Basta offese e umiliazioni: gli arbitri si devono ribellare


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Basta offese e umiliazioni: gli arbitri si devono ribellare

È passato un anno dalla fragorosa polemica della finale femminile dello Us Open, quando Serena Williams si imbestialì per le penalità comminate dal giudice di sedia Carlos Ramos. Da allora, l'unica versione su quella notte l'ha fornita la giocatrice, che definì Ramos “ladro” e “bugiardo”.

Affermazioni pesanti, mai controbilanciate da una replica dell'arbitro portoghese, che peraltro ha già intascato un paio di umiliazioni in questo torneo. La prima è arrivata alla vigilia: non avrebbe arbitrato nessun match delle sorelle Williams (pare sia stata una decisione del torneo, senza pressione delle giocatrici), inoltre la stessa Serena ha dichiarato – con disprezzo – di “non sapere chi sia” Carlos Ramos quando le hanno chiesto un commento.

Il comportamento della Williams è stato inaccettabile sin da subito, perché sul piano strettamente regolamentare Ramos era stato impeccabile. Per carità, non ci sono dubbi che Serena abbia vissuto il tutto come un'ingiustizia.

Aveva già avuto più di un contrasto con gli arbitri durante lo Us Open (2004 contro Capriati, 2009 contro Clijsters e 2011 nella finale contro Stosur): in un certo senso, era umano vivere una sorta di sindrome di accerchiamento.

Non tutti sanno che dopo quella notte si è incontrata con un terapeuta. Dieci mesi dopo, in un articolo sulla rivista di moda Harper's Bazaar, ha nuovamente tirato in ballo il sessismo, dicendo che alle donne: “Non è permesso avere emozioni, non è permesso essere passionali”.

Il problema è che Ramos non ha punito la sua passione. Semplicemente, ha applicato le regole. Questo aspetto non è mai stato sottolineato a sufficienza. Il caso Williams-Ramos pone una tematica importante: in qualsiasi altra controversia, avremmo ascoltato entrambe le versioni.

Va così in ogni processo, sia ordinario che sportivo. Invece, Ramos è rimasto in silenzio. Non si è potuto difendere, subendo l'umiliazione di non partecipare alla premiazione e uscire dal campo di soppiatto, quasi come se fosse un ladro.

Il circuito impone agli arbitri uno stretto riserbo con gli organi di stampa, trincerandosi dietro a un presunto obbligo di “imparzialità”. “È una situazione delicata, ma non esiste un arbitraggio su ordinazione” aveva detto al suo vecchio amico, il giornalista portoghese Miguel Seabra.

In tutti questi mesi, Serena Williams ha utilizzato Carlos Ramos come simbolo di una società patriarcale e ingiusta. Il fatto è che non possiede argomentazioni solide per sostenerlo. Soltanto la sua grande influenza.

Attorno alla classe arbitrale tennistica si è sollevato un muro di omertà. E guai a chi osa prenderlo a picconate: prendiamo il caso di Damian Steiner, che giusto un mese fa arbitrava la finale di Wimbledon. Dopo l'esperienza, ha rilasciato alcune interviste in Argentina.

Non ha detto nulla di particolare, ma l'ATP non ha tollerato il fatto che abbia parlato senza chiedere specifica autorizzazione. Risultato? Licenziato in tronco. Lo scorso anno, Mohamed Lahyani scese dalla sedia durante Kyrgios-Herbert allo Us Open.

Ha cercato di calmare l'australiano, vittima di uno dei suoi tanti momenti di nervosismo. Quello di Lahyani fu un palese scavallamento del dovere professionale, uno schiaffo alla tanto invocata imparzialità. Ebbene, fu sospeso per appena due tornei (Pechino e Shanghai), potendo tornare ad arbitrare già un mese dopo, a Stoccolma.

Anche uno sprovveduto si renderebbe conto dell'impressionante incoerenza nella gestione degli episodi. Il problema principale, tuttavia, è il potere verbale di cui dispongono i giocatori. Nel tennis moderno, gli arbitri possono essere offesi, sminuiti e trattati male senza nessuna possibilità di replica.

Devono rimanere in silenzio e incassare in nome di una presunta “imparzialità”. L'ultima vittima è stato Fergus Murphy, che nel corso dell'estate ha arbitrato diverse volte Nick Kyrgios. Gli screzi sono iniziati al Queen's, poi sono deflgrati a Cincinnati, nel match che poi è costato una maxi-multa all'australiano.

Ha definito Murphy un “fucking tool", affermando che è il "peggior arbitro di sempre", autore di "atti disgustosi" ogni volta che lo arbitra. Non gli ha stretto la mano dopo il match, sputando per terra. Il povero Murphy non ha potuto fare altro che incassare.

Qualora avesse replicato, come sarebbe umano (e probabilmente giusto) sa di rischiare gravi sanzioni. Il caso di Steiner è lì a ricordarglielo. In altri sport, una tale mancanza di rispetto non sarebbe tollerato.

L'ultimo caso riguarda Stefanos Tsitsipas: durante il suo match di primo turno contro Andrey Rublev, stava perdendo molto tempo per sistemarsi la bandana ai cambi di campo quando il giudice di sedia Damien Dumusois lo ha invitato a sbrigarsi.

Non l'avesse mai fatto. “Fai quello che vuoi, sei il peggiore – ha replicato Kyrgios – hai qualcosa contro di me, probabilmente perché sei francese e siete tutti strani. Dammi pure un warning, non mi interessa”.

È arrivato un penalty point, ma non ci sono stati ulteriori sviluppi disciplinari. E allora, come suggerisce un articolo di Oliver Brown sul Telegraph, è giunto il momento che gli arbitri si ribellino. La comunicazione non può più essere a senso unico, svilente e umiliante.

Non si può permettere ai giocatori di fare il bello e il cattivo tempo, spesso a torto, quasi sempre senza neanche conoscere le sfumature del regolamento. Possibile che ai giudici di sedia stia bene la situazione attuale? In verità, lo scorso anno qualcuno ipotizzò un boicottaggio ai match di Serena Williams: l'obiettivo era far passare il messaggio che nessun giocatore potesse comportarsi in questo modo contro onesti lavoratori.

Tra l'altro, non sempre la Williams poteva invocare il sessismo. Nel 2011, la sua furia si scagliò su Eva Asderaki, rea di aver chiamato “palla disturbata” (hindrance) un dritto di Serena, accompagnato da un “come on!” quando la palla era ancora in gioco.

La definì “hater” e “poco attraente”. Anche due anni prima, il famoso fallo di piede contro Kim Clijsters fu chiamato da una giudice di linea donna, Shino Tsurubuchi, che avrebbe fatto volentieri a meno di quell'ondata di popolarità.

Più in generale, troppi giocatori di alto livello si sentono autorizzati a sindacare – se non diffamare – il lavoro degli arbitri. È giunto il momento che gli ufficiali di gara si ribellino. Va bene tutto: un sindacato, un'associazione, una manifestazione dimostrativa. Ciò che conta è dimostrare che non si può andare avanti così.