Gerard Piqué é sempre più padrone della nuova “Davis”


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Gerard Piqué é sempre più padrone della nuova “Davis”

La pausa dei campionati di calcio ha permesso a Gerard Piqué di viaggiare a New York insieme alla compagna Shakira per promuovere la prima edizione delle Davis Cup Finals, l'evento che da quest'anno sostituisce l'ultracentenaria Coppa Davis.

Sono giorni felici per gli organizzatori, perché hanno incassato il “sì” di Novak Djokovic. Con la presenza di Nadal – già ampiamente confermata – Madrid è già certa di avere il numero 1 e il numero 2 del mondo.

E poco importa che la presenza di Djokovic profumi soprattutto di favore per il suo amico Janko Tipsarevic, che chiuderà con il tennis giocato proprio alla Caja Magica. Non è difficile ipotizzare che Tipsarevic abbia chiesto al connazionale di fare questo sacrificio per permettergli di chiudere in bellezza.

Nella mattinata americana di sabato, Piqué ha incontrato i giornalisti insieme al presidente ITF Dave Haggerty (che tra una ventina di giorni cercherà di farsi rieleggere), il direttore esecutivo di Kosmos Javier Alonso e il direttore sportivo del progetto, l'ex giocatore Galo Blanco.

“Siamo molto emozionati – ha detto il catalano – da quando è stato approvato il nuovo format c'è stato un processo difficile ma appassionante, con tante cose da fare per convincere tutti che il nuovo sistema è molto importante per il futuro della competizione.

Oggi siamo dove volevamo essere quando abbiamo iniziato”. L'evento, con tanto della vecchia Insalatiera in bella mostra, si è tenuto in un grattacielo di Park Avenue. Il difensore del Barcellona sostiene che le Davis Cup Finals avranno i migliori giocatori del mondo “A parte Roger Federer, con il quale stiamo cercando di trovare un accordo per il 2020”.

Al netto del contenuto del progetto, Piqué ha sempre tenuto un linguaggio accomodante, cercando di evitare polemiche con la fetta di appssionati (ancora consistente) che non riesce a digerire il cambio. “So cosa rappresenta la Coppa Davis e sappiamo di avere nelle nostre mani una grande responsabilità, per questo vogliamo fare le cose nel modo giusto e coinvolgere tutte le parti in causa"

C'è soltanto una cosa che lo fa arrabbiare: il fatto che questo evento venga associato al suo nome: da più parti si è sentito parlare della “Davis di Piqué”, o addirittura di “Piquè Cup”.

“Non avevamo cetamente idea di usare il mio nome. Vogliamo soltanto che la gente capisca che si tratta di una competizione per il tennis e per i tennisti. Quando sono entrato in questo mondo, il mio unico obiettivo era provare a migliorarlo, utilizzando la mia conoscenza dello sport e del mondo imprenditoriale – enfatizza Piqué – una competizione come la Davis, con oltre 100 anni di storia, deve tornare a essere una delle più importanti”.

Il problema è che Piqué si comporta da venditore, esaltando le componenti sulle quali si sente più forte, dimenticando i tanti aspetti ancora poco chiari di questo evento, partendo dalle incertezze finanziarie fino alla certezza dello smarrimento di uno spirito che era unico nel mondo del tennis.

La conferenza stampa è durata oltre mezz'ora ed è stata un Piqué show, con rarissimi interventi di Haggerty, quasi a certificare il ruolo sempre più marginale della Federazione Internazionale.

Vale la pena ricordare che l'ITF ha totalmente ceduto a Kosmos la Davis: in cambio di 120 milioni a stagione per i prossimi 25 anni, gli spagnoli potranno fare ciò che vorranno della competizione. E allora non c'è da stupirsi che si parli anche di calcio (la telenovela che ha riportato Neymar al Barcellona e il rapporto di Piqué con Sir Alex Ferguson.

Ha anche escluso di fare l'allenatore a fine carriera, perché ritiene difficile gestire l'ego di 22-23 calciatori che ambiscono a scendere in campo) e della vita dello stesso Piqué. Quando gli hanno chiesto come fa a combinare la carriera di calciatore con quella di imprenditore, ha replicato così: “Con un impegno totale, 24 ore al giorno e 7 giorni su 7.

Questo è il progetto della mia vita e penso di essere sulla buona strada. Con il Barcellona mi alleno tutti i giorni, ma appena ho 2-3 giorni liberi faccio come adesso e prendo un volo per New York. Alla fine, le cose accadono parlando con le persone e ascoltando il parere di tutti, soprattutto dei giocatori”.

Tanto fumo. Soltanto dal 18 al 24 novembre capiremo quanto arrosto ci sarà, e non alludiamo alla spettacolarizzazione dell'evento, tra inni nazionali, sfilate e chiasso mediatico. Nel suo show verbale, ha raccontato un aneddoto riguardante il ciclista Ernesto Valverde “Pochi giorni prima della votazione di Orlando ho avuto una conversazione con lui, e gli ho detto che avrei perso soltanto un allenamento dopo aver vinto la Supercoppa contro il Siviglia grazie a un mio gol.

Secondo lui non ce l'avrei fatta, invece si è modificato il format e, al mio ritorno, abbiamo vinto anche la partita di campionato”. Tornando al tennis, l'idea è rendere la nuova Davis qualcosa di itinerante.

Dopo due anni a Madrid, ci sarà un trasferimento. Si parla dell'America o dell'Asia, facendo l'occhiolino a Tokyo (che avrà appena ospitato le Olimpiadi ed è reduce dalla batosta per le ATP Finals, assegnate a Torino).

Dovessero andare in Giappone, chissà come la prenderà Larry Ellison, patron del torneo di Indian Wells, che lo scorso anno si era mosso in prima persona per promuovere il nuovo format: si pensava che avesse avuto rassicurazioni su un trasferimento nel deserto della California.

Sul finire della conferenza, qualcuno gli ha fatto presente le durissime opinioni di Ion Tiriac, presidente della federtennis rumena, che aveva dato voce all'opposizione con frasi durissime. "Chi ha fatto questo meriterebbe l'ergastolo.

Stanno rovinando 120 anni di tradizione: queste persone sono malate in testa, non hanno mai giocato a tennis in vita loro" ha detto l'ex giocatore rumeno. “Questo è il suo modo di esprimersi e non voglio entrare in nessuna discussione.

Ovviamente comprendo che ha il suo torneo a Madrid e per lui rappresentiamo una sorta di concorrente in termini di sostegno del Governo e della Città... vedremo cosa succederà a novembre”. Nessuna replica sul merito, anche perché – forse – non c'era nulla da replicare.