Il cuore d'oro di Vania King: aiuta i bambini in Uganda


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Il cuore d'oro di Vania King: aiuta i bambini in Uganda

Si erano un po' perse le tracce di Vania King. Classe 1989, ex promessa del tennis americano, nostra avversaria in una finale di Fed Cup (Reggio Calabria 2009, giocò il doppio a risultato acquisito), ha avuto successo soprattutto come doppista.

Ha vinto un paio di Slam, compreso lo Us Open 2010. È stata ferma per sette mesi e si è ritrovata protagonista in questa edizione, in cui ha raggiunto la semifinale in coppia con Caroline Dolehide. Lo stop era dovuto a un infortunio alla caviglia, ma la King non ha trascorso invani i mesi lontana dal campo.

Ha scelto di donare tempo ed energie a coloro che ne hanno bisogno: lo scorso luglio si è recata a Kampala, in Uganda, per tenere una clinic di tre giorni in collaborazione con Barefoot Law, organizzazione no profit di assistenza legale.

“In realtà è nato tutto in modo casuale, un po' come tutta la mia vita – ha detto la King – ma mi sono sempre piaciuti il volontariato e la filantropia”. L'ispirazione è stato un articolo di giornale: aveva letto del sostegno garantito da Barefoot Law a una donna che era stata aggredita dal cognato.

Quest'ultimo aveva appreso che il marito di lei, defunto, aveva lasciato le proprietà alla moglie e non al fratello. “Barefoot Law vorrebbe raggiungere 50 milioni di persone entro il 2030, mentre l'obiettivo immedicato è fornire un efficace accesso all'istruzione e all'assistenza legale”.

Il caso in questione è finito bene, anche se ci sono voluti cinque anni di battaglia legale. Cinque anni durante i quali la donna ha vissuto accanto al suo aguzzino, poiché abitavano in zone limitrofe. La sentenza lo ha condannato a 15 anni di prigione.

Il primo contatto tra la King e l'associazione no profit risale allo scorso ottobre, quando li ha conosciuti casualmente durante un safari in Uganda. Sono finiti a cena un paio di volte ed è nata l'idea – oltre alla volontà – di dare una mano.

La tennista si è resa conto che le sue capacità rappresentavano una risorsa preziosa. “Ho dunque pensato di fare qualcosa che combinasse il tennis con l'assistenza legale”. L'evento si è tenuto presso la Kololo Primay School, scuola elementare laddove era già stato avviato un programma denominato “Tennis For All Uganda”.

Grazie all'intercessione dei coach del programma, alla clinic hanno partecipato anche i bambini di altre scuole. Ogni giornata era divisa in due parti: al mattino, i bambini ricevevano un'istruzione di natura legale dallo staff di Barefoot Law, mentre dopo pranzo giocavano a tennis per 4-5 ore.

La King non era sicura che sarebbero stati capaci di giocare così a lungo, ma è stata tranquillizzata dai maestri locali. “Se li metti in campo per otto ore, giocheranno per otto ore”. Ha trovato ragazzini disciplinati, attenti e – in certi casi – talentuosi.

Inizialmente avrebbero dovuto essere in 100, alla fine sono stati più del doppio. La ex top-50 WTA in singolare (mentre è stata n.3 in doppio) si è presa cura di tutti, a rotazione, lavorando sul piano tecnico, atletico, e lasciando spazio per qualche partita a fine giornata.

“All'inizio ho dato loro chiare istruzioni per concentrarsi sui tre aspetti fondamentali per tirare il dritto: impugnatura, affiancamento e split step. Hanno fatto un ottimo lavoro. Poi ho preso a girare tra un campo e l'altro per dare consigli.

Credo che se avessi allenato in questo modo dei ragazzi americani, li avrei fatti piangere!”. Il progetto ha funzionato alla perfezione, anche perché sono arrivate tante offerte da vari enti benefici. WTA Charities ha fornito le magliette, Babolat ha donato asciugamani e grip, mntre la fondazione di Judy Murray si è occupata del resto dell'attrezzatura.

Inoltre, 250 racchette sono arrivate in omaggio dalla Kids Serving Kids, società con sede in Texas che si occupa di raccogliere e riciclare le racchette da tennis. Deven Bapat, ragazzo in età liceale che gestisce l'organizzazione, ha detto: “Questo episodio è la testimonianza che non siamo mai troppo piccoli per cambiare il mondo.

Abbiamo dato l'esempio che, con poche azioni, si possono ottenere granti risultati. Le foto dei bambini con le racchette in mano mi hanno fatto emozionare. Se fossero in grado di continuare a giocare, sarebbe bellissimo. D'altra parte il tennis fornisce lezioni di vita molto importanti: sei da solo, devi assumerti la responsabilità delle tue azioni.

Quei bambini non stavano soltanto giocando a tennis: stavano imparando una lezione su come affrontare al meglio le loro vite”. L'esperienza in Uganda è stata particolarmente toccante per la King, commossa da un bambino di 10 anni che in pochissimo tempo ha imparato a usare la sua fotocamera digitale.

“In cinque minuti ha imparato a fare i video, cambiare le funzioni, i filtri... vorrebbe fare il fotografo, ma probabilmente non avrà i mezzi per farlo perché la fotografia è molto costosa”.

Tra gli altri partecipanti al corso c'era un ragazzino che era stato abbandonato a casa per tre giorni da suo padre. “Ma quando venivano a giocare erano tutti felici. C'è stato un buon equilibrio: l'educazione al mattino può renderli un po' tristi, pur essendo molto importante, mentre al pomeriggio potevano giocare e permettersi di fare i bambini”.

La King vorrebbe esportare questo progetto in altri paesi. “Mi rendo conto che ogni nazione ha i suoi problemi e le sue peculiarità, ma mi piacerebbe trovare un sistema per dare una mano. Credo molto nella sostenibilità, perché abbiamo permesso a questi bambini di coltivare una speranza”.

È rimasta talmente coinvolta dal progetto da inaugurare una sua associazione no profit, la Serving Up Hope, il cui obiettivo è sostenere ed educare i bambini creando programmi di tennis in tutto il mondo. “Mi piacerebbe coinvolgere anche qualche giocatrice.

Ci sono tante cose da fare: non lo sai fino a quando non vedi con i tuoi occhi, ma esistono tanti modi per dare una mano. Non si tratta semplicemente di andare in luogo e partecipare a un evento: le persone si possono coinvolgere in tanti modi”.

L'obiettivo finale è ambizioso: "Coinvolgere più persone possibili nella mia comunità, che è quella del tennis professionistico. E vorrei farlo partendo dalle comunità svantaggiate”.

Una bella storia, una missione ambiziosa che merita successo. Qualcosa che vale molto di più di un piazzamento di prestigio allo Us Open.