Con il box vuoto, torna a splendere la stella di Grigor Dimitrov


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Con il box vuoto, torna a splendere la stella di Grigor Dimitrov

C'è una fastidioso senso comune secondo cui il talento tende a specchiarsi in se stesso, senza alimentarsi grazie a un adeguato lavoro. Può capitare, ma non è necessariamente così. Roger Federer ne è splendida dimostrazione: senza un corretta preparazione, non sarebbe così competitivo a 38 anni.

Grigor Dimitrov è spesso vittima dell'equivoco. Tennis meraviglioso, un prodigio di estetica (non a caso, da giovane lo avevano soprannominato “Baby Fed” per la somiglianza stilistica con Federer), residenza a Monte Carlo e alcune love story da copertina, su tutte quella con Maria Sharapova.

Lo hanno etichettato come un talento non totalmente compiuto. Forse non avevano tutti i torti, ma su una cosa sbagliavano: il bulgaro è sempre stato un gran lavoratore. Ore e ore sul campo, ancora di più in palestra, fino all'estrema decisione di farsi allenare da un tecnico (Roger Rasheed) che ha reso ancora più fisico il suo tennis, peraltro con risultati alterni.

Quando ha vinto le ATP Finals nel 2017 (sotto la guida di Daniel Vallverdu) ed è salito al numero 3 ATP, si pensava che fosse finalmente giunto il suo momento. Invece no. La partnership con Vallverdu è andata a male, i risultati sono peggiorati, fino a quando ha iniziato ad avvertire dolore alla spalla.

Sceso al numero 19, dopo l'Australian Open si è fermato per due mesi. “La spalla era completamente infiammata, per quattro settimane non ho neanche preso in mano la racchetta – dice il bulgaro, fiammante semifinalista allo Us Open dopo l'impresa su Roger Federer – non ho avuto bisogno di operarmi, è stata una grande fortuna.

Non mi ero mai infortunato, dunque ho dovuto fare i conti con l'aspetto mentale della faccenda”. Si è presentato allo Us Open da numero 78 ATP, ormai dimenticato dal grande tennis, con alcune preoccupanti sconfitte sul groppone.

Ad Atlanta aveva perso contro Kevin King, n.405 ATP. “In quel momento non avrei mai pensato di arrivare in semifinale a New York” ha detto, dopo il successo su Federer. Al netto dei problemi alla schiena dello svizzero, lui aveva più benzina.

Anche dopo l'eterno settimo game del quarto set, 22 punti che avrebbero potuto schiantarlo psicologicamente. Invece è ripartito più forte che mai e ha dominato alla distanza. Con buona pace di chi crede che non si alleni a sufficienza. Anche nei momenti peggiori, “Grisha” ha continuato ad avere fiducia in se stesso, nel suo percorso, nel suo progetto.

“Quando ero infortunato e non potevo lavorare, fare soltanto un'ora di esercizi di base mi faceva impazzire – dice il bulgaro – leggevo, facevo una passeggiata, andavo a correre... e avevo ancora metà giornata da vivere.

Sono felice di come sono riuscito a tirarmi su, ed è stato importante perché ho capito che anche io posso infortunarmi. Se succederà di nuovo, sarò pronto ad accettarlo”. Il problema di Dimitrov erano i risultati: si è presentato a New York con sette sconfitte nelle ultime otto partite.

“Ma devi andare avanti, non c'è molto altro da fare. Devo essere sincero, ho fatto schifo. Sapendo quello che sono in grado di fare, perdere così tanto ha danneggiato le mie sicurezze. Però non ho mai smesso di credere in me stesso, nel lavoro e nelle persone che mi stanno accanto.

È una questione di atteggiamento: se faccio le cose giuste non accadrà ora, forse nemmeno tra una settimana o un mese, o forse l'anno prossimo. Magari non vincerò una partita da qui a fine 2019”.

Diceva queste cose appena sbarcato a New York, senza immaginare che una settimana dopo avrebbe finalmente battuto Federer dopo sette sconfitte consecutive, raccogliendo il 24esimo successo contro un top-10 e artigliando la terza semifinale Slam della sua carriera, dopo quelle giocate cinque anni fa a Wimbledon e quella del 2017 a Melbourne.

Ma allora era un altro Dimitrov. Quello del 2019 è un tennista che aveva bisogno di ricostruirsi. Il problema era esclusivamente sul campo, visto che non ha mai perso la forma. Ama andare in palestra, fare esercizi e mangiare sano.

Sul campo, però, emergevano le insicurezze di chi teme che la spalla possa saltare da un momento all'altro. Il suo percorso allo Us Open è il premio per chi ama sinceramente il tennis, avendo continuato a lavorare con la stessa passione.

Prima di affrontare Andreas Seppi al primo turno, ricordava di aver ottenuto buoni risultati in passato. “Ma so che posso fare ancora meglio. E voglio fare meglio”. D'altra parte aveva bisogno di un po' di tempo per aggiustare la spalla, modificando alcuni esercizi e cambiando anche il setup della racchetta.

“Ho dovuto affrontare tanti piccoli passaggi che non sono visibili a occhio nudo, ma finalmente adesso mi trovo in una situazione positiva e le cose funzionano”. Lo ha dimostrato nella notte dell'Arthur Ashe Stadium: oltre a un atteggiamento perfetto, sempre positivo nonostante la “solita” partenza ad handicap (che gli è costata il primo set), e una nota curiosa nel suo box: nonostante abbia confermato la partnership con Radek Stepanek e Andre Agassi, nessuno dei due è apparso nel suo angolo a New York.

Una sorta di segnale, voluta dai coach, come se abbiano scelto di responsabilizzarlo, senza permettergli di scaricare su altri quello che accade sul campo. A New York, è accompagnato soltanto dal preparatore atletico Casey Cordial.

Per adesso funziona. E la semifinale contro Daniil Medvedev (1-1 i precedenti), acciaccato e poco amato dal pubblico, si presenta più abbordabile rispetto a quelle giocate contro Djokovic e Nadal. Ma erano altri tempo. E poi era un altro Dimitrov....