“Ma quale tennis, devi studiare e lavorare!”. Ma Kristie Ahn...


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“Ma quale tennis, devi studiare e lavorare!”. Ma Kristie Ahn...

L'hanno definita “Donna Bionica” per via delle maxi fasciature che le coprono il braccio destro e il ginocchio sinistro. Quest'ultimo ha fatto un movimento innaturale durante il match contro Jelena Ostapenko, ma il fisico di Kristie Ahn ha retto e le ha dato la più bella soddisfazione in carriera.

A 27 anni, ha raggiunto per la prima volta gli ottavi in un torneo del Grande Slam. Ma c'è una storia curiosa dietro gli exploit della ragazza di origine coreana, piccolo-grande personaggio dell'ultimo Slam stagionale.

Una storia di passione, folle passione per il tennis. Lo ama a tal punto da rinunciare a un lavoro sicuro, ben retribuito e con il canonico orario d'ufficio 9-17. Prima di emigrare negli Stati Uniti, papà Don amava giocare a tennis.

E voleva che i figli facessero altrettanto. Per questo, mettere in mano una racchetta a Kristie è stato facilissimo. Il problema è che non riesce a farla smettere. Ci sono tante suggestioni nella cavalcata della Ahn allo Us Open.

Per chi ci crede, c'è anche un pizzico di destino. Nella sua scheda sul sito WTA c'è scritto che è nata a Flushing Meadows: non è un errore, è venuta al mondo presso il Flushing Hospital, ad appena 3 km dal campo Grandstand in cui ha vinto la partita più importante della sua carriera.

E lunedì se la vedrà con Elise Mertens per un posto nei quarti di finale. Prima di questo torneo, non aveva vinto uno straccio di partita nel tabellone principale di uno Slam. E pensare che la sua prima apparizione risaliva al 2008: Kristie aveva appena 16 anni e si qualificò per lo Us Open.

Voleva incassare i 18.500 dollari riservati agli sconfitti al primo turno e diventare professionista. Farseli bonificare, tuttavia, le avrebbe fatto perdere l'ammissibilità al college. “Quando hai 16 anni vorresti soltanto prendere tutti quei soldi – ricorda la Ahn – ma mio padre, con faccia impassibile, mi diceva che avrei anche potuto vincere il torneo ma che i soldi li avrei visti col binocolo.

Niente da fare: avrei dovuto frequentare l'università”. Lei gli rispose con l'ingenuità di una ragazzina. “Ma se vincessi il torneo potrei prendere i soldi e poi pagarmi il college”. Per poco, Don Ahn non gli rise in faccia.

“Non mi interessa. Non entrerai a Stanford senza fare parte della squadra di tennis. Giocare a tennis senza istruzione non vale niente. Devi essere una persona istruita per avere un ruolo nella società”. Inutile dire che l'ha avuta vinta.

Kristie è finita nella pluridecorata Stanford (anche John McEnroe è transitato da quelle parti), diventando la migliore giocatrice del team. Una volta intascata la laurea in Scienze, Tecnologia e Società, ha raggiunto un accordo con il padre: avrebbe potuto fare la professionista, ma solo per tre anni.

In fondo, papà Don non aveva contribuito a pagare le tasse universitarie. “Io vorrei giocare a tennis, era il mio sogno, e tu mi hai impedito di inseguirlo”. Stretta di mano: per tre anni, la famiglia avrebbe supportato il sogno di Kristie.

Il 2015 e il 2016 sono andati male, senza risultati di rilievo. Papà Don era felice, aveva iniziato a fare il conto alla rovescia. “Ci siamo quasi, preparati a cercare un lavoro vero. Hai preparato il curriculum?”.

Invece, sul'orlo di un ritiro forzato, Kristie ha iniziato a vincere una partita dietro l'altra e si è avvicinata alle top-100 WTA (al massimo è stata 105, gli ottavi a New York le garantiranno almeno la 93esima posizione), raccogliendo fondi a sufficienza per mantenersi da sola.

Eppure, i genitori non erano felici. Per loro, il tennis non è un lavoro. Non è una realtà. Non può essere un'opzione. Quando l'hanno riaccolta nella loro casa in Englewood Cliffs, nel New Jersey, pensavano che avesse deciso di ritirarsi.

Invece, semplicemente, non ne poteva più di stare in Florida. È tornata a casa, ha assunto un coach locale e ha continuato a giocare a tennis. In fondo, il comportamento di papà Don e mamma Lay è in linea con la mentalità asiatica: da quelle parti, non puoi inseguire un sogno – qualunque esso sia – senza un'adeguata base culturale.

Se superi il sacro scoglio dei top-100, tuttavia, il tennis può essere molto remunerativo. Gli ottavi a New York le garantiranno 280.000 dollari (lordi), più della metà di quanto intascato in tutta la carriera.

“Non so quanto durerà la mia carriera, ma non voglio avere rimpianti – dice la Ahn – voglio raggiungere il massimo del mio potenziale. Personalmente vedo il tennis come uno strumento per raggiungere tante persone, anche i bambini.

La gente ti mette su un piedistallo, vogliono ascoltarti, sono interessati al tuo parere. Voglio sfruttare questa possibilità e cercare di fare la differenza. Quando avrò smesso, entrerò in azienda”.

Argomentazioni logiche, che però non convincono il padre. A suo dire, un lavoro d'ufficio offre molte più garanzie di una carriera sportiva. “Se ti fai male, non ti rimane nulla – dice – non è previsto alcun indennizzo, rimani semplicemente senza soldi”.

Tra l'altro, è convinto che la figlia avrà certamente successo quando entrerà nel mondo aziendale. “Ha le qualità di una leader, è molto intelligente e sa parlare con le persone.

Capisce gli altri, possiede le competenze di cui ha bisogno il paese”. Tali qualità sono già al servizio del tennis, poiché fa parte del player council WTA, il consiglio delle giocatrici. Fa meno rumore rispetto a quello degli uomini, ma sembra che le nuove componenti siano più combattive rispetto al consiglio precedente, cercando anche una linea comune con i colleghi dell'ATP.

Proprio per questo, sembra che Kristie abbia proposto ai genitori di appendere la racchetta al chiodo quando avrà terminato il suo mandato biennale in consiglio. Il padre non è convinto, perché crede che l'età sia un fattore importante.

“Vorrei che non si facesse troppo tardi per entrare nel mondo del lavoro”. Con 280.000 dollari in tasca e la possibilità di guadagnarne ancora, comunque vada, per lei sarà un approdo più semplice.

E lunedì affronterà Elise Mertens, già sfidata tre anni fa all'ultimo turno delle qualificazioni. Le cose possono cambiare in fretta.