Occhio al "Peque", il nanerottolo che può impensierire Nadal


by   |  LETTURE 8348
Occhio al "Peque", il nanerottolo che può impensierire Nadal

“Ah, devo giocare contro Nadal? Pensavo che il mio prossimo avversario fosse Berrettini..”. . Con il microfono di Brad Gilbert sotto il naso, griffato ESPN, Diego Schwartzman ha mostrato tutto il suo candore dopo la vittoria contro Alexander Zverev, la più importante della sua carriera.

"Abbiamo giocato in contemporanea, pensavo che l'avversario fosse lui..." ha ribadito in conferenza stampa. Vabbè. L'argentino aveva già raggiunto per due volte i quarti in uno Slam (Us Open 2017 e Roland Garros 2018), ma stavolta è diverso.

È un giocatore nuovo, consapevole di essere un big a dispetto dei 170 centimetri che gli attribuisce l'ATP (ma in realtà sono meno...). Con un rendimento impressionante nella risposta al servizio, ha mandato in cortocircuito la mente del tedesco, facendogli smarrire la seconda di servizio fino a compiere ben 17 doppi falli.

E così, nei quarti dello Us Open, ci va il “Peque”, il piccolo, come lo soprannominano in Argentina. Una bella favola perché rappresenta un insegnamento. Ci fa capire che – se ci credi – il tennis non è soltanto una questione per giganti o superuomini.

Tanto piccolo quanto coraggioso, Schwartzman si è costruito da solo, aiutato da una famiglia che ha creduto in lui anche dopo la disgraziata crisi economica di fine 2001, quando l'Argentina ha rischiato il collasso.

Non che adesso vada tanto meglio, ma allora si cambiava un presidente a settimana e la gente aveva preso a saccheggiare i supermercati. La faccenda non ha riguardato in prima persona la famiglia Schwartzman, composta da papà Ricardo, mamma Silvana e i tre fratelli maggiori di Diego (Andres, Natali e Matias).

Stavano bene: negli anni 90, quando una disinvolta politica economica aveva stabilito la parità tra il peso argentino e il dollaro americano, gli Schwartzman potevano permettersi di andare in vacanza a Punta del Este, in Uruguay, e avevano persino una seconda casa a Los Cardales, rinomata località di villeggiatura.

Dopo la crisi sono rimasti in linea di galleggiamento, appena sopra la soglia della povertà, ma il tennis è uno sport elitario, costoso, difficile. Però mamma Silvana ha deciso di dare una chance a suo figlio, accompagnandolo in giro per il Paese tra un torneo e l'altro.

Esperienze a basso costo, vissute tra hotel malandati e istinto di sopravvivenza. Una volta, Diego e sua madre finirono in una stanza talmente piccola che l'acqua della doccia zampillava fino in camera, a bagnare il letto.

Per raccogliere qualche peso, la madre vendeva braccialetti con i simboli delle squadre di calcio. Li aveva fabbricati il marito, era un modo come un altro per sbarcare il lunario. Nonostante la statura, Schwartzman ha fatto la trafila dei tornei minori con buoni risultati, saltanto i tornei junior che avevano dato gloria (poi risultata effimera) ai coetanei Andrea Collarini e Agustin Velotti.

Però l'impatto col professionismo è stato duro, perché non riusciva a trascorrere troppo tempo in solitudine. Sofferenza, attacchi di panico. Erano lontani i tempi in cui l'unica strada da percorrere era quella dalla sua abitazione di Villa Crespo (maxi quartiere di Buenos Aires) al Club Nautico Hacoaj di Tigre, bella polisportiva a 30 km dalla capitale.

Viaggiare da un continente all'altro, spesso da solo, era troppo per lui. A “salvarlo” è arrivata una psicologa, Andrea Douer, che gli ha insegnato una serie di tecniche respiratorie e yoga che Diego utilizza ancora oggi.

Sul piano tecnico è stato sgrezzato da Sebastian Prieto (attuale coach di Del Potro), con il quale ha lavorato per cinque anni. Con lui, ha conquistato il suo primo titolo ATP (Istanbul 2016). A quel punto, a stabilità economica ormai raggiunta, poeva scegliere se accontentarsi oppure tentare un ulteriore salto di qualità.

Ha scelto la seconda via, più costosa e difficile. Ha assunto l'ex pro Juan Ignacio Chela, “strappandolo” alla sua nuova carriera da intrattenitore televisivo, e ha assunto il preparatore atletico Martiniano Orazi, che per sette anni aveva curato i muscoli di Del Potro.

Con loro, è diventato sempre più forte. Quarti allo Us Open, quarti a Parigi e altri due titoli ATP (Rio de Janeiro 2018 e Los Cabos, un mese fa). Chela gli ha trasmesso positività e proverà a fare altrettanto in vista del match contro Nadal.

Lo ha già affrontato sette volte e ci ha sempre perso. “A parte una volta, tuttavia, ho portato a casa qualche set e mi è capitato di metterlo in difficoltà. Questo mi dà grande fiducia”.

Come quella volta al Roland Garros, quando si trovò in vantaggio e per un attimo pensò allo sgambetto. “Poi è arrivata l'interruzione per pioggia che mi ha spezzato il ritmo. In quei 20 minuti ho iniziato a pensare troppo, Rafa è tornato e ho perso la partita.

Ma da quel match ho imparato molto” dice il ragazzo che alla fine di ogni allenamento lavora duramente sulla risposta. Non sarà mai un bombardiere, allora cerca di far valere altre qualità. In risposta è un fenomeno: le statistiche del 2019 lo vedono in terza posizione, alle spalle dei mostri sacri Nadal e Djokovic.

Per intenderci, vince il 30% dei game in risposta e raccoglie quasi il 33% dei punti quando l'avversario mette in campo la prima. “La mia superficie preferita è il cemento perché il mio turno di servizio è ancora più incisivo, mentre l'efficacia in risposta rimane la stessa”.

Ne avrà un gran bisogno contro Nadal, con il quale ha un ottimo rapporto al punto ad aver condiviso alcuni allenamenti nei primi giorni del torneo, senza contare una recente visita all'accademia di Manacor. Mats Wilander sostiene che un giorno potrebbe anche lottare per vincere uno Slam: chissà che quel giorno non sia dietro l'angolo.

Intanto Dieguito ha uno stimolo in più: super appassionato di dolci e cioccolata, dopo il successo contro Zverev gli hanno fatto arrivare una scatola di dulce de leche. Dovesse andare avanti, potrebbe darci dentro ancora di più con i dessert. Sarebbe il minimo.