Il pitbull che mangia la carbonara: la fiaba di Dominik Koepfer


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Il pitbull che mangia la carbonara: la fiaba di Dominik Koepfer

Non c'era una sola ragione per cui la Tulane University avrebbe dovuto arruolare Dominik Koepfer. Correva l'anno 2012 e l'allora 18enne tedesco, nato nel cuore della Foresta Nera, voleva iscriversi all'università senza perdere la possibilità di giocare a tennis.

Il college sarebbe stato la soluzione ideale, ma il suo curriculum non era sufficiente. Era stato al massimo n.15 tra i giovani tedeschi e non aveva esperienza nel circuito ITF. Tuttavia, il coach della Tulane University di New Orleans (Lousiana) rimase colpito da quello che aveva visto nei video che gli avevano spedito.

Così Tim Booras decise di prendere un aereo e recarsi presso il Blue Weiss Vilingen, laddove Koepfer giocava da dieci anni, sotto le amorevoli cure di Oliver Heuft. C'è rimasto per tre giorni e non ha avuto dubbi.

“Ok, Dominik, tu vieni via con me”. Se a New Orleans ha trovato l'America, allo Us Open sta vivendo una favola che in pochi avrebbero immaginato: battendo il top-20 Nikoloz Basilashvili, il 25enne tedesco ha centrato gli ottavi di finale.

Seconda settimana di uno Slam: risultato folle per un ragazzo che non si è ancora abituato a condividere la players lounge con Roger Federer e il suo idolo Rafael Nadal, con il quale ha due punti in comune: gioca con la mano sinistra e gioca ogni punto come se fosse la cosa più importante del mondo.

È bella, la storia di Koepfer, altra sonora mazzata per chi crede che le coppette dei tornei giovanili abbiano un valore nella carriera di un'aspirante tennista. Cresciuto nella periferia tedesca, ha avuto la fortuna di essere uno degli ultimi nativi analogici.

“Era sempre in giro a giocare con i suoi amici, i bambini di oggi hanno perso questa abitudine” racconta Heuft, che lo segue ancora con affetto. Fino ai 16 anni di età, il tennis era una delle sue tante attività.

Giocava due volte a settimana, alternandolo al calcio, al golf (“riusciva già a tirare la pallina a 100 metri di distanza”) e allo sci. D'altra parte, da quelle parti ci sono cinque mesi all'anno di neve.

Le cose sono cambiate quando aveva 16 anni. Giunse in finale ai Campionati di Germania giovanili, a Marburg, perdendo contro Jannis Kahlke. “In quel periodo, si allenava un quarto rispetto ai suoi avversari” dice il suo vecchio coach.

Quel risultato lo convinse a provarci più seriamente, sia pure senza particolari ambizioni da professionista. Anche nel 2012, quando mise piede a Tulane, la priorità era lo studio. Finanza ed Economia, mica bruscolini.

E poi il regime di vita era durissimo: palestra dalle 6 alle 8 del mattino, lezione dalle 8 alle 12 e tennis dalle 13 alle 16, spesso sotto un sole cocente. Dura, per un ragazzo cresciuto nella Foresta Nera. Quando è arrivato a New Orleans lo hanno accolto bene, ma era l'ultima ruota del carro.

Doveva imparare tutto ed era il numero 6 della squadra. L'adattamento non è stato semplice: la sua voglia di strafare, di farsi notare, un atteggiamento un po' arruffone, convinsero Booras a dargli un consiglio. “Comprati un puzzle da 10.000 pezzi.

Non importa cosa rappresenta: una ragazza in bikini, un cagnolino o un fiore. Servirà a farti diventare paziente”. Dominik accettò e i risultati sono stati impressionanti: è diventato il miglior tennista nella storia della Tulane University, numero 1 nella classifica NCAA, nonché All American in ben due occasioni.

E pensare che durante le vacanze di Natale 2012, dopo pochi mesi di università, tornò a casa con la mononucleosi. Pensò di restare in Germania, ma c'è un motivo per cui i suoi amici lo hanno soprannominato “Pitbull”, e non solo per un fisico massiccio (1.80 per 79 kg di peso).

Koepfer è un combattente, ostinato, ama combattere fino allo sfinimento. Si è distinto anche con i libri: presa la laurea senza andare fuori corso, si è trasferito a Tampa e ha tentato la via del professionismo.

In fondo, altri giocatori tedeschi avevano intrapreso questo percorso. Su tutti, Benjamin Becker. “Il primo anno da professionista è stato pessimo – racconta Koepfer – avevo cattive abitudini che mi trascinavo dal college e ho capito che per competere con i migliori bisogna essere in forma e lavorare duro in palestra”.

Le cose sono cambiate lo scorso anno, quando ha intrapreso una collaborazione con Rhyne Williams, 28 anni (appena tre più di lui), alla prima esperienza da coach. L'ex n.141 ATP ha forgiato un giocatore di ottimo livello: comunque vada l'ottavo di finale contro Daniil Medvedev, entrerà tra i top-100 ATP.

“Il mio vantaggio è che conosco diversi avversari di Dominik, avendoli affrontati in prima persona – dice il coach americano – lui è una gran persona, è diventato un animale da palestra e ha imparato a alimentarsi bene”.

Tutto vero, ma ogni tanto ci vuole un'eccezione. Come due mesi fa, quando ha vinto il suo primo ATP Challenger sull'erba di Ilkley. Torneo importante, perché metteva in palio una wild card per il tabellone principale di Wimbledon.

In finale ha annullato un matchpoint a Dennis Novak, poi ha potuto esultare e mettere piede a Church Road (dove peraltro ha vinto una partita). Nella settimana di Ilkley, tuttavia, è andato ogni sera in un ristorante italiano, “Il Piccolino”, dove gli preparavano una fantastica carbonara.

“È stata una piccola superstizione che mi ha portato fortuna”. E pensare che veniva da un periodo complicato, con pochi successi e una vaga crisi personale. Per risolverla, lui e Williams si sono concessi qualche settimana di allenamento in Italia.

La fiducia è magicamente tornata. Con il denaro guadagnato a Wimbledon e (soprattutto) a New York, ha messo a posto la parte finanziaria. “Nelle ultime due stagioni avevo chiuso in negativo – ammette il pitbull di Furtwangen – senza il sostegno dei miei genitori non ce l'avrei mai fatta”.

Ripercorrendo la strada di Koepfer, molti sono convinti che il segreto sia stata... la mancanza di ambizione. “Da ragazzino non aveva particolari aspirazioni – racconta Heuft – ma questo è il modo giusto per crescere.

Non ci sono state forzature, per lui veniva prima la scuola e poi lo sport. Se diventi bravo troppo presto, finisci in una spirale che ti porta soltanto ad allenarti e giocare tornei”. A volte è inutile forzare gli accadimenti della vita: se qualcosa deve succedere, succederà.

Nel caso di Koepfer, è successo. Lo scorso novembre, intervistato da Tennis Magazin, disse che nel 2019 aveva due obiettivi: entrare tra i top-100 e giocare nei grandi stadi. Missione compiuta, giacché allo Us Open ha già giocato sul Louis Armstrong contro Opelka (con un pizzico di fortuna: il match è stato spostato dopo il ritiro di Coric).

Il bello è che l'avventura non è ancora finita. “Se tra due anni sarò ancora numero 200 ATP smetterò – diceva – posso sempre tornare a Tulane per il master”. Per adesso può congelare l'impegno.