Il sogno di Daniil Medvedev: diventare il Rocky Balboa russo


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Il sogno di Daniil Medvedev: diventare il Rocky Balboa russo

Daniil Medvedev è alto e magro. Ha il naso lungo e affilato e un pizzetto a macchiare il mento. Ha 23 anni, ma i suoi capelli castani hanno già iniziato la ritirata. Parlando del suo aspetto, ha detto di assomigliare al noto attore Quentin Tarantino.

Gli piace giocare ai videogames, ma anche a scacchi. Lo guardi e sembra più un professore che un atleta professionista. Eppure, per una settimana, è stato il "cattivo" dello Us Open. Invece è una figura ancora indefinita, manco fosse un personaggio di Dostoevskij.

“Quando avevo 6-7 anni di età mi piaceva guardare il wrestling, pensavo che combattessero per davvero – ha detto dopo la semifinale contro Dimitrov, vinta in tre set – i miei genitori mi domandavano perché guardassi quello spettacolo finto.

Io ero convinto che fosse vero. Ma questa vecchia passione non c'entra nulla con quanto successo in questi giorni”. Medvedev si è fatto odiare dal pubblico per il suo comportamento durante e dopo i match contro Feliciano Lopez e Dominik Koepfer.

Un dito medio, seguito da frasi e gesti provocatori. Ma adesso basta, manco volesse proporre a parti invertite la scena finale di Rocky IV, con il pugile americano capace di far sciogliere in un fragoroso applauso il pubblico russo (pardon sovietico), inizialmente ostile.

Il processo di riavvicinamento è partito nell'intervista sul campo, con Tom Rinaldi di ESPN. “Quando mi sono presentato negli Stati Uniti non avrei mai pensato di giocare così bene, quindi adesso posso dire di amare questo paese” ha detto, trasformando gli ululati in qualche timido applauso.

Poi si è assunto la responsabilità di quanto accaduto nei turni precedenti e il clima sembra essersi disteso. “Non dico di essere una bella persona, per carità – asserisce Medvedev – però vi assicuro che fuori dal campo sono molto tranquillo.

Non so perché venga assalito dai demoni quando gioco a tennis. Ho avuto problemi di questo tipo anche da junior: non sono mai stato squalificato, ma era facile che avessi delle penalità”. Non ricorda benissimo: anche tra gli Under 18 ha incassato qualche mese di sospensione, mentre tra i “pro” vanta una squalifica per presunto razzismo durante un match contro Donald Young.

Era il Challenger di Savannah e disse alla giudice di sedia di colore, Sandy French, “Sono sicuro che siete amici”. L'anno dopo, sconfitto a Wimbledon da Ruben Bemelmans, ha lanciato una monetina verso il giudice di sedia, come si fa con i mendicanti.

Apriti cielo. Con un background del genere, quanto accaduto a New York era quasi prevedibile. “Sapete una cosa? Nella vita di tutti i giorni, per farmi arrabbiare, devono davvero fare qualcosa di molto grave. Se vieni a bussare alla porta della mia stanza d'albergo alle 6 del mattino per una settimana di fila, ecco, potrei innervosirmi.

Altrimenti non succede. Non sono orgoglioso di quello che ho fatto, ci sto lavorando da tempo con una mental coach. Mi sta aiutando molto, così come mia moglie. In passato ho perso molte partite perché ho perso la calma, voglio che non accada più”.

Da quando ha messo piede in America, la sua carriera è cambiata: finale a Washington, finale a Montreal (persa con Nadal), vittoria a Cincinnati e adesso finale a Flushing Meadows, con un bilancio di 20 vittorie e 2 sconfitte.

Comunque vada domenica, è certo di issarsi al numero 4 ATP. Non sappiamo se il cambio di atteggiamento verso la gente di New York sia stato spontaneo, oppure consigliato da qualcuno. La verità è che sostenere un clima da WWE in un torneo di tennis è impossibile, anche in un ambiente tendente al trash come quello di New York.

E allora sono arrivate le scuse in conferenza stampa, i cuoricini sui social e tutto quello che serve per ricucire un rapporto. Domenica sera, dunque, non aspettiamoci fischi o un atteggiamento troppo severo. Si parlerà soprattutto di tennis, con Nadal a caccia del suo 19esimo Slam (andrebbe a -1 da Federer) e Medvedev ancora nel ruolo di guastafeste.

Come detto, una delle due sconfitte della sua rovente estate è giunta contro Nadal, nella finale di Montreal. “Difficile trovare le parole per descrivere Rafa – ha detto – molti lo hanno fatto prima di me.

È una bestia, una macchina. Sul campo ha molta energia. A Montreal ho avuto una palla break, poi è stato lui a togliermi il servizio. Nel primo set ho ceduto di misura, poi lui è cresciuto: tirava più forte, più veloce, più tutto...

mentre io sono calato”. In effetti, Nadal è uno dei pochi giocatori che possono disinnescare la strategia vincente di Medvedev: sfiancare il suo avversario. Il russo ama vincere per sfinimento, prova un godimento psicologico quando il suo avversario commette un errore gratuito.

Secondo qualcuno, il suo stile ricorda quello di Miloslav Mecir, il mitico “gattone”, oro olimpico a Seul 1988 e finalista allo Us Open 986, nonché all'Australian Open 1989. Probabilmente, uno dei più forti a non aver mai vinto uno Slam.

Mats Wilander sostiene che la differenza tra Medvedev e Mecir sia nel servizio: lo slovacco faticava parecchio, lui raccoglie tanti punti gratis. Per battere Nadal, tuttavia, avrà bisogno di qualcosa in più . La strategia vincente potrebbe essere l'imprevedibilità.

Non sempre si capisce cosa stia facendo, o perché lo stia facendo. E per un giocatore metodico come Rafa potrebbe esserci qualche insidia dietro l'angolo. L'ultimo russo a vincere lo Us Open è stato Marat Safin nel 2000, quando diede un'inattesa lezione a Pete Sampras.

È proprio grazie a Safin che il moscovita ha iniziato a giocare a tennis. Ricorda il suo successo all'Australian Open 2005, quando “tutti i russi erano davanti alla TV a fare il tifo per lui. Però il mio gioco non si può paragonare al suo, mentre ho sentito tanti paragoni con Davydenko”.

Dopo tanti anni nella metropoli russa, la sua vita è svoltata quando si è trasferito in Costa Azzurra. Fu una scelta un po' casuale, perché la famiglia decise di seguire la sorella di Daniil, che aveva trovato lavoro proprio da quelle parti.

L'incontro con coach Gilles Cervara è stato traumatico, anche se fondamentale. Ai tempi, Medvedev non aveva idea di cosa significasse allenarsi da professionista. Pensava di essere al 100% pur non prendendosi cura del suo corpo, oppure mangiando croissant o l'amata panna cotta prima di scendere in campo.

Ha una passione per i dolci, ma adesso ha imparato a farne a meno, almeno durante un torneo. Quanto al suo gioco, lo definisce così: “In effetti non è convenzionale, ma credo che sia la mia forza. Un conto è giocare così e non mettere una palla in campo, ma se sono efficace diventa un punto forte”.

Se ne sono accorti i 50 giocatori sconfitti nel 2019, dato che rende Medvedev il più vincente del tour. Per fare 51, tuttavia, avrà bisogno di qualcosa di speciale. Dovesse azzeccarlo, avrebbe scritto una pagina da leggenda.

A quel punto, gli americani sarebbero costretti ad applaudirlo con vigore, come fecero i generali sovietici con Sylvester Stallone. Ma allora era una finzione cinematografica. Allo Us Open è tutto vero.