rocky IV, in particolare la famosa “War” di Vince DiCola, che accompagnava le scene più cruente di Balboa-Drago.

Nel pomeriggio americano, poi diventato tramonto, infine notte, Daniil Medvedev aveva tutti contro. A parte i momenti più concitati del terzo set, in cui qualcuno si è augurato il prolungamento della partita, erano tutti per Nadal.

Si è creato un clima da Coppa Davis, con gli americani a cantare “Rafa, Rafa!!!” manco fosse Jimmy Connors, John McEnroe o Andre Agassi. Il clima era talmente elettrico da coinvolgere persino Xisca Perello, futura signora Nadal, solitamente molto compassata.

Medvedev non ha fatto una piega, ha continuato a giocare un tennis tanto eccezionale quanto inusuale. “Il mio obiettivo è sfiancare l'avversario, anche se dopo 50 colpi” ama dire di sè. Difficile attuare questa strategia se il tuo avversario si chiama Rafael Nadal.

E allora si è dovuto ingegnare per trovare altre soluzioni. Botte piatte, tanti SOS premuti sul bottone del servizio, persino discese a rete. Uno spettacolo che ha zittito l'Arthur Ashe nel quarto set e in avvio di quinto.

La gente ha ripreso a ruggire quando Nadal gli è scappato via dopo aver annullato le due palle break nel secondo game. Eppure Daniil, chiaramente provato, non ha battuto ciglio. Non ha quasi mai cambiato espressione e si è riavvicinato quando nessuno ci credeva più.

Ha persino avuto la palla break per artigliare il 5-5. L'avesse trasformata, il match avrebbe superato le 5 ore e sarebbe stata la più lunga finale nella storia del torneo. Per sua sfortuna ha scentrato un dritto che gli è rimasto corto: Nadal ha spinto a volontà, salvandosi e chiudendo pochi minuti dopo, mostrando emozioni inedite (lacrime pubbliche: non lo aveva mai fatto) quando i maxischermi hanno mostrato i suoi 19 successi Slam.

Purtroppo per Medvedev, la vita non è come un film. Dentro una pellicola puoi scegliere il tuo finale preferito. Stallone lo aveva fatto, inventandosi l'ultimo discorso di Rocky, magistralmente doppiato da Ferruccio Amendola: “Quando sono venuto qui non sapevo cosa mi aspettava.

Ho visto che molta gente mi odiava e non sapevo come la dovevo prendere. Poi ho capito che neanche voi mi piacevate. Ma durante questo incontro ho visto cambiare le cose. Cioè, quello che provavate per me e quello che io provavo per voi.

Sul ring eravamo in due, disposti a ucciderci l'un l'altro. Ma penso che sia meglio così che milioni di persone. Ma quello che sto cercando di dire è che se io posso cambiare e voi potete cambiate... tutto il mondo può cambiare”.

Inevitabile pensarci quando Medvedev, dopo aver accettato con apprezzabile sportività il verdetto del campo, si è rivolto al pubblico americano. Prima ha rotto il ghiaccio con un paio di battute (“Chissà cosa avrebbero mostrato gli schermi se avessi vinto io, visto che non c'era nulla da trasmettere..”.

), poi si è rivolto alla gente, senza nascondersi. “Voglio parlare di voi. Durante il torneo ho detto qualcosa nel modo sbagliato, adesso vorrei farlo nel modo giusto. Grazie alla vostra energia sono arrivato in finale”.

L'applauso è stato fragoroso. Poi, quando la speaker gli ha fornito un altro assist, ha rincarato la dose. “Voi mi avete fischiato per un motivo, ma avete potuto vedere che anche io posso cambiare. Sono un essere umano, posso fare degli errori.

Per questo vi ringrazio dal profondo del cuore”. L'applauso è diventato un'ovazione, sciogliendo in un abbraccio virtuale le tensioni e gli ululati dei giorni scorsi. Una splendida immagine, la più bella possibile, una piccola lezione di vita.

Medvedev non ha vissuto il lieto fine del suo personalissimo film, ma ha vinto comunque. Perché ci ha ricordato che anche gli atleti sono esseri umani.